Cronache migranti di una famiglia afghana
di Laura Sestini
All’interno del numeroso gruppo di persone della Carovana Migranti Calabria 2026 ci sono delle ospiti speciali, uniche, fulcro del gruppo, che presenzieranno molti incontri fissati in vari punti della costa calabrese con amministrazioni comunali, associazioni e attivisti.
Tre giovani donne afghane e la loro madre che, già per il secondo anno, viaggiano dalla Germania alla volta di Cutro per ricordare la scomparsa dei loro familiari nel tragico naufragio del 2023.
Prima di riportare le loro preziose testimonianze, però, sembra utile spiegare perché dei piemontesi vanno a Cutro ormai da tre anni, e insistono ad organizzare delle iniziative lungo la costa jonica calabrese. La vicenda di Cutro, la “strage di Stato“, come viene appellata comunemente tra i carovanieri – 94 persone decedute, oltre agli innumerevoli dispersi – è indice di un sistema di guerra aperta ai migranti che inizia dall’esercito unico europeo, Frontex, e che si articola in molte forme differenti su tutte le frontiere europee. Carovane Migranti è un collettivo informale nato nel 2013, a causa, anzi, per merito, di forti sentimenti verso il genere umano in difficoltà, e lungo il percorso di questi continua a muoversi per i diritti dei migranti ed altre questioni cogenti dei contesti geopolitici contemporanei.
Come già asserito, la strage di Steccato di Cutro era evitabile, ma è mancata la volontà tangibile di prestare soccorso a quella imbarcazione in balia delle onde, finché non si è schiantata sulle secche distanti meno di 100 metri dalla spiaggia, sfasciandosi in mille mezzi e catapultando in mare i suoi ignari passeggeri stivati sottocoperta come merci. Per le organizzazioni di trafficanti di esseri umani, le persone in movimento sono esattamente delle lucrose merci. La dinamica del naufragio è stata diversa dai canoni che ben conosciamo, sfortunata, dovuta alla conformazione del fondale in quel tratto di costa, diversamente dagli innumerevoli rovesciamenti delle imbarcazioni di fortuna a causa delle condizioni del mare. Chissà se la Summer Love sarebbe riuscita a raggiungere la spiaggia, se non ci fossero state quelle dannate secche. Le probabilità avrebbero potuto essere molte, considerata la sua vicinanza alla terraferma.
La straordinarietà della strage di Cutro è dovuta anche all’alto numero delle vittime e dei dispersi e dall’indifferenza della politica italiana che ha palesemente dimostrato nessun rispetto umano e civile nei loro confronti, corredata da infingardi rimpalli di responsabilità, fin dall’inizio. In contrapposizione alla politica del governo Meloni, è stata la società civile di Cutro a prendere la parola e dimostrarsi di essere all’altezza della situazione, attirando la stampa internazionale e le famiglie delle potenziali vittime, giunte in loco da vari paesi europei per rivendicare le giuste sepolture con i riti religiosi appropriati, e soprattutto per l’identificazione accurata dei corpi.
Cosa si è capito, in quella situazione di dolore e responsabilità ancora da attribuire, con il comportamento del Governo italiano? I corpi delle vittime sono stati distribuiti in tanti luoghi della Calabria, forse per mettere in difficoltà le famiglie di capire dove potevano essere stati collocati i parenti periti; forse perché non arrivassero proprio i familiari ad identificare quei cadaveri, per disperderli, per farli dimenticare velocemente all’opinione pubblica. Ecco, Carovana Migranti cerca, al contrario, di mantenere viva quella memoria che vorrebbe essere occultata. Se nessuno cerca le vittime, queste vengono sepolte senza test del Dna, senza identificazioni, e spariscono per sempre, come se quelle persone non fossero mai esistite.

Capofila testimoniale delle vittime di Cutro è Farzaneh, una giovane donna afghana, lunghissimi capelli neri, che evidenzia personalità e sicurezza in ciò che vuole trasmettere ai presenti durante tutti gli incontri, aiutata da un carovaniere-traduttore dalla lingua tedesca.
Il gruppo di famiglia afghano era giunto a Crotone, in primis per un’udienza del processo sul naufragio, da poco iniziato al Tribunale della città, per l’omissione dei soccorsi al caicco Summer Love, per cui sono imputati per naufragio e omicidio colposo funzionari della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera. La giovane Farzaneh è stata presente in aula, ma il linguaggio giuridico è sempre difficile da comprendere, per lei insondabile a causa del gap linguistico e la minima esperienza in materia.
Nonostante tutti gli ostacoli, in breve tempo la famiglia afghana ha ben compreso come in Italia le parole dei politici le porti via il vento, e accada l’opposto di ciò che viene promesso. Solo pochi giorni dopo il naufragio, ma comunque in ritardo rispetto alle dovute condoglianze, il Consiglio dei Ministri si era trasferito in pompa magna a Cutro, dove, in trasferta, aveva emanato l’ennesimo decreto legge (D.L.10 marzo 2023, n.20, Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all’immigrazione irregolare) e fatto promesse ai parenti delle vittime, a cui ancora oggi non ha adempiuto. I familiari non sono mai stati ascoltati, i tempi nel frattempo si dilatano, garanzie non sembrano esserci per le richieste inoltrate.
Da subito, i carovanieri rimasero profondamente colpiti da una storia di una coppia di nonni, parenti di vittime del naufragio, che continuavano ad aspettare i loro nipoti e a preparargli regolarmente dei pasti con la speranza di vederli arrivare. Tante lettere la Carovana ha spedito al Governo Meloni ed anche ai partiti dell’opposizione, perché venissero mantenute le promesse fatte. Nessuna risposta è tornata. Il silenzio nasconde mancanze e demagogia, mentre le risposte negate sono tragedie per le famiglie, tant’è che esse stesse hanno scritto di voler guardare negli occhi chi ha promesso tutte quelle falsità.
Farzaneh e la sorella Fatima talvolta si sono talvolta interscambiate nel raccontare la loro storia di migrazione, partite 10 anni orsono con la famiglia, adolescenti, dall’Afghanistan, un paese dove la vita già vale poco per gli uomini e le donne sono invisibili, a causa dei regimi oscurantisti dei talebani.
“La mia famiglia ha dovuto fare una grande scelta per decidere di raggiungere l’Europa, e non è partita per mancanza di responsabilità. Se voi ricordate, quando arrivò il ministro dell’Interno a Cutro parlò di irresponsabilità da parte di chi si avventura in questi viaggi. Fu una frase che sinceramente non ci aspettavamo da un rappresentante dello Stato. Le donne afghane non possono più vivere la loro vita, in Afghanistan non c’è più una vita sociale per le donne e neanche per i bambini. Per questo mio padre ha lasciato il suo paese, ha pensato che per noi ragazze fosse meglio crescere in Europa, per questo siamo partiti. Oggi le donne in Afghanistan non hanno nessuna possibilità di scelta, nessun diritto a organizzarsi la propria esistenza, nessun diritto all’amore, nessun diritto allo studio, nessun diritto al lavoro. Quando l’Occidente ha lasciato l’Afghanistan in mano ai talebani sapevamo cosa sarebbe successo, e noi non avevamo nessuna altra opzione se non partire. Vi chiedo di non dimenticare la quotidianità dell’Afghanistan, che è impensabile per un occidentale”.
“Siamo usciti dal nostro paese e abbiamo avuto molte difficoltà. Abbiamo passato a piedi molti Paesi, attraverso le montagne, e poi con una barca. Eravamo 80 persone, donne, bambini, uomini, anziane donne, e vecchi uomini. Non era semplice, e sapevamo che ci poteva essere un incidente mortale, o una morte in generale, lo sapevamo benissimo prima di partire, tuttavia ci abbiamo spostati, perché sapevamo che vivere in Afghanistan era una possibile morte quotidiana. Se parti, puoi avere qualche possibilità. Sono 10 anni che ho lasciato il mio paese, insieme alla mia famiglia. Dieci anni che non vedo mia nonna, i miei altri parenti. E l’abbiamo lasciato, come hanno lasciato i loro Paesi le persone della Summer Love, cioè a piedi, camminando per molti paesi, prendendo delle barche per attraversare dei pezzi di mare. Poteva succedere anche a noi, a me, a Fatima, a mia mamma, di morire nel viaggio, come è successo a loro. Sarebbe stato meglio se potevamo venire con un corridoio umanitario, o con un permesso del giudice, ma non è stato così. Rimanere in Afghanistan significa morire, forse, è ancora più alta del 50% della possibilità di morire in mare o nelle montagne italiane”.
“La tragedia di Cutro non è stata facile per noi. Non l’abbiamo dimenticata. Siamo ancora qui, dopo tre anni, scoprendo che non si può dimenticare. Abbiamo sentito attraverso i social che era successo un naufragio a Cutro. Abbiamo temuto, poi è stato confermato che la nostra famiglia era proprio su quella barca. Siamo subito arrivati in Italia, dalla Germania, ancora sperando di trovare qualcuno vivo, invece qui abbiamo preso atto che né i piccoli, né la mamma e il papà erano sopravvissuti, erano tutti morti (lo zio, fratello della mamma, sua moglie e tre bambini piccoli). Siamo venuti a riconoscere i corpi e poterli avere vicino in Germania. Tutto ciò non è stato per niente facile. Ogni anno torniamo qui con un misto di dolore e anche di speranza. Perché non hanno trovato nessuna salvezza in quella emergenza? Siamo venuti qui sempre con la speranza di poter avere una risposta, vogliamo capire perché è passato così tanto tempo dall’inizio del naufragio fino ai primi soccorsi, visto che per ore c’erano state delle telefonate”.
“Si dicevano: “Ah sì, andiamo a prenderli. No, forse no, lasciamoli arrivare da soli”. Per me questo è insostenibile, è incredibile, è inaccettabile. Speriamo che il processo ci porti almeno delle risposte. Abbiamo capito che ci sono dei contesti, delle questioni politiche. Però le persone che avevano in quella sera la responsabilità, forse avrebbero potuto anche agire trasgredendo, non obbedendo e non stando al telefono, e non avrebbero più avuto la responsabilità. Giustizia significa prendere delle decisioni. Giustizia significa che nessuna famiglia sia più obbligata a affidare i suoi bambini al caso. Oggi sono qui con il cuore colpito, ma con una forte voce della mia famiglia e delle voci che non sono più qui. Non si può giocare con la vita delle persone che sono a rischio di affogamento, di naufragio. Non sono dei giochi online. Queste persone devono rispondere comunque alla loro coscienza. Io sono qui con la forza della mia famiglia e i sopravvissuti, anche con la forza e voce di chi non c’è più. Non voglio vendetta ma almeno giustizia, e una risposta da parte dello Stato, una presa di responsabilità. Io considero la vostra presenza (rivolta alle persone presenti) come un valore di solidarietà e vi chiedo non solo di rispondere o di domandare alla stampa di scrivere ma anche di praticare la giustizia e di apporre un cambiamento nel vostro Paese. Per chi ha questi migranti per chi ha queste situazioni, deve scegliere cosa fare. Vi chiediamo un impegno ancora più profondo, più acuto, almeno per cambiare la struttura pubblica che ha portato a questo livello il vostro Paese; penso che sia necessario cambiare la politica del Paese e soprattutto lavorare per diminuire l’odio che la società, le società europee rivolgono ai migranti, l’odio che attraversa le società europee verso gli migranti”.
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Per approfondire: https://www.theblackcoffee.eu/speciale-cutro-novantaquattro-vittime-accertate/
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Sabato, 7 marzo 2026 – Anno VI – n°10/2026
In copertina: la veglia alle vittime sulla spiaggia di Steccato di Cutro – a sinistra, Farzaneh Maleki, nipote della famiglia afghana scomparsa – Foto: Archivio fotografico Ishtar Immagini©2026

