martedì, Febbraio 17, 2026

Arte

Antonio Ligabue

Il ruggito dell’anima

di Giulia Fabrizi

Dal 26 dicembre 2025 al 10 maggio 2026, in occasione del sessantesimo anniversario della sua morte, il suggestivo setting degli Arsenali Repubblicani di Pisa propone una straordinaria mostra antologica prodotta da ARTIKA (di Daniel Buso ed Elena Zannoni) con il patrocinio del Comune di Pisa e della Fondazione Augusto Agosta Tota per Antonio Ligabue, e curata da Mario Alessandro Fiori, segretario generale della Fondazione, unitamente alla Direzione Artistica di Beside Arts.

Oltre 80 opere ripercorrono l’attività di questo tormentato, ma assolutamente geniale artista autodidatta, per il quale l’arte ha rappresentato un’esigenza profondamente connaturata, un canale privilegiato per visualizzare, comprendere e sublimare le sofferenze derivanti, esternamente, dalla difficoltà di integrarsi in una ordinata vita sociale, e, internamente, le contraddizioni della psiche, nello sforzo sempre urgente di comunicarle.

Lo spettatore potrà apprezzare la singolarissima arte di Ligabue declinata nella triplice forma del dipinto a olio, del disegno e delle incisioni, e della scultura. Nelle sei ricche sale, le opere esposte sono ripartite tematicamente, non cronologicamente – e la scelta risulta quanto mai azzeccata.

Se dal punto di vista tecnico-pittorico, infatti, si nota il passaggio dalla pittura degli anni Trenta del Novecento – caratterizzata da una palette di colori pastello applicati con pennellate distese a realizzare volumi rotondi e sfumati, che emergono senza essere ritagliati da contorni netti (Leopardo con bufalo e iena, 1928; Leone sulla preda, 1931; Fattoria, 1935) – alle pennellate materiche, brevi e nervose, ai colori vividi che dagli anni Quaranta renderanno inconfondibile lo stile neoespressionista di Ligabue, altrettanto evidentemente risulta che la sua vita artistica è attorta in una ricerca perpetua e insistita, poiché le domande rimangono sempre inevase.

Antonio Ligabue, Testa di tigre, olio su tela, 1957

I soggetti iconografici si ripetono di ambiente in ambiente, nei decenni. Lotte tra animali, assalimenti, predazioni mettono in scena esplicitamente, seppur simbolicamente, quello che lo sguardo dei tanti autoritratti lascia solo intravedere: sotterranea, sempre, è in agguato la tigre. L’aggressività violenta e istintiva che cadenza il ritmo vita-morte-vita, e che, nascosta nella psiche, a volte riaffiora e ci sopravanza, e ci spaventa. Tutto questo mostra Ligabue nella resa ossessiva delle fauci spalancate o dei morsi digrignati, degli artigli, degli occhi serrati, che poco differisce da animale a animale e tra animale e uomo. Mostra Ligabue, o l’animale per lui vicario, nella ricerca perenne di un contatto diretto con l’osservatore, la verità che razionalmente vogliamo sotterrare, ma che inevitabilmente, prepotentemente, riemerge, perché ci accomuna. E ci atterrisce. La sua particolare situazione psichica gli ha reso solo più semplice il compito, perché la fossa scavata era meno profonda. Ligabue vede ovunque corrispondenze, schemi analogici tra i vari elementi naturali, e attraverso direttrici, linee e colori li ricompone in una tela: gli intricati intarsi di corna e ramificazioni in Cervi, 1956 e di piumaggi e cortecce e grete in Fagiani, 1961 ne sono esempi lampanti. Soffermatevi, perciò, di fronte ad ogni opera come a un sacrario dischiuso, e attingerete a un piccolo frammento di verità.

Negli ultimi tre anni sono state organizzate numerosissime mostre dedicate al pittore svizzero in tutto territorio nazionale, a Lecco, a Bologna, a Barga, a Sorrento, a Trieste, a Fermo e molte altre potremmo elencarne. Questo conferma un successo diffuso e indiscutibile tra il pubblico, anche il meno colto – come testimoniava lo stesso Augusto Agosta Tota –, dovuto evidentemente alla popolare e al contempo raffinata eleganza della sua pittura, ma soprattutto alla carica emotiva che ne promana. Non soltanto le sue sculture, com’è naturale che sia, ma persino i suoi oli hanno un rilievo tale da essere percepiti come tridimensionali: la sovrapposizione di più livelli di colore –  perché “lui il pennello non lo strisciava, lo appoggiava”, insomma picchiettava, depositava il colore sul supporto – dà corpo agli elementi e ai soggetti dei dipinti, li carnifica, li rende vivi e pericolosamente pronti a balzar fuori dal piano di stesura, o, in alternativa, conferisce loro una profondità che attrae e ingloba lo spettatore (ancora Cervi, 1956); anzi, talvolta lo divora.

La straordinarietà assoluta di Ligabue, forse, risiede nel fatto che la sua pittura – furiosamente libera, selvaggia, “che non aveva nulla delle formalità, nulla delle falsità del mondo che lo circondava”, non è un’espressione parziale, ma evoca la radice stessa dell’arte, dello studio, e, a voler citare Umberto Galimberti, dell’amore: è la possibilità di entrare in contatto con le zone più irrazionali od oscure del sé, con la follia che è madre del genio e della creatività, con la certezza rassicurante di poter recuperare il controllo e tornare alla ragione. In questo senso, l’arte di Ligabue non fu di sollievo soltanto per lui. È di sollievo anche per noi. Nella povertà più totale, di mezzi – Antonio si serviva di materiali di scarto come la faesite, né poteva permettersi il necessario per realizzare i disegni preparatori dei suoi dipinti – e di serenità interiore, nella carenza inficiante delle capacità fisiche e cognitive dei cosiddetti “normodotati”, Ligabue lascia esplodere la vita, in tutta la sua tragica maestosità.

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ANTONIO LIGABUE – Il ruggito dell’anima

Pisa, 26 dicembre 2025 – 10 maggio 2026

Arsenali Repubblicani

Via Bonanno Pisano 2 (accesso da Piazza Terzanaia)

https://www.artika.it/mostra/antonio-ligabue-il-ruggito-dellanima/

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Sabato, 31 gennaio 2026 – Anno VI – n°5/2026

In copertina: Antonio Ligabue, Volpe con rapace, olio su tela, 1959

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