domenica, Maggio 10, 2026

Teatro & Spettacolo

Peppino Mazzotta

La forza del teatro “impegnato”

di Laura Sestini

In transito da Firenze, con “Radio Argo Suite”, un lavoro teatrale importante con la drammaturgia di Igor Esposito, che mette in parallelo la società bellicista nel mito e nella letteratura classica greca, attraverso la tragedia di Eschilo e la società contemporanea, Peppino Mazzotta, regista e unico attore sul palco, ci ha accolti con il sorriso e schietta affabilità quando abbiamo proposto qualche domanda che trattasse della sua carriera professionale, e in particolare del suo amore per il teatro.

Oltre venti anni di “Commissario Montalbano” hanno senza dubbio segnato la sua professione, nonché il successo artistico verso il grande pubblico televisivo. Ci racconta cosa ha rappresentato per lei questo lunghissimo momento attoriale come Ispettore Fazio, un “personaggio filmico” di cui ci si poteva fidare senza esitazione (come poliziotto ed essere umano)?

Peppino Mazzotta: – Sul Commissario Montalbano, l’idea era che si dovesse girare un paio di episodi, non una serie lunga. Avrebbe dovuto essere solo un omaggio che la RAI aveva deciso di rivolgere a Camilleri, che aveva lavorato per tanti anni alla TV nazionale. Prendere un paio di suoi romanzi e mostragli un sentimento di riconoscimento e apprezzamento. La “sfortuna” fu che quei due episodi fecero degli ascolti inimmaginabili, assurdi, e da lì cominciò la serie. Io ho sempre continuato a fare teatro, anche mentre facevo la TV, però, chiaramente, l’attività di Montalbano mi prendeva molto tempo.

Il legame con il teatro c’è sempre stato. Poi ho fondato una mia compagnia a Napoli, iniziata 10 anni fa, che ha fatto tante cose importanti, con altri colleghi. In seguito di Montalbano, è arrivato anche il cinema. Se è vero che il talento ci vuole, altrimenti non ti cerca nessuno, è altrettanto vero che dipende anche da chi incontri, coincidenze che ti allacciano ad altri percorsi professionali. L’ispettore Fazio è stato un personaggio che mi ha dato molto, a cui sono molto affezionato, e anche gli spettatori gli vogliono bene. Perché è una persona talmente pulita, talmente precisa, di cui ci si poteva fidare, pubblico ha simpatizzato con lui. Ma è un personaggio letterario, nella vita reale gli esseri umani sono più oscuri.

Il lavoro di Montalbano era un lavoro molto serio, nel senso che noi avevamo la partitura di Andrea Camilleri, ci dovevamo confrontare con lui. Eravamo tutti molto concentrati perché Camilleri era una presenza, comunque. Quindi, anche dopo vent’anni, eravamo sempre concentratissimi perché, nonostante Andrea fosse una figura simpaticissima, ne sentivi il peso specifico, la caratura. Perché lui leggeva le sceneggiature, diceva delle cose, insomma, era presente. Non era una figura lontana, quindi ci ha lasciato qualche cosa di grande. Un incontro importante. Non solo Camilleri, tutto il contesto. A me ha lasciato qualcosa di importante anche perché quell’impegno ha coperto gli anni più importanti per un essere umano, cioè tra i 25 e i 45, gli anni più significativi. Quindi, io, in quegli anni di crescita, di formazione, che sono gli anni in cui si passa dall’essere un ragazzo, giovane adulto, ad adulto, li ho tutti collegati a ricordi che riguardano Montalbano, fa parte integrante nella mia vita. E poi l’incontro, non solo con Andrea, ma con Sironi, che era un grandissimo regista, un grandissimo intellettuale, pure lui simpaticissimo, una persona di grande grande peso culturale.

Lei, a calcare la scena, ha però iniziato con il teatro nella sua regione di origine, la Calabria, una terra non facile.

P.M: – Sì, ho iniziato con il teatro ai tempi dell’università. A Palmi venne aperta l’Accademia d’arte drammatica della Calabria — Scuola di teatro di Palmi. All’epoca io gravavo economicamente sui miei genitori e questa scuola prometteva una borsa di studio, come mi disse allora un amico. Mi iscrissi pensando che fosse una cosa divertente, ed allo stesso tempo potevo alleggerire la mia famiglia dai costi dell’università. (L’accademia di Palmi era interamente finanziata e accreditata dalla Regione Calabria e dal Fondo sociale europeo, i corsi erano completamente gratuiti per gli allievi, i quali inoltre beneficiavano di rimborsi spese e indennità di frequenza- Ndr). Iniziai a frequentare la Scuola di teatro, che poi prese il sopravvento sugli studi universitari perché iniziai a lavorare come attore molto presto: dopo il primo anno di accademia entrai nella compagnia di Giorgio Albertazzi perché cercava un ragazzo molto giovane per uno spettacolo. Ad un certo punto non sono più riuscito a portare avanti entrambe le attività. In quegli anni le tournée erano lunghe, duravano 5-6 mesi, Albertazzi girava tantissimo. Ho fatto due anni con la Compagnia, un periodo particolare, importante. Poi sono passato al teatro Stabile di Parma, e poi a Napoli. All’epoca era così, oggi, purtroppo, non più. Ho recitato tutti gli innamorati di tutti i testi possibili: ero un ragazzo, quindi un ruolo che calzava benissimo. Dopo 7-8 anni di questa vita è arrivato Montalbano. So che nell’immaginario più popolare non c’è questa visione di me che faccio teatro, ma io ho sempre fatto teatro. Ho sempre fatto teatro e scrivo per il teatro, da sempre. Spesso succede che la gente viene al teatro perché magari è attratta da Montalbano, poi però si trova di fronte a qualcosa che è molto diverso da quello che ero io in quel contesto.

Per quanto riguarda la Calabria, quando ero ragazzo, era una terra da cui si andava via. Quindi, diciamo, era quasi un’abitudine mentale di tutti i giovani, pure la mia. Io mi sono trovato per caso ad andare via, nel senso che ho pensato di lavorare, quindi essendo un lavoro da nomade, quello dell’attore, automaticamente sono andato via dalla Calabria. Adesso, fortunatamente, le cose sono molto diverse. È una terra che si è evoluta tantissimo, ci sono strutture, c’è teatro, c’è cinema, c’è televisione, quindi adesso, per i giovani, è diverso rispetto a quello che è stato per me.

In realtà, io sono andato via e poi sono tornato, adesso, da grande, sono tornato nella mia terra, perché ho un legame molto forte con essa. Sono stato un contadino, la mia infanzia, la mia adolescenza è stata da sottoproletario, lavoravo nei campi, e quindi avevo questo desiderio. Sono tornato a viverci, perché la mia compagna adesso lavora in Calabria, e quindi da Roma ci siamo spostati, figli, tutto. Sono tornato a viverci per lei, ma ne sono felicissimo. Si vive in maniera un po’ più rilassata rispetto a quello che potrebbe essere Roma, Napoli, le grandi città.

Serie tv di successo, cinema e teatro “impegnato”: avrebbe immaginato tutto questo quando ha iniziato a frequentare la scuola di recitazione?

P.M.: – Sono stato molto fortunato, non solo per aver incontrato le persone già citate, ho avuto contatti anche con Cesare Garboli, ho avuto rapporti con degli intellettuali, casualmente e non perché li ho cercati. Altre persone erano meravigliate che conoscessi Garboli, dicendomi, “ma come, tu conoscevi Garboli?” Come mai? Non lo so. Ad un certo punto, ho interpretato ll tartufo di Toni Servillo, con la traduzione di Garboli.

E poi, da allora, non so, capitava per caso…. come ho avuto un rapporto abbastanza lungo con Elvira Sellerio, che si era affezionata a me, quindi mi invitava spesso a cena. Andavo a quelle cene che sembravano… ancora adesso le ricordo come qualcosa di mitico, perché tu avevi di fronte una figura centrale della vita della letteratura di questo paese, la storia della letteratura di questo paese quindi, durante la cena, le chiedevo che mi parlasse di Sciascia, di Bufalino, personaggi che erano amici suoi. Oggi ci penso e dico, “cavolo, mi sono capitate delle cose veramente curiose”, ho incontrato personaggi che normalmente una persona, anche con il mio mestiere, non incontra. Mi ritengo fortunato anche per questo.

Oggi, dopo innumerevoli apprezzamenti del pubblico e della critica, sembra essere tornato al punto di partenza, sulla scena teatrale. Un luogo più intimo rispetto alle riprese cinematografiche o televisive, in dialogo diretto con gli spettatori. Una scelta ponderata, un grande amore latente, i dettami di una più matura attività artistica?

P.M.: – Certo, col passare del tempo, col passare dell’età, ho fatto altre valutazioni, ovvero, quando una cosa penso che valga la pena di essere raccontata, io ci provo; poi mi può venire bene, mi può venire male, ma ci deve essere qualcosa che mi interessa e che penso possa interessare alle persone. E’ il caso della vita di Alan Turing, un personaggio della storia recente non molto noto, ma quando gli spettatori vedono lo spettacolo (più avanti in dettaglio – Ndr) si fanno delle domande “ah ma tutte queste cose, beh sì è un personaggio molto importante per la nostra vita quotidiana perché noi usiamo i computer, ormai, i telefoni cellulari, abbiamo l’intelligenza artificiale

Il “teatro impegnato” perché è un teatro che fa spettacolo. In genere i testi, le cose, le cerco; se penso che quel testo o uno spettacolo che mi viene proposto, come nel caso di Turing, per cui sono scritturato da un Teatro stabile, se penso che quella cosa lì possa dire qualcosa in quel momento, nel presente, allora faccio. Turing, convengo sia una figura importantissima raccontarla oggi, noi che viviamo immersi nell’intelligenza artificiale.

Oggi siamo anche in un periodo storico di grande discriminazione, quindi Radio Argo Suite mi sembra che parli di contesto odierno; ciò che diceva Agamennone sembra detto da Trump, ma il nostro testo è stato scritto 15 anni fa. Poi ogni sera, in scena, qualche volta lo faccio rassomigliare a Trump, a volte più a Mussolini. E’ il tema importante, ne sono cosciente. Rifletto e penso che ciò possa offrire degli spunti di pressione, di visione più ampia: allora si fa, quando penserò che non li offra più non si farà più, si farà altro.

Radio Argo Suite, del drammaturgo Igor Esposito, non è un lavoro recente ed ha già ricevuto molti riconoscimenti per il testo e le sue interpretazioni attoriali. Oltre essere la rivisitazione di un’importante opera del teatro greco, l’Orestea di Eschilo, quale motivo la riporta nuovamente sul palco? Si vuole forse rammentare che i conflitti tra singoli individui o interi popoli sono cardini strutturali dell’esistenza umana? Un “vizio” dove si inciampa costantemente?

P.M: – Questo spettacolo era nato in una versione più canonica, quando è uscito il testo. La drammaturgia è stata scritta dal poeta napoletano Igor Esposito, che era un insegnante di storia dell’arte, un mio amico da sempre. Abbiamo scritto tante cose insieme, anche per il teatro, abbiamo scritto anche un romanzo per Rizzoli, insieme. E nelle conversazioni che facevamo, che facciamo ancora, io dissi “sai, sarebbe bello ragionare su l’Orestea, è purtroppo una tematica che parla sempre al presente.”

Allora abbiamo cominciato a scambiarci appunti, suggestioni, e a un certo punto lui ha cominciato a scrivere e mi ha consegnato un materiale molto ampio, lui scrive tantissimo, da cui io poi ho ricavato la partitura per mettere in piedi lo spettacolo. Il testo è suo, di Igor, io ho fatto copia e incolla, aggiustato, tagliato, perché era gigantesco. Però è nato dalle nostre conversazioni. Abbiamo condiviso tutto, sono anni che scriviamo insieme, quindi ho fatto un spettacolo vero e proprio, nel senso che c’erano i costumi, c’era la scena, non c’erano i musicisti, c’ero solo io, però c’era una scenografia; insomma, uno spettacolo vero e proprio. È stato molto fortunato, ha vinto il premio della critica. Poi a un certo punto l’abbiamo lasciato da parte.

Invece, due anni fa, dal Festival di Gibellina, mi hanno chiesto se volevo fare qualcosa. Io non avevo niente di nuovo, perché ero preso da altre cose, e allora ho pensato di riprendere in mano quel testo, di ricollocarlo, ho chiamato Massimo Cordovani, il compositore delle musiche, che suona la chitarra, proponendogli di realizzare un’opera musicale, “facciamo una Suite”. Abbiamo lavorato su questa cosa, e quindi adesso non è più quello che era, anzi, non c’entra niente con quello che era.

Sono più contento di questa versione perché, ultimamente, io e molti altri con cui mi mantengo in contatto, drammaturghi, soprattutto registi, si sta ragionando su quest’idea del levare il più possibile la parte di rappresentazione, lasciare la partitura drammaturgica e la suggestione, ma togliere la rappresentazione, quindi le azioni, fingere le azioni, asciugare, portare tutto al minimo. A me sembra già molto asciutto, e questo è un ragionamento che io sto facendo su molte altre cose, non solo sul teatro. Cioè, di ridurre al minimo in un momento in cui siamo pieni di stimoli; di ridurre al minimo tutto quello che è rappresentazione, nel senso di riproduzione, e lasciare tutta la suggestione. In fondo questo racconto qui lavora solo sulla suggestione, perché tu non vedi niente di quello che si racconta, no?

Poi siamo stati a Gibellina, al Cretto di Burri, che è suggestivo di suo, è un luogo magico l’opera di Burri. Lo abbiamo pensato per Gibellina perché loro me lo hanno chiesto, e doveva finire lì. E invece ha preso un’altra strada, abbiamo vinto pure dei premi. Ma è nato così, doveva morire lì, in effetti doveva durare solo due episodi.

Lei sta portando in scena anche “Enigma”, prodotto dal Teatro Biondo di Palermo, sulla storia di Alan Turing, il matematico-informatico britannico che decifrò il Codice Enigma nazista.

P.M.:- Il tour è ormai terminato, l’abbiamo rappresentato ad ottobre, novembre, dicembre. Non di fila, purtroppo. Insomma, periodi lunghi di tournée fino ai primi di febbraio. Si parla che riprenderà con la prossima stagione invernale. Enigma è un altro lavoro, completamente diverso da Radio Argo Suite, ha tutta un’altra dimensione perché è un spettacolo più tastabile, diciamo. Però è molto interessante il personaggio, è centrale ai giorni nostri. Il testo è bello, di Hugh Whitemore, un autore inglese molto bravo. Sono molto contento anche di questa opera, che ha un codice estetico-poetico un po’ lontano dal mio, ma nel quale mi sono trovato comunque bene. Non sono da solo, siamo nove attori. Io interpreto Alan Turing, al quale intorno ruotano altri gli personaggi. La Seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta, praticamente grazie a lui, di cui si conosce poco, persona anche discriminata per la sua omosessualità, processata, condannata.

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Sabato, 18 aprile 2026 – Anno VI – n°16/2026

In copertina: Peppino Mazzotta – Immagine courtesy Pico Studio

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