Sabina Talovic racconta la sua esperienza di attivista per i diritti umani
di Laura Sestini
Ospite della Carovana Migranti Calabria 2026, il cui obiettivo ha ruotato intorno alla memoria della Strage di Steccato di Cutro, al suo terzo anniversario, Sabina Talovic ha preso la parola in alcuni eventi lungo il percorso carovaniero sulla costa jonica, per raccontare la sua lunga e impegnativa esperienza di attivista per i diritti umani nel suo paese, il Montenegro, una piccola nazione dei Balcani nata circa 20 anni fa a seguito dell’indipendenza dalla Serbia. Ella fa parte attivamente della rete Donne in nero, movimento femminile contro la guerra con circa 10mila attiviste in tutto il mondo, ed è stata anche testimone presso il primo Tribunale delle Donne per l’ex Jugoslavia. Difensora dei diritti umani e responsabile dell’associazione Bona Fide Pljevlja, nella sua città, fin dal 2000, da oltre 30 anni si adopera per la pace e i diritti delle donne nella sua regione. Nel 2012 ha fondato un rifugio a Pljevlja per donne e bambini vittime di violenza domestica.
Nel frattempo la località di Pljevlja, ai confini tra Serbia e Bosnia-Erzgovina, è diventata punto di passaggio dei flussi migratori in arrivo dal Medio Oriente e paesi come l’Afghanistan, Bangladesh, il Pakistan, meglio nota come Rotta Balcanica. Negli ultimi anni, Sabina ha fornito supporto diretto a migliaia di persone migranti di passaggio nella sua città, in particolare famiglie con bambini. Come attivista, nel 2016 ha ricevuto il Social Innovation Award, e nel 2017 e 2018 ha ottenuto il Premio annuale per l’attivismo sociale e i diritti umani in Montenegro (CGO, CRNVO).
Chiamata sul palco in uno degli appuntamenti di Crotone, tappa della Carovana, con il supporto di traduzione della connazionale Vesna Scepanovic, Talovic ha raccontato molti aneddoti della sua esperienza in aiuto delle persone in transito.
“Sono Sabina Talovic e vengo da una piccola nazione, un piccolo paese, una piccola organizzazione che si è trovata sulla Rotta balcanica e ha avuto l’opportunità di aiutare le persone in movimento. Sono felice di essere parte della Carovana Migrante, perché organizzazioni come queste garantiscono che alcune cose non si dimentichino. Sono molto contenta di essere in Calabria, per la prima volta nella mia vita, e ringrazio soprattutto la Carovana perché, per me, rappresenta una garanzia che non vengono dimenticati molti fatti e molti naufragi che in questi anni sono accaduti in Italia. Quindi grazie per questa memoria che si porta avanti.

Foto: Archivio fotografico Ishtar Immagini©2026
È molto importante per me questo invito, perché sono un’attivista, una donna attivista per la pace. Queste organizzazioni e questi attivisti e attiviste hanno la missione di incalzare i loro territori, di ricordare i loro crimini e di portare la solidarietà e la pace in tutto il mondo. Quindi vi ringrazio per questo momento di memoria e condivisione perché, di Cutro, forse, se non ci fossero gli attivisti e tutti i gruppi che portano avanti la commemorazione della strage, tre anni dopo non ne avremmo più parlato, come anche accade delle altre tragedie.
La missione di Carovane Migranti e di tutti gli attivisti presenti in sala, anche gli attivisti delle altre città, e i giornalisti, hanno il ruolo di disturbare i governi, di ricordare questo crimine e tutti gli altri crimini; soprattutto hanno la missione di ampliare la solidarietà e creare la rete. Non parlerei in questo momento né del mio attivismo in generale, in quanto donna per la pace contro la guerra, non vorrei neanche parlare di sfide, ma partendo dalle parole della nostra amica afghana (una familiare delle vittime di Cutro n.d.r.) vorrei porre l’attenzione sui Balcani, sul Montenegro e il rapporto con l’Europa.
Come vi ho accennato, questo piccolo Stato da dove provengo fa parte della Rotta balcanica e anche la città da dove provengo, Pljevlja, ne fa parte. Di sicuro molti di voi in questi anni hanno letto storie sui Balcani e della rotta migratoria, e come, solitamente, ci sono tante persone in movimento. Preferiamo esattamente questo termine, “persone in movimento”. Lungo questi lunghi percorsi vengono spesso discriminate, maltrattate fisicamente, sono in stato di perenne sofferenza e tantissime muoiono, anche. Qualcuno non torna mai a casa e non arriva mai alla destinazione per cui ha iniziato il viaggio.
La storia che vi racconto non è mai accaduta in Montenegro, è un tema tabù. In Montenegro non si parla di questo, ma abbiamo delle informazioni confidenziali. Casi in cui dei ragazzi giovani hanno perso la vita passando attraverso aree molto difficili, tra le frontiere di Montenegro e Kosovo, tra le frontiere di Montenegro e Albania, tra le frontiere di Montenegro e Bosnia e Herzegovina, dove a volte la neve può essere alta due metri, dove il terreno è inaccessibile, dove la strada tra Montenegro e Bosnia-Erzegovina è lunga 40 chilometri, piena di animali selvatici, di razzismo della popolazione locale e di molte sfide. Per due casi, che conosciamo con certezza, cerchiamo le informazioni da otto mesi.
Nel nostro Paese, nel nostro piccolo Stato, c’è un gran silenzio su questi decessi, ma concretamente in questo periodo sappiamo che sono morti due ragazzi, su cui stiamo cercando le informazioni. Molti di loro subiscono tante discriminazioni, maltrattamenti di tutti i tipi nei territori di Albania, Montenegro, Kosovo e Bosnia, dove gli inverni non sono leggeri, fa freddo con temperature molto sotto lo zero e 40 chilometri davanti che le persone in cammino devono attraversare. Nonostante le nostra conoscenze, poiché riceviamo comunicazioni dai locali in una città al confine tra Montenegro e Kosovo, un anno fa è arrivata una segnalazione di due famiglie che da oltre un anno non avevano più notizie dei loro figli. Con diversi gruppi abbiamo cercato notizie, ma non siamo riusciti a sapere niente dei due corpi. In seguito, in un modo informale, dall’Imam della località sul confine è arrivata la notizia che lui personalmente si era occupato di questi due ragazzi in cammino e della sepoltura. È rimasto in anonimato e non ha saputo dirci altro”.
Dal 2017, la signora Talovic ha dato sostegno, accogliendo i migranti di passaggio nella sua casa – chi per lavarsi, per riposarsi, per avere un pasto caldo, per curarsi, per partorire – circa 17mila persone. Chi vorrà visitare la sua associazione in Montenegro, potrà consultare tutta la documentazione per verificarne i fatti.
Fin dagli anni Novanta, Talovic ha creduto nei valori e nel sostegno dell’Unione Europea. Attualmente per il Montenegro è un momento politico importante, perché sta aspettando di entrare nell’Unione. Ma le aspettative sono molto ingenue – dice lei – perché in tutti questi anni sono state contattate tutte le istituzioni europee, pensando che li avrebbero aiutati come attivisti per i diritti umani, oltre le istituzioni delle Nazioni Unite, UNHCR, IOM, e altre. “Ma adesso devo condividere con voi l’esperienza e il fatto, questo è il mio punto di vista personale: è ora che le “nazioni unite europee” cambino nome. Con l’esperienza dell’organizzazione da cui vengo, l’esperienza di lavorare con i migranti, posso dire che le istituzioni europee non fanno niente per aiutare le persone in movimento, anzi stabiliscono patti con gli Stati locali, questo è il caso di Bosnia-Herzegovina, dove hanno realizzato l’infrastruttura solo per la polizia di frontiera, Frontex, rendendo difficile la vita anche per noi attivisti, e soprattutto per le persone in movimento. Queste istituzioni presenti in Montenegro non fanno altro se non collaborare con gli Stati e con i governi, che sappiamo bene essere autoritari, nazionalistici e fascisti, e si interessano di tutto, meno che dei diritti umani. Fascisti uniti. È stato fatto di tutto per attivare Frontex in Montenegro. Quindi non è solo una situazione complessa per gli attivisti, è una situazione molto complessa soprattutto per chi cammina, per i ragazzi migranti.
Penso che i piccoli gruppi possano cambiare il mondo, ed è molto importante aver conosciuto questo gruppo, che riconosce il pericolo e la sofferenza delle vittime, e i giornalisti e gli avvocati che si uniscono a questi gruppi. Ci potrebbe sembrare non che possano fare grandi cose, invece penso che si possa fare molto e lo faremo insieme, perché qui c’è solidarietà, in questi spazi ci sono persone.
Potrei parlare ancora a lungo, dopo 33 anni di attivismo, ma mi concentrerò sull’Europa, di nuovo sull’Europa. Quello che mi duole è la politica europea, e anche se nessuno mi ascolterà voglio dire che sarebbe molto meglio non vendere le armi, sarebbe molto meglio fermare le guerre che sono in corso e non le persone che camminano per trovare una vita migliore. Ringrazio ancora a tutti i gruppi presenti, tutti gli attivisti, perché penso che qualcosa, comunque, possiamo fare: come un granello di sabbia, possiamo dare fastidio”.
Per approfondire: https://www.theblackcoffee.eu/speciale-cutro-novantaquattro-vittime-accertate/
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Sabato, 7 marzo 2026 – Anno VI – n°10/2026
In copertina: lungo la Rotta balcanica – Foto di archivio

