sabato, Gennaio 28, 2023

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SPECIALE IRAN – Rojhelat: il Kurdistan iraniano

Una regione povera e discriminata

di Laura Sestini

La narrativa giornalistica mainstream, sul tema della rivolta civile in Iran, si focalizza maggiormente sulla città diTeheran, senza dubbio il cuore delle proteste per numero di manifestanti, per la maggiore stratificazione della capitale iraniana con i suoi nove milioni di abitanti. Nonostante ciò, ci sono regioni considerate secondarie in cui le dimostrazioni sono rilevanti, e le repressioni delle Guardie Rivoluzionarie iraniane violente e arbitrarie, anche più che altrove. Tra queste troviamo il Rojhelat, o Kurdistan orientale.

La regione a maggioranza curda in Iran – confinante ad Ovest con la Turchia, l’Iraq e l’Armenia, e in parte con il Turkmenistan ad Est – è stata il luogo di innesco delle proteste di massa, che hanno preso avvio in seguito alla morte per tortura di Jîna Emînî (Mahsa Amini in lingua fārsī latinizzata). La giovane curda era stata arrestata dalla Gasht-e-Ershad – la polizia morale – per non indossare il velo in maniera conforme alle regole della Sharīʿa sciita degli Ayatollah iraniani.

I curdi iraniani sono una delle tante minoranze etniche che vivono nel Paese, la cui popolazione si aggira intorno agli otto/nove milioni di individui, su circa 80 milioni totali della nazione. I curdi iraniani storicamente hanno affrontato discriminazioni istituzionalizzate che li ha emarginati, inibendone l’evoluzione delle condizioni di vita e sociali, nonché la tutela dei loro diritti civili e umani.

Mappa delle minoranze etniche in Iran
Immagine grafica: Tahir

Per comprendere maggiormente il contesto sociale dei rojhelati, un veloce riassunto storico sembra necessario.

Dopo il crollo dell’Impero ottomano in seguito alla Grande Guerra, nel Grande Kurdistan – la regione geografica divisa tra Turchia, Iraq, Iran e Siria dal Trattato di Losanna nel 1923 – si verificarono diverse rivolte tribali in risposta ai vuoti di potere e all’indebolimento delle forze di sicurezza. Ismail Agha Simko – capo della tribù Shakak – nei primi Anni ’20 tentò di stabilire uno stato nazionale indipendente curdo concentrato nella provincia dell’Azerbajgian occidentale del Kurdistan iraniano. Tuttavia, gli azeri e le forze di Reża Khān, il comandante in capo dell’esercito iraniano, poi autoproclamatosi Scià di Persia con il nome di Reża Shāh nel 1925, combatterono e sconfissero Simko.

Durante la Seconda guerra mondiale, le forze alleate statunitensi e britanniche entrarono in Iran, costringendo Reża Shāh all’esilio e cambiando la struttura di potere del Paese. Il figlio dello Scià, divenne l’imperatore dell’Iran, ma è opinione diffusa che avesse poco potere e che l’Iran fosse controllato ufficiosamente dalle forze occidentali. L’Unione Sovietica controllava una sfera di influenza nel Nord dell’Iran, incluso il Kurdistan, mentre gli anglosassoni si erano stabiliti nel Sud, dove si concentrano i pozzi petroliferi. Ciò permise ai Curdi di tentare nuovamente uno stato indipendente basato su ideali nazionalistici, attraverso il sostegno dell’Urss. Nel 1945, Muṣṭafā al-Bārzān senior – di cui alcuni discendenti di famiglia attualmente sono al Governo della Regione autonoma curdo-irachena KDR – rifugiatosi nel Kurdistan iraniano dall’Iraq, contribuì alla formazione del partito democratico curdo PDK. Nel 1946, quindi, i curdi rojhelati guidati dal PDKI – braccio iraniano del PDK – fondarono la Repubblica di Mahabad guidata da Muḥammad Qāżī. La Repubblica di Mahabad è stata la prima e unica nazione curda indipendente nella storia, ma è crollata dopo soli 11 mesi e il PDKI dichiarato fuorilegge da Mohammad Reża Pahlavī. Gli inglesi e gli statunitensi sostennero il regime di Teheran per rovesciare la Repubblica di Mahabad, con il tentativo di indebolire l’influenza sovietica in Iran e rimuovere la divisione politica nel paese, con l’obiettivo di garantirsi concessioni petrolifere.

Allo scoppiò della Rivoluzione del 1979, la maggioranza dei curdi iraniani appoggiò il governo rivoluzionario che aveva promesso di concedere diritti alle minoranze etniche, individuando un’opportunità per raggiungere livelli di autonomia più elevati rispetto alla monarchia. In quel momento il PDKI era molto più organizzato rispetto al 1946 e riuscì a stabilire il quartier generale a Mahabad ed il controllo della regione, che divenne una base importante per le attività rivoluzionarie contro lo Scià. Ma ciò nonostante anche l’Ayatollah Khomeini vedeva l’aspirazione curda all’autonomia come un minaccia alla creazione della repubblica islamica, rifiutando il piano e accusando i curdi di cercare l’indipendenza. Nella primavera del 1979, in parallelo alla rivoluzione ispirata da Khomeini, scoppiò una grande rivolta della minoranza curda, il cui governo dello Scià rispose con una brutale repressione della popolazione, caratterizzata da massacri, arresti e esecuzioni arbitrarie.

Due militanti rivoluzionari iraniani armati fuori dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, dove furono tenuti in ostaggio i cittadini statunitensi
Immagine di dominio pubblico

Durante la guerra Iran-Iraq, tra il 1980 e il 1988, i curdo-iraniani furono sempre più isolati dal mondo esterno, così come i Curdi delle nazioni vicine. Il governo iracheno di Saddam Hussein si impegnò in attacchi con armi chimiche contro obiettivi militari e villaggi vicino al confine, la maggior parte dei quali erano abitati da curdi. La guerra fu disastrosa per la popolazione curdo-iraniana.

Nel mentre si protraeva la guerra tra i due Paesi, internamente i due partiti maggiori curdi, il PDKI e il partito Komala – la Società dei lavoratori rivoluzionari del Kurdistan iraniano – entrarono in disaccordo sulle visioni per la gestione del Rojhelat. Nel 1989, il leader del PDKI – Ebdulrehman Qasimlû – fu assassinato a Vienna durante i negoziati con l’Iran, da parte di agenti della Repubblica islamica. Il successivo leader Sadiq Şerefkendî – eletto alla guida del PDKI – è anch’egli stato assassinato nel 1992 da agenti iraniani a Berlino. La morte di entrambi i leader politici ha congelato l’attività politica curda in Iran e consegnato ad una decennale stagnazione, a tutti i livelli, il Rojhelat. Oltre ai partiti già citati, in Rojhelat sono politicamente operativi – nessuno pubblicamente entro la nazione – il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (KDP-I) ​​e il Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), quest’ultimo fondato nel 2004 da militanti del PKK. Attualmente il PDKI è guidato da Mustafa Hijri e dispone di forze militari peshmerga – una milizia armata gestita dal partito. Gli attivisti politici sono regolarmente presi di mira, arrestati e detenuti dalle Guardie rivoluzionarie iraniane con l’accusa di voler destabilizzare lo Stato.

I curdo-iraniani risiedono in gran parte nella regione occidentale e Nord-occidentale dell’Iran. Il Rojhelat include le province dell’Azerbaigian occidentale, Kermanshah, Kurdistan, Ilam e parti di Hamadan. Esiste anche un concentrazione di curdi anche nella provincia di Khorasan, lungo il confine con il Turkmenistan, cittadinanza sfollata dall’Impero persiano nel XVI secolo. Le principali città curdo-iraniane sono Kermanshah, Mahabad, Urmia e Sanandaj.

I rojhelati sono tra le più numerose minoranze etniche in Iran, dopo i Belùci che vivono al Sud – circa il 10% della popolazione totale. Nel Paese, i cittadini iraniani appartenenti alle minoranze etniche sono in numero maggiore rispetto alla popolazione persiana.

L’Iran è un paese musulmano a stragrande maggioranza sciita, mentre i curdi sono di corrente sunnita, un fattore che aggiunge discriminazione basata sul credo religioso.

Economicamente la regione del Rojhelat è sottosviluppata e i suoi abitanti non godono di parità di accesso ai benefici statali. I tassi di disoccupazione e la povertà sono tra i più alti dell’intero Iran. Tra le attività lavorative “alternative” c’è il contrabbando, specialmente lungo il confine con l’Iraq e la Turchia. I kolbar – ovvero i lavoratori impiegati al trasporto merci sulle spalle attraverso i confini dei Paesi confinanti – illegali o con licenza – sono tra le categorie più perseguitate dalle guardie iraniane. I kolbar illegali vengono picchiati, arrestati e non raramente uccisi; ai kolbar che hanno la licenza di trasporto spesso viene requisito il carico con varie accuse di irregolarità. Le merci trasportate – che in Kurdistan iracheno hanno prezzi più economici – vanno dalle sigarette, apparati tv o tecnologia digitale, abiti, pneumatici, oggetti di uso quotidiano.

Kolbar – portatori di merci
Immagine: Kurdistan human rights Association (KMMK)

I Curdi hanno sofferto un’esperienza di insediamento forzato, confisca delle terre e mancanza di ricostruzione dopo la guerra Iran-Iraq. Molti dei quartieri hanno ancora fognature a cielo aperto, ci sono molti problemi per la raccolta dei rifiuti, abbinati ad alti livelli di inquinamento.

Sottosviluppo significa anche mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria accessibile per curarsi, che in un ambiente povero esacerba la potenzialità di contrarre malattie.

Tra le pratiche sistematiche di discriminazione esistono le indagini di polizia – il cosiddetto gozinesh – per emarginare i curdi e altre minoranze etniche, escludendo i cittadini dall’impiego nel settore statale e in parti del settore privato. Il gozinesh valuta la lealtà dei potenziali dipendenti nei confronti della Repubblica islamica e l’adesione individuale all’interpretazione dell’Islam instaurata dal regime – che ricordiamo è di corrente sciita. Tutto questo ha portato a tassi molto elevati di disoccupazione soprattutto tra curdi, arabi e belùci.

Non è difficile capire come l’Iran sia tra i Paesi delle Nazioni Unite a non aver ancora ratificato la Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne – Cedaw. Dall’istituzione della Repubblica islamica nel 1979, le donne iraniane hanno dovuto affrontare una grave carenza di diritti umani e civili. Nonostante i progressi nell’istruzione primaria abbiano aumentato i tassi di alfabetizzazione, le donne sono discriminate nell’istruzione superiore e non possono conseguire determinati titoli di studio. Naturalmente per le donne l’accesso al lavoro è molto più difficile che per gli uomini. Per le donne curdo-iraniane la discriminazione etnica e di genere è ancora più evidente. Le donne che si oppongono alle disuguaglianze vengono prese di mira dal regime teocratico, e possono facilmente essere arrestate.
Le varie forme di violenza e di privazione sociale che le donne rojhelati affrontano quotidianamente, hanno portato a tassi di suicidio molti alti nella regione, in particolare l’autoimmolazione.

In Rojhelat l’accesso all’istruzione è ancora più difficoltoso a causa della fatiscenza delle scuole e molti studenti abbandonano il percorso scolastico per sostenere il reddito familiare. La lingua neo-persiana è obbligatoria in tutti gli uffici e libri di testo; nonostante ciò la Costituzione iraniana concede il diritto di utilizzare le lingue minoritarie nei mass media e l’insegnamento delle letterature regionali, ma nella pratica non vengono prese misure adeguate per l’attuazione dei programmi. Le istituzioni che insegnano in curdo sono viste con sospetto, spesso vengono serrate e gli insegnanti arrestati. La pratica del gozinesh viene applicata anche per bloccare le minoranze etniche dal frequentare l’istruzione superiore. I candidati alle università passano attraverso la stessa serie di “test” che toccano a coloro che cercano un lavoro.

Gli atti più semplici di attivismo etnico dei difensori dei diritti umani, attivisti e giornalisti vengono sempre “opportunisticamente” interpretati come una minaccia alla sicurezza nazionale o un’accusa di movimento politico separatista, quindi trattenuti con arresti arbitrari e procedimenti giudiziari fasulli: a gennaio 2018, il 45% dei prigionieri politici registrati nelle prigioni iraniane risultavano di etnia curda. I detenuti generalmente non vengono informati delle loro accuse per un periodo prolungato. Nel 2013, il codice penale iraniano è stato modificato per rimuovere la “presunzione di innocenza” e ampliare la portata di “moharebeh” – nemico di Dio – il delitto previsto dalla Sharīʿa iraniana che punisce chiunque offenda l’Islam o lo Stato, e che può portare direttamente alla pena di morte. Durante il periodo di arresto, prima della condanna, i detenuti sono spesso torturati per estorcere confessioni: agli imputati di moharebeh viene negato il diritto di un avvocato, oppure riescono a incontrarne uno appena prima dell’inizio del processo. Questo divieto in qualche maniera spiega le istantanee condanne di morte ai manifestanti già attuate in questo periodo. I processi si tengono in lingua persiana, idioma che spesso i Curdi o le altre minoranze non conoscono bene.

Nelle numerose prigioni iraniane si vive in condizioni fisiche e psicologiche precarie a causa delle torture, il sovraffollamento, il rifiuto delle cure mediche, quando necessarie. L’Iran ha il secondo più alto tasso di esecuzioni mortali al mondo, dopo la Cina, ma recentemente anche l’Arabia Saudita ha ripreso una fervente attività. Il codice penale iraniano consente la pena di morte per più di 80 reati. Come i processi, le esecuzioni sono arbitrarie. Molte vengono eseguite senza avvisare i detenuti, i loro avvocati, né le loro famiglie, come è stato evidente dai più recenti notiziari. Alcune esecuzioni avvengono in pubblico, come processo pedagogico, la maggioranza entro le carceri.

Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche – IRGC – dispone di circa 120 mila uomini che si dedicano anche al monitoraggio dell’uso di Internet. Il regime diminuisce volontariamente la qualità della connessione digitale per rallentare la diffusione delle critiche al Governo e delle informazioni tra i manifestanti, prendendo di mira gli attivisti, monitorando le loro attività sui social. Gli iraniani delle minoranze etniche sono il target preferito delle guardie rivoluzionarie che controllano anche delle squadre volontarie organizzate militarmente, dette basiji, in cui si arruolano i più giovani, che in media sono poco più grandi, per età, degli studenti manifestanti che subiscono le loro violenze.

Militari iraniani appostati per le strade di Bukan

Dalle ultime notizie sul Kurdistan iraniano, i mullah hanno inviato rinforzi militari nella regione, dove c’è anche il più alto tasso di commercianti e lavoratori che ha aderito alla settimana di scioperi nazionali. Nella città di curda di Bukan, lontano dalle telecamere – lo riporta un sito di notizie indipendente curdo europeo – i civili vengono uccisi per strada, feriti, torturati, condannati a morte, giustiziati.

Infine l’Iran è disseminato di mine antiuomo attive rimaste dalla guerra Iran-Iraq del 1980-1988. Circa 20 milioni di mine furono impiantate decretando l’Iran come uno dei paesi che ha più mine inesplose al mondo. Dal 1988, circa 10 mila iraniani sono rimasti vittime di incidenti tra cui un numero significativo di bambini. La maggior parte delle vittime sono minoranze etniche, in particolare i curdi che vivono sul confine con l’Iraq.

“Turtles can fly” del regista iraniano Bahman Ghobadi – Sottotitoli in inglese

Sabato, 17 dicembre 2022 – n° 51/2022

In copertina: la mappa del Grande Kurdistan. In azzurro la regione curdo-iraniana. Immagine grafica: Washington kurdish institute

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