Erdoğan ha come obiettivo i militanti curdi del Sinjar
di Laura Sestini
Il 30 settembre scorso, dopo 12 anni, si è conclusa ufficialmente la missione della Coalizione Internazionale contro il Califfato Islamico in Iraq. Ma la data ha un valore ancora maggiore se si considera soprattutto l’invasione dell’Iraq da parte dei militari statunitensi, iniziata nel 2003 (Operazione Iraqi Freedom) e tutte le conseguenze che ha portato con sé durante oltre 20 lunghissimi anni, dalla cacciata di Saddam Hussein, alla guerra per disarmare il Paese da armi di distruzione di massa che gli Usa hanno utilizzato come giustificazione, mentre gli interessi – lo vediamo ancora oggi con la guerra all’Iran – sono esclusivamente di origine economica e politica, fino alla presunta liberazione del popolo iracheno dalla dittatura, che enumerò circa 12mila vittime tra i civili solo nei primi nove mesi di conflitto.
Truppe e mezzi statunitensi sono transitati dalla base di Erbil, capitale dell’area curdo-irachena (Bashur-Kurdistan del Sud), fino in Giordania, ché l’area mediorientale è particolarmente calda per la guerra di Israele contro il popolo palestinese, la strumentalizzazione geopolitica del petrolio tra Bab el-Mandeb e lo Stretto di Hormuz, che sta coinvolgendo buona parte dei Paesi del Golfo Persico per gli attacchi iraniani, e la contesa di potere politico a livello globale.
Il ritiro, annunciato dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, è stato accolto positivamente a Baghdad e tra i gruppi sciiti filo-iraniani, mentre ha suscitato preoccupazione nel Kurdistan meridionale e tra le comunità sunnite, nonché la popolazione irachena, colta un po’ di sorpresa, per l’incertezza del prossimo futuro. La Green Zone di Baghdad, nel centro della capitale irachena, fin dal 2003 internazionale e super protetta, non è più off limits.
Nel mentre, la Turchia e l’Iraq hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per il trasferimento graduale della base militare turca da Bashiqa, città non lontano da Mosul, a suo tempo conquistata dall’Isis e in seguito utilizzata per l’addestramento dei militari iracheni e i Peshmerga curdi contro il Califfato. Con l’accordo si pone l’accento sull’intenzione di porre fine alla presenza di unità armate dal nord dell’Iraq (Kurdistan del Sud), intendendo queste come i militanti curdi nella zona montuosa del Sinjar, area al confine con la Siria, che diverrà, quindi, di piena autorità del Stato iracheno.
Il bilaterale tra al-Zaidi e il Presidente turco Erdoğan si è tenuto a New York, parallelamente alla 81°Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dalla cui è stata diffusa anche l’ufficialità dell’intesa che andrà a rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza tra i due Paesi confinanti, oltre alla pianificazione di un rafforzamento dei flussi commerciali e l’accelerazione dei progetti infrastrutturali ed energetici, come il progetto della Development Road, ingente impegno multimodale terrestre e marittimo che collegherà il Golfo Persico all’Europa.
Rimangono in Kurdistan del Sud, che ricordiamo essere territorio iracheno ma Regione autonoma guidata dal governo della famiglia Barzani, altre basi militari turche, insediatesi arbitrariamente o con ambiguo consenso dei politici curdi KDP – Kurdish Democratic Party – e tuttora contestate dai governi iracheni succedutisi.
Nelle aree curde siriane e irachene, la Turchia ha molti interessi, anche nell’attuale Siria governata dal Presidente Al-Sharaa, territorio da dove non è mai uscita ufficialmente.
Mentre l’area mediorientale si consuma nei conflitti armati, e con la scusante del recente accordo di pace e di disarmo del PKK – Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco – organizzazione ancora inscritta nella lista internazionale dei gruppi terroristici, la Turchia tenta di trovare nuove posizioni in Iraq, politicamente e geograficamente.
…………………………………………………………………………
Sabato, 3 ottobre 2026 – Anno VI – n° 40/2026
In copertina: a sx il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi con il presidente turco Recep Tayyp Erdoğan

