La ribellione dei braccianti nel Piemonte del caporalato
di Laura Sestini
E’ luogo comune pensare che lo sfruttamento dei braccianti agricoli, soprattutto stranieri, e non solo, sia una peculiarità esclusiva del Sud Italia.
Il caporalato è un fenomeno che nel meridione della Penisola ha radici più profonde, dovuto alla perenne carenza di posti di lavoro e, in anni più recenti, dall’arrivo di centinaia di migliaia di persone migranti da altri continenti a causa di guerre e conflitti e, infine, con i cambiamenti climatici, a causa della siccità e la scarsità di cibo per il sostentamento di base. La maggioranza dei lavoratori agricoli stretti nel caporalato non hanno documenti formali, né per lavorare, né per essere riconosciuti come aventi una identità ufficiale di persone. Spesso fanno parte del mondo degli invisibili.
Non che anche in passato, o in altre forme, i braccianti agricoli non siano sempre stati sfruttati fino all’osso, pensiamo ai contadini ai tempi del feudalesimo, ai grandi latifondi dei proprietari terrieri del XX secolo, e delle multinazionali e i colossi agroalimentari globali di oggi, che non si comportano diversamente, cambiano solo gli stili, risultando meno visibili di quelli che attuano i “caporali”, ovvero i mediatori tra la manodopera agricola e i datori di lavoro. Nei luoghi di caporalato, i braccianti hanno ritrovi precisi dove devono presentarsi molto presto la mattina, per poi essere scelti come capi di bestiame, secondo le necessità giornaliere e le simpatie del caporale, ed infine trasferiti nei campi.
Lo sfruttamento moderno della manodopera è legittimato dal modello economico neoliberista, attuato con forme sottili sulla prevalenza dei lavoratori regolari. La compagine del lavoro nero viene ulteriormente abusata attraverso i caporali e il caporalato, a tutte le latitudini, in Italia e altrove.
I caporali stessi, spesso, sono presi al laccio dal datore di lavoro, avendo acquisito la fiducia dell’imprenditore e la pratica nelle mansioni da svolgere e da far eseguire, con paghe poco più superiori di coloro che schiavizzano e controllano.
Con il nuovo millennio, il caporalato ha moltiplicato i settori di azione; un tempo l’agricoltura era l’ambito trainante, oggi lo ritroviamo anche nella logistica, nell’edilizia e nei servizi di cura, dove “segregate” sono soprattutto le donne che arrivano dall’Est Europa per accudire gli anziani.
La pratica del caporalato è un reato, regolato dall’art. 603-bis del codice penale e rafforzato dalla Legge 199/2016, il quale, per lo sfruttamento dei lavoratori, punisce sia i caporali che gli imprenditori.
“Sfruttare deriva da frutto. – si evidenzia in quarta di copertina del volume Schiavi Mai!, edito da Red Star Press, scritto a quattro mani da Antonio Olivieri, attivista internazionalista ed ex-sindacalista, e Boris Pesce, ricercatore di storia sociale – E significa togliere, prendere i frutti. Con quel prefisso “S”, che dovrebbe farci capire che togliere i frutti porta all’esaurimento degli uomini e delle risorse […]. Significa distruggere, “oikos”, la nostra casa e noi stessi”.

Come si può desumere dal sottotitolo, il volume tratta di una oppressiva vicenda di caporalato realmente accaduta in Piemonte nel 2012, per cui Olivieri e Pesce sono stati tra i protagonisti a sostegno di una lunga lotta portata avanti dai braccianti marocchini in Valle Scrivia.
La narrazione riporta nel dettaglio le varie fasi della ribellione di quei lavoratori, con immagini e documenti, la difesa dei loro diritti e, nonostante i molti ostacoli e gli attacchi ricevuti da parte dei padroni, da gruppi di destra e anche dal Tribunale che in prima battuta respinse tutte le loro richieste, la loro stoica determinazione a portare fino in fondo le istanze sindacali.
Allora nacque il Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia, ancora oggi in attività per il contrasto allo sfruttamento del lavoro nelle campagne.
“Orari eccessivamente lunghi, salari troppo bassi per coprire i bisogni elementari e migranti senza documenti lasciati in un limbo, senza poter accedere a lavori regolari. È l’atto di accusa dell’inviata esperta di diritti umani delle Nazioni Unite, Hilal Elver. Secondo l’Onu, metà della popolazione agricola italiana è costituita da migranti, per lo più irregolari. Manodopera sfruttata dal sofisticato sistema alimentare italiano“.
Castelnuovo Scrivia si trova al centro della Bassa Val Scrivia, in provincia di Alessandria, a circa 60 chilometri da Milano, ed ha poco più di 5mila abitanti. I suoi terreni fertili producono ortaggi e riforniscono i mercati di Torino e Milano, oltre la grande distribuzione. Le proprietà agricole sono di piccole e medie dimensioni e il lavoro è soprattutto affidato ai braccianti stagionali, nordafricani, indiani, senegalesi, melting pot delle campagne piemontesi. La storia dei lavoratori marocchini arrivati fin là è di lunga data, di generazione in generazione fin dagli anni ’80, per fare un lavoro che gli italiani rifiutano.
Anni di sudore, fatica, nessuna dignità umana riconosciuta, fino a che, un giorno, improvvisamente, i braccianti agricoli alzarono la testa ed entrarono in sciopero permanente, e la prospettiva prese una direzione che non sarebbe mai più stata la stessa.
…………………………………………………………………………
Sabato, 21 febbraio 2026 – Anno VI – n°8/2026
In copertina: immigrati impiegati in agricoltura – immagine d’archivio

