lunedì, Aprile 13, 2026

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Tunisia – Tutto deve cambiare affinché nulla cambi

Il filo rosso che lega Bourguiba, Ben Ali e Saïed è la repressione del dissenso femminile

di Camilla Forlani

I prigionieri politici hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella memoria collettiva della Tunisia post-rivoluzionaria. Uomini e donne hanno fatto del loro vissuto, spesso traumatico, talvolta violento e talvolta ineffabilmente umiliante, un pilastro della rinascita del paese.

Nonostante oggi questo passato ingombrante sia stato inghiottito da un inspiegabile vuoto di memoria, l’importanza di queste testimonianze ricade direttamente sulle narrazioni dominanti di una democrazia giovane, quella tunisina, oggi più fragile che mai. Le prigioniere politiche in particolare sono state ingiustamente relegate ai margini della narrativa della Rivoluzione dei Gelsomini a causa di limiti culturali, sociali ed economici che le hanno seguite ben oltre le mura della prigione. I racconti delle tunisine diventate prigioniere politiche aiutano a colmare la lacuna nella narrazione delle loro battaglie, facendo sì che le loro voci vengano amplificate nel rivendicare il loro spazio nel discorso pubblico in nome della dignità e della giustizia, oggi come ieri.

Il filosofo Giorgio Agamben, nella sua opera Homo Sacer riflette sull’interrelazione tra potere, legge e vita per quegli individui, come i prigionieri politici, le cui vite sono incluse nel sistema giuridico nella sola forma di esclusione.  Essendo esclusi sia dal sistema giuridico che da quello politico, i prigionieri sono solitamente soggetti al potere sovrano in misura tale da rendere la loro morte e la loro vita prive di valore. La loro vita in questa prospettiva diventa nuda vita, una vita svuotata del suo significato, una vita che può essere facilmente separata dall’essere sociale e politico, colonizzata e controllata dallo Stato. Il controllo, totalizzante sotto i regimi, viene esteso a ogni aspetto dell’esistenza degli individui. Il corpo diventa allora il terreno ideale per la repressione di stato, esercitata attraverso la violenza. Questo ovviamente vale sia per gli uomini che per le donne, ma lo Stato prende di mira il corpo e la sessualità delle donne in modo molto diverso rispetto a quello degli uomini: l’obiettivo, in primis, è infatti quello di disciplinarle. Questo era vero per le prigioniere politiche sotto i regimi dittatoriali di Habib Bourguiba e Zine El-Abidine Ben Ali, vittime della repressione istituzionale coatta che includeva detenzioni arbitrarie, divieti di viaggio e continue vessazioni, ma anche molestie sessuali e, in casi estremi, lo stupro.

In carcere, più che in qualsiasi altro luogo, i corpi delle donne diventano oggetto di repressione, e le molestie sessuali in tutte le forme sono impiegate come intrinseci mezzi di controllo. Le donne detenute per il loro attivismo condividono esperienze simili e tutte riportano di abusi psicologici, verbali, fisici e sessuali. Questi ultimi però, soprattutto in ambienti conservatori come quello tunisino, possono portare direttamente o indirettamente a una certa riluttanza della vittima a condividere pubblicamente l’esperienza di detenzione: spesso sono infatti la vergogna e l’umiliazione subite ad avere la meglio sul bisogno di giustizia. Nel mondo arabo-musulmano questo è particolarmente vero per quelle donne che, avendo subito violenze di natura sessuale durante la detenzione, si ritrovano davanti al paradosso di essere silenziate in virtù di ciò che di loro fa delle vittime. I loro aguzzini, consci del fatto che la condivisione di certi abusi subiti sia socialmente inaccettabile, raramente vengono chiamati a rispondere delle loro azioni.  Come se non bastasse, una volta scontata la loro pena ingiusta, le donne vengono rilasciate in quella che è a tutti gli effetti “una prigione più grande”, dove le politiche statali e il contesto politico risultano non solo scoraggianti, ma spesso e volentieri apertamente ostili alla loro verità.

Ovviamente il discorso non si ferma alla dimensione pubblica: per le donne in particolare, la famiglia rimane la priorità assoluta anche dopo la detenzione, e per molte proteggere i propri cari da attenzioni indesiderate e ulteriori violenze diviene l’unica cosa che conta. Le ex prigioniere politiche evitano così di parlare della loro esperienza per proteggere sé stesse e la loro dimensione più intima: quella familiare.  A questo proposito, Ibtihel Abdellatif, membro della Commissione per la Verità e la Dignità, ha dichiarato: “Le donne hanno subito le stesse violazioni degli uomini, ma hanno anche subito violazioni derivanti dal loro genere, sia da parte dei torturatori, che violano il loro corpo o rovinano la loro gioia di essere madri, sia da parte della società, che le ritiene responsabili delle violazioni subite e infligge loro uno stigma che impedisce di superare il calvario. Si è trattato infatti di violazioni specifiche per le donne, che sono state usate per torturare anche le loro famiglie, minandone il valore sociale.”

La vicenda delle prigioniere politiche tunisine appare però un unicum: le condizioni sociopolitiche di cui secondo molti hanno goduto e ancora oggi godono, sarebbero infatti inconciliabili con il muro di gomma istituzionale che le aspettava fuori dalla prigione a regimi caduti. La Tunisia è infatti sempre stata percepita come una sorta di oasi liberale nella regione, e questo è dovuto in gran parte al Codice di Statuto Familiare approvato nel 1956.

Concepito come un connubio tra riformismo islamico e laico, tra religione e modernità, il Codice di Statuto Personale mirava a ridurre al minimo le disuguaglianze tra uomini e donne. Grazie a queste politiche, il defunto presidente Habib Bourguiba fu per lungo tempo considerato il padre modernizzatore della nazione e ancora oggi molti attribuiscono (erroneamente) l’ampia accettazione dei diritti delle donne da parte della società tunisina solo ed esclusivamente al suo carisma.

Questo, ovviamente, cancella con un colpo di spugna l’azione dei numerosi movimenti femministi cui aveva sottratto i legittimi meriti di aver creato un ambiente favorevole alla proliferazione dei diritti delle donne. Su questa scia, il presidente Ben Ali che ha succeduto Bourguiba nel 1987, ne ha portato avanti l’ingombrante eredità. Per quanto riguarda soprattutto la strumentalizzazione di diritti, entrambi hanno puntato su un’ istituzionalizzazione del discorso femminista che ne confinasse la portata politica. In assoluta continuità con Bourguiba, Ben Ali ha infatti promosso una forma estrema di femminismo di Stato, usandolo come deterrente nel contrasto al dissenso islamista. Il grado in cui il femminismo di Stato nel Paese abbia effettivamente funzionato come agente di emancipazione per le donne è limitato ai diritti civili di cui hanno beneficiato verticalmente, senza però mai raggiungere una genuina partecipazione politica. Ciò che ha realmente guidato la promozione di un innocuo femminismo di Stato sia nel caso di Bourguiba che di Ben Ali è stata l’urgenza di limitare, confinare e controllare il discorso femminista per monopolizzarne le lotte e la fitta agenda politica. Per questa ragione si è sempre dato ampio spazio di manovra alle organizzazioni delle femministe laiche che rientravano nei gangli istituzionalizzati, mentre le dissidenti, che fossero comuniste, indossassero l’hijab o si identificassero con il partito islamista Ennahda, hanno continuato a subire continue vessazioni.

Sonia Dahmani al momento dell’arresto, in diretta TV, avvenuto l’11 maggio 2024 – Fermo immagine dai social della figlia.

L’elemento più rilevante in questo senso è stata l’attenzione continua, quasi ossessiva, riservata all’hijab sia da Bourguiba che da Ben Ali. La controversia sul velo, sulla scia di un modernismo labile, ha intersecato aspetti fondamentali di presunto progresso in senso liberale, stravolgendo il significato di libertà di espressione, di culto e persino di diritto all’istruzione. Le restrizioni risalgono all’ascesa al potere di Bourguiba, che da subito applicò un rigido codice di abbigliamento laico. Nonostante inizialmente avesse sostenuto l’uso dell’hijab come forma di resistenza e distinzione dai francesi nella fase di decolonizzazione, una volta vinta la battaglia per l’indipendenza, l’hijab non serviva più al suo scopo, e il suo valore religioso e identitario venne rapidamente dimenticato, e venne vietato nelle scuole e negli uffici pubblici. Nonostante un’iniziale apertura all’identità islamica della Tunisia, Ben Ali ha poi rafforzato il divieto, poiché l’hijab nel Paese continuava, e continua ancora oggi, anche se in minor misura, ad essere associato all’Islam radicale.

Molteplici le testimonianze di donne che per aver sfidato questa imposizione sono state discriminate, quando non molestate, dalle autorità statali, come racconta Hamida Ahmed Ajengui. L’ex detenuta politica venne infatti imprigionata proprio in virtù della scelta “eversiva” di indossare il velo durante la presidenza di Ben Ali. Hamida ricorda di essere stata vittima di numerose vessazioni, culminate con il suo arresto nel 1991 in un libro uscito lo scorso anno che raccoglie le testimonianze di diverse ex prigioniere politiche in Tunisia. Qui racconta: “sono stata sottoposta a vari tipi di tortura: sono stata aggredita sessualmente, appesa per ore nella cosiddetta posizione del poulet roti (pollo allo spiedo) e minacciata di stupro”.

Sotto Bouguiba e Ben Ali, le prigioniere politiche erano sottoposte a torture sistematiche come quelle riportate da Hamida. Ovviamente queste avvenivano in segreto, ma in seguito alla Rivoluzione del 2011 sono diventate di dominio pubblico, determinando una generale presa di coscienza da parte della società civile. Fondamentale è stata l’istituzione della Commissione di Verità e Dignità che ha permesso alle vittime dei due regimi di testimoniare e chiedere compensazioni per le violazioni dei loro diritti fondamentali. Oggi però i valori trainanti della rivoluzione, quelli appunto di dignità, verità, e giustizia, sembrano essere stati dimenticati.

Parlare di giustizia di genere non è mai stato importante come lo è ora per la Tunisia. Proprio mentre questo articolo viene scritto, molte condanne motivate politicamente e arresti arbitrari continuano a negare ciò che è stato, e le testimonianze delle ex prigioniere, ottenute con grande difficoltà, non servono più allo scopo.

Questo è vero per l’avvocata Sonia Dahmani, arrestata per aver denunciato la diffusione del razzismo in Tunisia e per le sue dichiarazioni a denuncia del trattamento dei migranti subsahariani nel Paese. Per questo motivo ha subito diverse forme di umiliazioni da parte dei carcerieri, e in uno degli ultimi processi le è persino stato imposto di indossare il “safsari”, l’abito tradizionale tunisino molto simile a un burqa come condizione per entrare in aula. La pratica umiliante e ormai caduta ormai in disuso di obbligare le donne a vestire il safsari viene occasionalmente rispolverata nei casi in cui le autorità cerchino un pretesto per limitare le libertà individuali delle donne. Sebbene inizialmente si fosse rifiutata, Sonia alla fine ha ceduto, solo per essere informata che non poteva partecipare alla seduta, perché secondo il direttore della prigione in cui era detenuta avrebbe “superato il tempo consentito per prendere la sua decisione”.

Al cambiare dei regimi, quello che non cambia è il bersaglio delle politiche di genere con cui lo Stato asserisce il proprio controllo: il corpo delle donne rimane infatti il terreno preferito di repressione e limitazione del dissenso. La strumentalizzazione dell’hijab nel corso degli anni dimostra come, nella smania del dispotismo patriarcale, tutto debba cambiare affinché nulla cambi. Le donne, infatti, non vengono mai prese di mira solo in quanto tali, ma sempre e soprattutto in quanto agenti di cambiamento.

Lunedì 30 giugno, alla difesa di Sonia Dahmani è stato proibito di presentare la documentazione di un caso analogo, passando direttamente al verdetto con cui l’avvocata è stata condannata ad altri due anni di carcere.

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Sabato, 5 luglio 2025 – Anno V – n°27/2025

In copertina: Sonia Dahmani Foto: @achref_ouerghemmi_photographe

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