Curare il mondo con Simone Weil
di Giuseppe Gallelli
Tommaso Greco, docente di Filosofia del diritto nell’Università di Pisa, coglie nello scritto di Norberto Bobbio “Elogio della mitezza” (1993), un “punto d’incontro ideale” tra Bobbio e Weil, “due straordinari personaggi del Novecento”, pur avendo entrambi, vite “profondamente diverse” e “due sistemi di pensiero profondamente diversi: “ancorato al piano metafisico e religioso quello di Simone Weil, convintamente laico e aderente al mondo fenomenico (politico-giuridico) quello di Norberto Bobbio”, e ne ripercorre le principali linee argomentative, confrontandoli con il pensiero di Simone Weil.
Tommaso Greco, nell’esaminare il testo sulla mitezza, mette in luce due costanti che emergono dalla riflessione bobbiana e che ci mettono sulla scia della riflessione weiliana: la sopraffazione dell’altro e l’ostentazione della propria forza.
La mitezza è una virtù sociale, “consiste, secondo Bobbio, nel lasciare essere l’altro quello che è”, cioè evitare di utilizzare quella potenza che potrebbe poter utilizzare, è un’operazione, quindi, di “sottrazione” che “può permettere all’altro di esistere nella sua qualità di fine “[…] Essere miti vuol dire […] evitare di esercitare potere sull’altro”, scrive Greco.
Ed è su questa modalità di pensiero, di permettere, cioè, all’altro di mantenere la propria essenza umana, etica e quindi finalistica, che avviene l’incontro di Bobbio con Weil.
È un’operazione di ‘sottrazione’ che ha un nome, scrive Greco: ”decreazione”.
È il nome e la definizione che le ha dato Simone Weil – secondo quanto scrive nel saggio “La Grecia e le intuizioni precristiane” – per indicare il gesto con il quale Dio ha creato il mondo (diminuendo così, e non incrementando, la sua potenza) e che “l’uomo è chiamato a ripetere per poter rispondere a quel gesto d’amore”.
Quindi per Weil “mitezza” significa depotenziamento della propria forza, sottrazione di energia al proprio io, come risposta all’amore che ha prodotto e ha cura della nostra umanità e del mondo.
“Ma chi può realizzare questa operazione? Chi può sottrarre qualcosa al proprio io?
Solo il forte, continua Greco, può spogliarsi della forza, ci verrebbe da pensare. “Come può il debole spogliarsi di qualcosa che non possiede?”
E qui osserva che Bobbio e Weil, concordano, pur avendo una diversa storia culturale e un diverso orientamento di pensiero, pur da prospettive filosofiche diverse.
Per Bobbio, la mitezza è una virtù ‘debole’ e va cercata, a suo parere, come scrive nel saggio “Elogio della mitezza”, “in quella parte della società dove stanno gli umiliati e gli offesi, i poveri, i sudditi che non saranno mai sovrani”.
Per Weil tutti, compreso il debole – scrive Greco, “possono produrre la rinuncia […] Qui il debole, è tale perché si fa debole, accettando persino di andare incontro alla morte piuttosto di contribuire al dominio della forza”.
È una posizione estrema di amore verso il prossimo, di profonda religiosità, quella della Weil, rispetto al filosofo laico Bobbio.
Ma entrambi concordano nel ritenere la mitezza un’autentica virtù perché non è “ostentazione”, dato che “la virtù ostentata si converte nel suo contrario”, come scrive Bobbio e Weil concorda (S.Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane).
Il prestigio che deriva dall’esercizio della virtù della mitezza per Weil “inquina senza rimedio quella stessa virtù, in quanto il prestigio è in realtà strettamente legato alla forza”.
“La nudità della mitezza – scrive Greco – il suo non accompagnarsi col prestigio e con la ‘fama’, è garanzia della sua autenticità e, vorrei dire, della sua autentica ‘forza’ “.
Per Bobbio, continua lo scritto: “La mitezza è donazione perché non pretende reciprocità di scambio, è un modo efficacissimo per attivare e mantenere il legame sociale, ha uno scopo cooperativo […] non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere”.

La mitezza di cui scrive Bobbio, a parere di Greco, non è sola, è accompagnata dalla semplicità e dalla compassione e va all’essenza delle cose , è un modo di andare verso l’altro, può essere “accostata alla misura, una virtù (e una parola) alla quale Simone Weil assegnava valenze positive […] Poiché senza misura sono la forza e il potere […]. E’ un punto sul quale Bobbio e Weil, osserva Greco, coincidono perfettamente, (e si potrebbero aggiungere ulteriori ‘compagni di viaggio’, come ad esempio Guido Calogero), la forza per sua natura non conosce equilibri”.
Nella storia del Novecento “il presunto equilibrio del terrore – scrive Bobbio – si è continuamente squilibrato e si è riequilibrato sempre, ripeto, sempre, a un livello superiore, in un processo che non può condurre […]se non all’invenzione dell’arma assoluta” (N. Bobbio, Etica della potenza ed etica del dialogo,1982-83). Bobbio contrappone la logica della forza, che rischia la catastrofe atomica, alla necessità del dialogo e di una politica di cultura come strumento di pace e sopravvivenza.
“È evidente – sembra fargli eco Simone Weil, scrive Greco, riportandone una riflessione del 1938 – che il grande principio dell’‘equilibrio europeo’ è, se vi si riflette, un principio di guerra. In base a tale principio, un paese si sente privo di sicurezza, posti in una situazione intollerabile quando è il più debole rispetto a un possibile avversario. Ora, poiché non esiste una bilancia per misurare la forza degli Stati, un paese o un blocco di paesi ha un solo mezzo per non essere il più debole: essere il più forte” (S. Weil, L’Europa in guerra per la Cecoslovacchia? Articolo scritto nel 1938).
“Ecco dunque – continua Greco – perché la mitezza sembra assurgere a una scelta metafisica, come dice Bobbio, in quanto “affonda le radici in una concezione del mondo”; ma si tratta di una scelta metafisica che si traduce immediatamente in storia, in quanto realizza una reazione alla società violenta in cui siamo costretti a vivere” (N. Bobbio, Elogio della mitezza).
“Nella compassione la mitezza trova la sua compiutezza, la sua perfezione” – dice Bobbio; “la sua unicità”, osserva Greco. Questo ‘sentire l’altro’ e in particolare il dolore dell’altro – lo scriveva già Rousseau nel Discorso sull’origine della disuguaglianza – è propriamente ciò che rende umano l’uomo, ciò che per Bobbio lo distingue dal regno della natura non umana… e che per Simone Weil gli dà la capacità di andare contro il proprio istinto animale[…].”
“Simone Weil fa della compassione una virtù densa di quegli sviluppi, non detti ma adombrati – continua Greco, anche nella trattazione di Bobbio. Il compassionevole, il misericordioso è colui che si fa pietoso, e perciò si fa carico del bisogno, è colui che si prende cura […] ‘Cura ‘ è attenzione, responsabilità, servizio. É manutenzione delle cose del mondo; è togliere via le incrostazioni che inceppano i meccanismi delle relazioni”.
A questo punto il nostro autore coglie lo stretto legame presente tra la pratica della mitezza e la pratica della giustizia, operazione culturale che sta al centro della riflessione filosofico- giuridica di Bobbio.
Diversi sono i significati che questo legame etico- giuridico assume nella riflessione di questo filosofo.
In particolare fanno riferimento “al rapporto tra gli individui, da un lato e una dimensione istituzionale che li trascende – diciamo pure lo Stato – dall’altro. Ebbene, scrive Greco, il testo della mitezza può condurci nelle analisi di Bobbio proprio a quel significato diverso (se non alternativo) di giustizia che abbiamo incontrato lungo l’itinerario weiliano; quel significato che non guarda più a una garanzia ‘ dall’alto’ ma investe direttamente i rapporti tra i soggetti, mettendo in gioco la nostra responsabilità e le nostre relazioni […] si intravede una dimensione orizzontale della giustizia che è quella propria dei semplici e dei compassionevoli, che muove sempre dall’invocazione di giustizia e ambisce a portare l’uguaglianza e il rispetto della dignità là dove essa non esiste e dove forse non potrà mai esistere”.
“Per Simone Weil […] era proprio questa la vera giustizia, ed ella la confondeva senz’altro con la carità e con l’amore. Bobbio ci ha insegnato che esistono molte dimensioni della giustizia, un valore la cui realizzazione può (e deve) passare anche dal diritto e da una retta Costituzione repubblicana. E tuttavia, lo scritto sulla mitezza ci richiama alla responsabilità di essere giusti qui ed ora, ogni volta che siamo in gioco in una relazione con gli altri e col mondo […] la mitezza è il vero nome della giustizia di tutti”.
Ricorda, però, la vocazione di Bobbio al dialogo, in particolare, negli scritti su “Politica e Cultura” (1977), nel saggio “Etica della potenza ed etica del dialogo” e in “Invito al colloquio” (1951) ,ma anche in “De senectute e altri scritti autobiografici” e in altri saggi, in cui emerge l’invito di Bobbio alle “possibilità del dialogo, legate alla capacità delle parti di ‘far esistere l’altro’, di prendere cioè in considerazione le ragioni che l’altro avanza e difende”.
“Così, nel proporre una misura umana alle situazioni e alle cose – scrive Greco – la mitezza si fa politica, se non altro perché pone un argine al dilagare della violenza e della paura, che travolge e stravolge ogni cosa. Ma per farlo, occorre essere convinti della forza dei propri argomenti e dei propri metodi, coltivando la speranza che l’esempio di una politica diversa, fondata sui valori contrapposti alla forza, possa produrre buoni frutti. Tale speranza apparteneva a Simone Weil […] La mitezza, dunque pretende di spargere un seme che dalla società guarda alla politica.”
Conclude riportando un pensiero di Gustavo Zagrebelsky che elogia il valore civile, politico e la democraticità della mitezza: “Possiamo immaginare una società mite sotto un governo violento? Oppure, al contrario, una società violenta e un governo mite? A me pare che no, non possiamo. Non possiamo immaginare questa separazione. Ogni forma di governo, cioè ogni esercizio della funzione politica, corrisponde a una sostanza sociale. Così, se vogliamo una politica democratica, dobbiamo volere anche una società democratica”.
Nelle note a piè pagina numerosi e utili suggerimenti di approfondimento sui temi trattati.
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Sabato, 14 febbraio 2026 – Anno VI – n°7/2026
In copertina: la tomba di Simone Weil nel Bybrook Cemetery, Kent, Gran Bretagna – Foto: FeydHuxtable CC BY-CC0

