domenica, Maggio 10, 2026

Teatro & Spettacolo

“Made in Ilva” entra nel carcere di Napoli Secondigliano

Il corpi esposti nel lavoro e negli istituti carcerari

di Laura Sestini

Varcare la soglia di un istituto di pena, per un cittadino libero, ha ogni volta un impatto emotivo forte, a partire dall’estetica architettonica delle strutture penitenziarie che evidenziano sempre linee rigide, colori spenti e alte mura insormontabili. Delle vere fortezze dagli stili mediocri, che non mettono di buonumore, anzi possono creare ansia. Cancelli, portoni di ferro rigorosamente chiusi a chiave, e sbarre, sbarre, tante sbarre.

Il teatro è riuscito ad entrare in carcere, fortunatamente, da molti anni: ci sono Compagnie che hanno elevato il loro modo di lavorare, attraverso e con le persone ristrette, ed anche il loro nome. Uno specifico modo di fare teatro, più corpo a corpo, anche fisicamente tra spettatori e attori, più diretto negli sguardi e nelle sensazioni, un’avanguardia avviata alcune decadi fa alla Fortezza Medicea di Volterra, che ospita un carcere tutto al maschile.

La Compagnia bolognese Instabili Vaganti, che ha calpestato molti palchi di teatri esteri ai quattro angoli della Terra, mai fino alla fine del 2025 aveva avuto occasione di rappresentare una delle proprie performance all’interno di una prigione. Nicola Pianzola, unico attore in scena per Made in Ilva, un cult della drammaturgia del duo che forma la Compagnia insieme alla regista Anna Dora Dorno, ci riporta le impressioni di questa sua importante esperienza.

La compagnia teatrale Instabili Vaganti entra nel carcere di Secondigliano, area metropolitana di Napoli. È la prima volta in un istituto di pena?

Nicola Pianzola: Sì, è la prima volta che Instabili Vaganti entra con uno spettacolo all’interno di una casa circondariale. Nel nostro percorso abbiamo lavorato spesso in contesti complessi e marginali, ma l’ingresso a Secondigliano rappresenta un passaggio nuovo e molto significativo, sia dal punto di vista umano che artistico. È stata infatti un’esperienza che ha rafforzato la nostra etica, rafforzando quella riflessione, già in essere da tempo, sul senso del nostro fare teatro oggi.

Si tratta di una nuova direzione della compagnia, dell’esplorazione di un ambiente sociale mai contemplato prima?

N.P.: Più che una nuova direzione, direi una naturale evoluzione del nostro percorso. Da anni il nostro lavoro indaga i temi del limite, della costrizione, dei confini – fisici, politici, sociali, esistenziali. Il carcere è uno dei luoghi in cui questi temi sono incarnati in modo estremo e concreto. E’ un’agorà, un microcosmo sociale che rende visibili e tangibili questioni che da sempre attraversano il nostro lavoro, una scena aperta su ferite individuali e collettive, ferite che bruciano e ci spingono ad esternare emozioni e sentimenti forti, a condividerli senza alcun pregiudizio, proprio perché chi è lì dentro è già stato giudicato, per cui, paradossalmente, è ancora più libero da ogni giudizio.

Che emozioni si sprigionano, per una persona libera, entrando in un edificio da cui le persone detenute possono vedere il cielo solo attraverso le sbarre?

N.P.: È un’esperienza emotivamente molto forte. L’impatto è immediato: lo spazio, i suoni, i tempi dilatati, le regole. Tutto ti ricorda che sei in un luogo dove la libertà è sospesa. Da persona libera, entri con un senso di responsabilità enorme. Ti rendi conto che ogni gesto, ogni parola, assume un peso diverso. Tu diventi portatore della “vita la fuori”, ed è in questo incontro di ritmi diametralmente opposti che si genera quello spazio-tempo dilatato in cui ogni processo creativo ha inizio.
Allo stesso tempo però, il reparto Mediterraneo, della casa circondariale di Secondigliano, riesce a farti dimenticare il senso di chiusura. La luce filtra dalle finestre e inonda i corridoi, come ad enfatizzare quell’attesa di qualcosa che poi finalmente arriva: il momento in cui i famigliari dei detenuti arrivano per il momento della visita. Allora nella sala di lavoro vengono allestiti frettolosamente tavoli e sedie di plastica e si condividono cibi e bevande, un momento di comunione che precede l’atto teatrale, come in un rituale. Per un attimo ci si dimentica che quella sala teatrale, costruita su iniziativa degli stessi detenuti, è inserita in quell’edificio destinato alla reclusione. In quell’incontro tra esseri umani che condividono la scena, c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno, è lì in quel momento la società, la vita.

Foto di F. Pianzola

Perché portare proprio dentro una struttura carceraria Made in ILVA, una drammaturgia sulla lotta dei lavoratori siderurgici di Taranto? Qual è il messaggio?

N.P.: Made in ILVA parla di corpi esposti, di vite sacrificate, di esseri umani schiacciati da un sistema economico e produttivo che non lascia alternative. Presentarlo in questo contesto significa far dialogare due forme diverse di reclusione, anelare ad una libertà negata, rafforzandone al tempo stesso il sentimento, la volontà. La ripetizione che detta la quotidianità dei lavoratori incontra la monotonia dello scorrere della giornata dei detenuti, che si sentono da subito rappresentati dall’operaio status symbol di Made in ILVA. In fondo tutti aspettiamo quella chiazza di sole che entra nel reparto a una certa ora e che a volte ci ricorda l’infanzia o uno status perduto per sempre, ma che allo stesso tempo ci dà speranza, ci fa sognare un cambiamento.

Quale è stato l’effetto della performance sugli spettatori detenuti?

N.P.: La percezione è stata quella di un ascolto intensissimo. In carcere lo spettacolo non è intrattenimento: è un evento raro, un’apertura. Il teatro diventa uno spazio di riconoscimento reciproco. Gli spettatori non sono passivi, ma partecipi, presenti, attraversati dalle immagini e dalle parole. Incontriamo un pubblico preparato, affamato di nuove forme teatrali, di sperimentazione. Questo grazie al lavoro che Teatri in gestazione, la compagnia che ci ha invitato a tenere un workshop per i detenuti e i loro figli, aperto anche ad esterni, e a presentare il nostro spettacolo, ha svolto in questi anni nella Casa circondariale di Secondigliano, agevolando inoltre la formazione di una compagnia teatrale composta dagli ospiti stessi. Tanti sono stati i commenti e i complimenti, tutti molto toccanti poiché legati a quel sentimento di immedesimazione ma anche di catarsi. Sentire che ciò che abbiamo fatto resterà per mesi, forse anni, nella loro memoria, è la soddisfazione più grande che portiamo con noi da questa esperienza.

È possibile immaginare una futura produzione drammaturgica dedicata al carcere?

N.P.: Credo sia una possibilità concreta in entrambe le direzioni: creare nuove drammaturgie ispirate dalle forti emozioni, dalle suggestioni, dalle storie rocambolesche che ci hanno colpito, così come incentivare una drammaturgia originale che nasce dalle riflessioni, dagli spunti poetici, dai testi che molti ospiti scrivono.

Tutte le nostre creazioni d’altronde nascono dalle esperienze che direttamente viviamo, dai sentimenti che esse suscitano in noi. Sentimenti molto spesso contrastanti e che per questo creano una dialettica, una tensione, un dramma.

E’ questione di un attimo, venire sopraffatti dall’emozione di un bambino che abbraccia suo padre, dai pianti collettivi delle famiglie al momento dell’addio, ma noi siamo lì con un compito preciso: quello di veicolare queste emozioni, di viverle e al tempo stesso controllarle, conoscerle nel profondo, per poi un giorno, saperle raccontare, restituire allo spettatore. Il progetto Golden age di Teatri in gestazione, riconosciuto e premiato a livello europeo per la sua importanza, ci ha dato la possibilità in pochi giorni, di accostare quel nostro occhio perennemente puntato sul mondo, ad caleidoscopio emozionale, che ci ha consentito non solo di dare, di trasmettere il nostro sapere, ma di ricevere tanto, davvero tanto, quel tanto che nel tempo si sedimenta granello dopo granello, diventando terreno fertile per la ricerca, per la creazione.

………………………………………………………………………..

Sabato, 14 febbraio 2026 – Anno VI – n°7/2026

In copertina: immagine di scena – Foto – F. Pianzola

Condividi su: