domenica, Maggio 10, 2026

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Bolivia – Decolonizzare lo sguardo e sapersi adattare a una realtà totalmente diversa

Parlano tre ragazze italiane, nel paese andino per il Servizio civile universale

di Manfredo Pavoni Gay

Valentina, Aurora e Francesca hanno partecipato al bando per il Servizio Civile Universale, un progetto di volontariato ricompensato, in Italia o all’estero, a cui possono accedere giovani entro i 29 anni.

Manfredo – Mi trovo in Bolivia a La Paz, dove sono venuto per fare un volontariato di tre mesi per la Fundacion Paulo Freire. Nella casa dei volontari incontro tre giovanissime ragazze italiane, che da otto mesi vivono qui e fanno parte del Servizio Civile Universale all’estero. Così decido di farmi raccontare un po’ della loro esperienza.

Come hai scelto la Bolivia, Valentina?

Valentina – Mi chiamo Valentina ho 28 anni, sono una pedagoga; fino a 29 anni compiuti si è ancora in tempo e io ho scelto di fare il servizio civile nell’area di pedagogia e soprattutto di farlo dall’altra parte del mondo. Ho scelto l’America Latina perché lavorando a Milano nelle scuole, ho trovato numerosi adolescenti che provengono dall’America del Sud, ed ho pensato che immergendomi nel contesto da cui provenivano potevo capire meglio il loro disorientamento e sradicamento. Avevo una relazione educativa con una ragazza boliviana nel centro giovanile in cui lavoro nel quartiere del Giambellino, convenzionato con il Comune di Milano, che non riuscivo a capire; era difficile entrare in relazione con lei; poi, un giorno mi ha detto “è morta mia nonna e devo tenere il lutto un anno”; lei non poteva neanche venire alle gite perché doveva “portare il lutto”. Nel mio immaginario, la Bolivia era un posto sconosciuto, ed anche corrono poche informazioni sulla Bolivia in Italia: credo sia il paese meno occidentalizzato dell’America Latina.

Tu, Aurora come mai hai scelto la Bolivia?

Aurora – Io sono laureata in lettere e ho iniziato a lavorare con minori stranieri come insegnante di italiano, ho lavorato in una Casa per donne migranti. Anche a me non bastava incontrare stranieri in Italia e avevo il desiderio di lavorare nell’ambito educativo. Mi ha interessato la Bolivia, un Paese che difende con forza la sua cultura, le sue tradizioni; per la sua cosmogonia andina per la sua spiritualità ancora molto viva, qui ci sono sciamani, curanderi, ci sono gli spiriti come Aba Achachila, gli spiriti che ti accompagnano nei viaggi; c’è uno spirito che ti succhia l’anima, l’Awai; c’è questo senso delle visioni, dell’idea magica. Se hai un trauma, ci diceva la nostra collega che lavora con gli adolescenti, rischi di perdere la tua anima il tuo Aiwuawo, la tua essenza, lo spirito che hai perso e dunque devi chiamare uno sciamano e con il tuo cibo preferito fa una ritualità per richiamare l’anima che hai perso, quindi è un modo per curarsi, anche se in un modo magico il problema del trauma che è reale. E’ molto importante qui offrire delle cose, dei doni alla Pachamama (Madre terra). Per esempio quando si va in montagna i nostri colleghi boliviani chiedono il permesso alla Pachamama per entrare e nel contempo le offrono una vivienda, che in genere sono le foglie di coca. Quindi la lettura della realtà in Bolivia avviene anche con la lettura magica degli eventi. E questo avviene non solo tra la gente semplice ma anche tra i nostri colleghi psicologi educatori sociologi, psicologi con cui lavoriamo.

Per esempio, tra i nostri colleghi boliviani nessuno prende medicine se hanno dei malanni. Ricorrono ad altri rimedi, ai curandero, a delle ritualità che, prima, con una visione occidentale, eurocentrica, avrei giudicato male o comunque deriso. Da quando siamo qua abbiamo imparato a sospendere il giudizio.

E questa sospensione del giudizio, dice Valentina, è una cosa che adottiamo non solo nei confronti dello sguardo magico sulla realtà ma anche nelle pratiche educative e in tanti altri aspetti della vita proprio perché questa esperienza di 11 mesi in loco è così immersiva e profonda che non potremmo fare altro. Per fortuna la nostra associazione italiana che ci ha offerto questa possibilità di fare il Servizio Civile in Bolivia ci ha preparati a quello che avremmo trovato e la formazione è stata fondamentale.

Tu Francesca sei la più giovane, 20 anni compiuti in Bolivia, partita a 19 anni per una esperienza così potente e anche difficile. Come hai vissuto questi mesi?

Francesca – Io avevo iniziato l’università architettura, ma non ero convinta della scelta, e quindi ho deciso di sospendere la mia scelta universitaria e provare a fare questa esperienza in ambito educativo. Per questo ho scelto Gondwana, la ONG italiana che gestisce i progetti di Servizio Civile, e di venire qui in Bolivia. Anch’io sono stata attratta dal fatto che in Italia si sa poco della Bolivia e del suo popolo. Non volevo farlo da turista, come ho fatto in Africa per tre mesi in un viaggio con la parrocchia, ho pensato che fosse meglio farlo con più tempo e lavorando con i boliviani. L’unica esperienza di volontariato che finora avevo avuto, era in un dormitorio della Caritas a Savigliano (TO), dove facevo la volontaria nei week end, dove c’erano degli immigrati.

Quindi a parte i giorni della formazione a Roma prima di partire vi siete conosciute qui a La Paz e dove avete iniziato a lavorare una volta arrivate in Bolivia?

Valentina: All’inizio ci avevano detto che saremmo andate tutte a lavorare in un centro per minori pomeridiano, poi quando siamo arrivate, come accade spesso nei paesi latinoamericani le cose sono sempre un po’ diverse e c’è stata proposta una doppia possibilità; cioè, oltre il centro per minori di partecipare ad un nuovo progetto legato alla prevenzione della violenza di genere ed educazione sessuale con gli adolescenti nelle scuole superiori. Una cosa che ci ha subito appassionate visto anche le difficoltà di farlo nelle scuole pubbliche italiane. Quindi in questi mesi Aurora e Francesca si sono occupate di più del centro per minori pomeridiano, mentre io che sono già laureata in Pedagogia e ho già avuto esperienze di laboratori con adolescenti sulle tematiche di genere, sono andata a lavorare nel progetto di prevenzione alla violenza di genere e educazione sessuale nelle scuole. Inoltre, io e Francesca non parlavamo spagnolo lo abbiamo imparato qui lavorando.

Aurora aveva vissuto in Spagna e quindi lo sapeva già, ed era più avvantaggiata nel lavoro coi ragazzi. A me spaventava dover lavorare con adolescenti che praticamente avevano la mia età, quindi, sono andata a lavorare nel centro di Pampasi con Aurora che si occupa di rafforzamento scolastico coi minori in difficoltà.

Però, era importante per noi conoscere anche il progetto di prevenzione sessuale e di educazione di genere, quindi ci siamo inter-scambiate nei vari progetti per poter avere una panoramica globale delle attività in cui sia possibile inserirsi come volontarie del servizio civile universale.

E tu Valentina che metodologia utilizzi per lavorare nelle tematiche dell’educazione sessuale?

Valentina – Da un punto di vista pedagogico ho utilizzato una metodologia attiva e partecipativa, legata ai linguaggi espressivi. Il tema dell’educazione sessuale viene affrontato non dal punto di vista frontale, ma viene raggiunto dai partecipanti come una scoperta; quindi, proponiamo attività che ti portano a scoprire cos’è la sessualità per te, cosa significa appartenere a un genere, e soprattutto viene fatto attraverso un medium, che può essere la scrittura, la rappresentazione grafica, la ricerca. Ciò che mi ha colpito da un punto di vista professionale è che le cose che vengono proposte nelle scuole boliviane sono molto allineate col il dibattito pedagogico contemporaneo anche in Europa, la qualità del lavoro pedagogico qui in Bolivia è altissimo; i colleghi boliviani sono preparatissimi, pur non avendo né aspettative, né pregiudizi, mi ha sorpreso nel vedere quanto sia puntuale questo allineamento col dibattito pedagogico europeo. E ‘molto importante la fase di progettazione e di test che facciamo con le colleghe boliviane prima di proporre i laboratori nelle classi.

E come funziona il rapporto con gli adolescenti?

Noi ci siamo trovati anche da sole a seguire i laboratori sull’educazione sessuale e per gli adolescenti è comunque una sorpresa la proposta di lavoro in una dinamica di gruppo, poiché sono abituati a lavorare frontalmente e quindi nonostante gli imbarazzi tipici della loro età rispetto a una lezione che verte su tematiche legate alla sessualità al genere, sono molto curiosi e interessati ai laboratori che proponiamo, anche perché possono sperimentarsi utilizzando diversi linguaggi espressivi che non usano nelle lezioni frontali.

Aurora: Io, per esempio, sto lavorando con le mamme del mio centro scolastico su laboratori di auto cuidado (auto cura). Mi sono accorta che molte mamme sono così caricate del “cuidado” degli altri, dei figli, della casa, del problema dei soldi, che non si ascoltano più, neanche ascoltano il loro corpo e quindi il primo laboratorio sarà sul proprio corpo, cosa mi fa bene, cosa mi fa male. Molto banalmente partiamo dal loro corpo, cosa gli fa male, dove sentono tensione, anche perché la vita in Bolivia è faticosissima, solo per aver acqua e gas in casa devi farti  carico di trasportare pesi come le bombole o i contenitori di acqua; poi c’è la spesa, che devi spesso portare in salita, essendo La Paz tutta in salita; una vita molto faticosa dal punto di vista fisico e non vanno mai da un medico, dunque per loro è fondamentale che qualcuno si occupi della loro salute; quando dai uno spazio e persone pronte ad ascoltare per loro è emozionante, seppur culturalmente poco abituate a parlare di sé: in quel momento è cose se si aprisse una diga.

Le esperienze personali che portano nel laboratorio, lo abbiamo già sperimentato in passato, è magari iniziato da pochi minuti e raccontano esperienze traumatiche che, nello stereotipo italiano, te le devi lavare a casa tua: sono incredibili. Per questo, mi sento di dire che in Italia c’è un maggior rimosso a causa di un giudizio sociale, mentre qui in Bolivia c’è un grande bisogno di raccontarsi, perché a differenza dell’Italia non c’è la possibilità di accedere con facilità alla figura professionale del counselor o dello psicologo. Grazie ai nostri colleghi e alla nostra tutor del servizio civile, l’esperienza in Bolivia ci ha permesso di approfondire e metterci in gioco in queste attività con più facilità che in Italia dove, per esempio, l’educazione di genere e sessuale solleva ancora molte resistenze e difficoltà.

Valentina: la differenza con i laboratori che ho condotto per genitori in Italia, è che appunto in Italia un incontro sulla genitorialità non ci pone il problema del benessere dei genitori della loro capacità di prendersi cura oltre che affrontare i problemi con i figli, le regole, i no, si parla solo di figli, mentre qui si lavora su se stessi; raccontare come eri tu quando avevi l’età dei tuoi figli, come è stata la tua adolescenza. Quindi abbiamo trovato una grande attenzione da parte di questi adulti a raccontare le ferite del proprio sé rispetto a quello che abbiamo visto in Italia. C’è una grande attenzione a essere coscienti del proprio passato, narrarlo e forse trasformarlo, cosa che in Italia nei medesimi contesti educativi non abbiamo incontrato.

Francesca: Secondo me è anche importante dire che questo lavoro non viene fatto solo con i genitori, ma anche con gli insegnati, ed è questa è un’altra novità. Facciamo dei laboratori di auto cuidado con i professori; per esempio cercare di narrare “cos’ero prima di diventare professore e chi son ora che insegno?” Quali esperienze o incontro a personae con uno studente mi ha portato a fare certi ragionamenti, quali emozioni mi hanno suscitato. Per esempio, noi abbiamo fatto una formazione durante questi mesi di servizio civile universale su come parlare di emozioni ai bambini. Quindi non si tratta di un progetto solo di sostegno scolastico ma è molto più ampio e integrato nei confronti anche dei genitori. Io, per esempio, sono arrivata a 19 anni, senza un laurea senza una formazione o esperienza professionale e grazie al Servizio Civile Universale in un anno ho imparato tantissime cose, mi sono potuta mettere in gioco e ho anche avuto il sostegno di persone esperte, che mi hanno aiutato in un modo che mai mi sarei immaginata in Italia. Quindi il Servizio Civile Universale è davvero democratico e includente, lo può scegliere una persona come Valentina che ha una laurea, un master ed esperienza sul campo, ma lo posso scegliere anch’io, che non ho una formazione e, inoltre, mi è servito per farmi delle domande. Arrivavo da un liceo linguistico, ho scelto di frequentare un anno di architettura senza sapere neanche bene il motivo, e con il Servizio Civile Universale, ho trovato un ambito di lavoro completamente nuovo, e ora che torno in Italia, ho delle esperienze, ho delle competenze, magari posso pormi il problema di cosa fare da grande con una maggior consapevolezza.

Quindi si può dire che il Servizio Civile rappresenti un momento di rottura della quotidianità e degli schemi in cui siamo cresciuti?

Francesca e Aurora – Per noi, ma penso anche per Valentina e Aurora, assolutamente si. Certo è una cosa che spaventa e fa paura perché non è facile lasciare tutto, amici, lavoro, studio e venire qua senza bene sapere cosa ti aspetta e cosa dovrai fare. Ci vuole un grande flessibilità, una capacità di improvvisare e di adattarsi, e se non ce l’avevi prima, qui sicuramente abbiamo avuto possibilità di allenarla, anche nelle condizioni quotidiane, come hai visto anche tu: c’è lo sciopero dei trasporti da una settimana, siamo senza gas, la doccia è fredda, a 3700 metri d’altezza non abbiamo riscaldamento in casa nonostante la notte il termometro scenda verso lo zero. Io (Aurora), per esempio, avevo vissuto in case occupate e pensavo di averle viste tutte, ma ti assicuro che qui non è stato facile.

Per concludere vorrei chiedervi, tra qualche mese quando tornerete in Italia qual è l’emozione, la tonalità affettiva, una abilità che porterete con voi o qualcosa che vi ha profondamente cambiato?  Intanto va detto siete state brave, direi resilienti, a portare avanti il Servizio Civile fino a ora. Dopo due settimane che sono qui, pur avendo vissuto in altri Paesi dell’America Latina, devo dire anche per le condizioni climatiche, a 3700 metri di altezza non è un posto facile per vivere.

Valentina – Infatti, io direi che qui in questi mesi ho imparato l’arte della improvvisazione, che in Italia non avevo mai acceso. Qui l’improvvisazione, che non vuol dire assolutamente mediocrità ma vuol dire far fronte al fatto che le cose cambiano con una estrema velocità e le sorprese non mancano mai, diventa una necessità. Qui ho imparato che la improvvisazione può rappresentare una importante risorsa, e che ti tira fuori delle cose che vengono bloccate da una eccessiva organizzazione, troppo rigida. Tante volte mi sono chiesta oddio come faranno ora a fare questo laboratorio a gestire i ragazzi, perché a me con il mio sguardo europeo mi sembravano impreparate e pensavo ora si schiantano e invece poi scoprire che ci riuscivano egregiamente. Questo vuol dire avere delle risorse che non pensavi di avere.

Aurora: Io ho visto condizioni molto pesanti sui bambini, sulle loro condizioni igieniche o emotive che mi hanno fatto anche stare male, ma ho imparato a decentrarmi, prendere le distanze, non avere l’atteggiamento di quella che arriva dall’Europa e pensa di risolvere tutti i problemi. Non avere uno sguardo colonialista, provare a mettersi un po’ da parte, avere un ruolo di osservatore accompagnatore ben sapendo che loro dovranno andare avanti, e lo sanno fare benissimo anche senza di te. Molti arrivano qui con l’idea “ora faccio questo, ora faccio l’altro” e poi trovano una situazione disorganizzata dove anche la comunicazione è molto diversa dal nostro modo di comunicare e rimangono frustrati e delusi. Ecco noi qui abbiamo imparato a decolonizzare lo sguardo e anche il modo di fare.

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Sabato, 18 aprile 2026 – Anno VI – n°16/2026

In copertina: da sx Francesca, Aurora, Valentina – Foto: Manfredo Pavoni Gay

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