venerdì, Febbraio 03, 2023

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SPECIALE IRAN – L’Iran dello Scià: quando le donne col velo venivano multate

E l’ayatollah Khomeini era in esilio

di Ettore Vittorini

Mentre il “DC 8” dell’Alitalia avvolto dal buio si preparava ad atterrare, dal finestrino osservavo Teheran illuminata le cui luci le davano la forma di una grande stella. Non immaginavo che la città fosse così estesa.

Ero stato inviato in Iran dal settimanale “Tempo” su invito della compagnia aerea che inaugurava la linea diretta giornaliera Roma-Teheran. Ero un po’ emozionato perché si trattava della mia prima “missione” al di fuori dell’Europa.

Inoltre mi interessava approfondire quel poco che già conoscevo dell’Iran attraverso qualche lettura e le rare frequentazioni della “Casa dell’Iran”, un Istituto di cultura che rappresentava quella nazione e promuoveva una serie di eventi, dalle conferenze alle mostre. Si trovava in una grande villa liberty di Milano, in viale Maino, e vi era annesso anche un ristorante che proponeva a buon prezzo una raffinata cucina iraniana.

Ricordo la conferenza di un docente dell’Università Statale sulla antica Persia ricca di grande cultura e arte, che sfatava i luoghi comuni della storia delle nostre scuole, fermi soltanto ai re “cattivi” Ciro e Serse che tentarono di invadere la Grecia. Ai temi più importanti aggiunse anche una curiosità: furono i Persiani a inventare – oltre agli scacchi – il gioco del polo a cavallo nato per allenare la cavalleria imperiale e in seguito divenuto uno sport nazionale che gli Inglesi conobbero quando nel 1909 si impossessarono del petrolio iraniano. Khomeini appena al potere lo eliminò immediatamente come fece chiuderei musei e la Casa dell’Iran milanese.

Con quel viaggio il giornale mi aveva voluto premiare per aver superato gli esami di Stato che mi avevano permesso il passaggio da giornalista praticante a professionista. Era il 1972 e in Iran regnava lo Scià Reza Pahlavi noto in Italia grazie ai settimanali del gossip che ne pubblicavano più che altro le sue vicende familiari: il divorzio dalla prima moglie, la “triste” Soraya che non gli aveva dato eredi, e il successivo matrimonio con Farah Diba da cui nacquero due maschi e una femmina.

Con me avevano viaggiato alcuni colleghi italiani ed eravamo stati accolti all’aeroporto di Mehrabad da un giovane laureando che parlava benissimo la nostra lingua imparata a Perugia, dove aveva frequentato i primi due anni di università. Fu la nostra guida per tutto il tempo della permanenza, portandoci in giro per la città e anche in zone del Paese dove regnavano l’arretratezza e la miseria. Oggi quell’aeroporto è stato sostituito da uno più grande che porta il nome di Imam Khomeini. Evviva l’originalità!

Venimmo ospitati nel centro della città all’Hotel Intercontinental costruito da poco dagli americani dove però l’atmosfera “made in USA” era attenuata da uno stile moderatamente orientale e da un lussuoso arredamento simile a un club britannico.

Nei giorni trascorsi a Teheran la città mi attrasse immediatamente: grandi viali, bei palazzi , caffè eleganti all’europea frequentati anche da donne sole – cosa impensabile neanche nella Tunisia di oggi – le strade affollate di giovani e ragazze in minigonna, alla moda europea; molti alla guida di “Citroen Diane” costruite in Iran su licenza francese; grandi librerie dove trovavi esposto anche il Capitale di Marx e tante edizioni di narratori occidentali; gallerie d’arte, mostre di pittura e un museo di arte contemporanea. Al cinema davano film americani ed europei; in quei giorni un teatro programmava un’opera di Pirandello e in un altro la “Bisbetica domata”, di Shakespeare.

Poi c’era il Baazar, antico di tre secoli e il più grande del mondo musulmano con i suoi 10 chilometri di corridoi e porticati. Il visitatore occidentale veniva lasciato in pace nel fare le sue scelte senza essere assillato dai venditori, come invece in seguito mi è capitato di constatare in Marocco o in Tunisia. Aggiungo anche a Napoli, in nome del politically correct. Inoltre rispetto ai Paesi arabi era assente la voce diretta o registrata che il muezzin lancia – anche alle quattro di notte – dall’alto dei minareti. Allora l’Iran era uno Stato ufficialmente laico: Khomeini era stato mandato in esilio in Francia.

Ricordo che nel baazar quando alcuni venditori notavano che ero italiano, mi salutavano sorridendo e dicendo “Italia Mattei”. Per loro il presidente dell’ENI – Enrico Mattei – rappresentava un benefattore dell’economia del Paese per aver ridotto lo sfruttamento da parte della British Petroleum e delle altre compagnie petrolifere olandesi-americane, stipulando contratti più favorevoli. Ruppe il “cartello” delle cosiddette “Sette sorelle” che offriva alle nazioni petrolifere soltanto il 25 per cento dei ricavi del petrolio, invertendo la differenza: all’Iran il 75 e all’Italia il 25. Per il nostro Paese restava sempre un guadagno commerciale e politico.

Durante un’intervista a un alto dirigente della NIOC – l’ENI iraniana – questi mi disse di essere certo che Mattei fosse stato eliminato per mano delle Sette sorelle. Proprio 10 anni prima il presidente dell’ENI era morto insieme al pilota e a un giornalista americano quando il suo aereo precipitò a Bascapé, vicino a Piacenza. Non fu un incidente.

Sembrava che lo Scià avesse raggiunto l’obiettivo di modernizzare tutto l’Iran. Ma non era proprio così: in realtà ara riuscito a creare una classe media, colta, ben informata, dalle idee filooccidentali. Le donne potevano partecipare attivamente alla vita del Paese. In Parlamento ce n’erano nove tra cui la madre della scrittrice Azar Nafisi – autrice di “Leggere Lolita a Teheran” – oggi in esilio dopo essere stata costretta dal regime khomeinista a lasciare l’insegnamento all’Università per non aver rispettato l’obbligo di indossare il velo.

Studentesse iraniane nel 1971
Immagine di dominio pubblico

I “successi” dello Scià erano stati soltanto parziali. L’Iran moderno era ancora lontano dal realizzarsi: la democrazia era solo apparente anche se permetteva le libertà più consuete, ma lo Stato attraverso la Savak – famigerata polizia segreta – controllava la stampa, soffocava le proteste, ostacolava la nascita dei sindacati. Lo Scia alle istanze moderne alternò misure repressive; impose l’istruzione laica, ma non ridusse il potere delle Madrase, le scuole islamiche integraliste; multava le donne che indossavano il velo e coprivano il volto, mentre restava un diritto di famiglia medioevale che assoggettava le donne ai padri e ai mariti. A parte Teheran e le città principali, il resto del Paese rimaneva fermo a un secolo indietro, immerso in una generale miseria.

Si creò così un modo di governare schizofrenico che portò il malcontento tra la popolazione e poi alla rivolta. Infine nel 1975 lo Scià mise fuori legge i partiti politici.

Eliminati i partiti, le classi inferiori si rivolsero all’unica opposizione che restava, quella religiosa guidata dagli Ayatollah. Fu l’inizio della fine del sogno imperiale di Reza Pahlavi.

Sabato, 17 dicembre 2022 – n° 51/2022

In copertina: Il Museo di Arte Contemporanea di Teheran – Immagine dal sito del museo

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