Intervista all’autrice Paola Prita Grassi
di Laura Sestini
Pubblicato nel 2023 per Bertoni Editore, il volume di esordio di Paola Prita Grassi, “La bambina della foto”, mette in parallelo le esperienze di due ragazzine, per le quali la vita non ha fornito pari strumenti e quantità di fortuna per essere affrontata ed vissuta serenamente.
Un romanzo autobiografico ed anche di fantasia, ma non troppo, per riflettere sul significato stesso dell’esistenza umana.
L’autrice si è resa disponibile a raccontarci perché ha sentito a necessità di scrivere proprio una storia personale che le appartiene intimamente.
Un volume di esordio autobiografico: qualche messaggio da inviare al mondo?
Paola Prita Grassi – Avevo già scritto piccole parti autobiografiche, soprattutto all’interno di raccolte, questo invece racconta, per metà, i punti più salienti dei miei primi 12 anni. Non ci sono messaggi da inviare, ognuno ci prenda quello che sente vicino, più simile alla propria esperienza. Se succede ne sono contenta.
La trama de “La bambina della foto” si snoda su due storie parallele, una ambientata in una tranquilla località della provincia toscana degli anni ’60-70, e l’altra in un luogo di terrore durante la Seconda guerra mondiale. Ha trovato dei punti di coincidenza tra i due ambienti?
P.P.G. – No, solo l’età delle due bambine.
Protagoniste sono due ragazze adolescenti, che vivono vite totalmente contrapposte. Come ha messo insieme i due personaggi principali?
P.P.G. – E’ stato un escamotage nato dalla necessità di raccontare la storia nel lager, poi, dopo anni di riflessioni, una mattina mi sono svegliata con una nuova idea: mettere a confronto due dodicenni, quella creata dalla mia fantasia e quella più facile da raccontare, cioè me stessa.
Che valore hanno per lei la vita e la morte? Le due facce dell’esistenza umana, inscindibili.
P.P.G. – Un valore enorme la prima, un grande rispetto verso la seconda, dimensione sconosciuta ma certa per tutti noi che aspetto con serenità, magari dopo la festa dei miei cento anni…
La scrittura è un medium molto utile a “scavare” la propria anima…

P.P.G. – Sì, la scrittura è terapeutica, sia che la si coltivi per essere letti che per se stessi. Ogni parola scritta che esce da noi ha un significato, un valore maggiore delle migliaia di parole che usiamo nel parlare, a volte e spesso anche con troppa leggerezza.
Con la conclusione della storia, quali considerazioni, suggestioni e riflessioni sono sorte?
P.P.G. – Innanzitutto far leggere questo libro a diverse case editrici mi ha fatto capire come funziona oggi l’editoria in Italia; il fatto poi che Bertoni Editore abbia deciso di pubblicarmi mi ha convinto di aver fatto qualcosa che ha un valore, non solo per me.
Sono esse (state) utili a sciogliere nodi o ricomporre parti della vita e guardare oltre?
P.P.G. – Sì, ho scritto di lager perché ne sono ossessionata da quando avevo, appunto, una dozzina di anni. Da quella prima volta ho letto tutto quello che ho trovato sull’argomento, è diventato un pesante compagno di viaggio nella mia vita. Poi nel 1998, durante il primo laboratorio di scrittura creativa a cui ho partecipato, tenuto a Firenze da Lidia Ravera, è arrivata l’immagine iniziale della storia: una bambina che sta andando a scuola e che viene prelevata dai nazisti e messa su un treno. Da quel momento la storia di Eliza mi ha tenuto compagnia, in pochi mesi l’ho completata. Era una prima stesura a cui ogni tanto aggiungevo o toglievo qualcosa, man a mano che la mia scrittura si affinava per la partecipazione a tantissimi laboratori, c’era sempre qualcosa da correggere! Comunque, il tutto restava il “romanzo nel cassetto”, sentivo che così non poteva funzionare, mancava qualcosa.
Poi nel 2020 è arrivata l’idea dell’altra storia, la mia. Ho così unito il tutto decidendo di raccontarlo a mia figlia, dodicenne anch’essa nel libro, con uno scopo che arriva alla fine del romanzo.
Per quanto mi riguarda, scrivendo questa storia ho sciolto l’ossessione dei lager, ora ne sono toccata ma il mio approccio è diverso, doloroso ma non direttamente, come se aver messo la storia su carta l’avesse allontanato, finalmente, da me.
Io ho usato questa storia come mia personale accusa verso il nazismo e la violenza sulle donne in generale, non a caso era una bambina e non altro essere umano quello che ha subìto di più quello che racconto.
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Sabato, 4 luglio 2026 – Anno VI – n°27/2026
In copertina: la piccola Paola Prita Grassi con la madre

