martedì, Marzo 28, 2023

Economia, Italia, Politica

Neocolonialismi e schiavitù

La politica neoliberista sfrutta i più indifesi (prima parte)

di Laura Sestini

Ogni anno alla commemorazione della Shoah, un processo sociale strutturato e fanaticamente razzista, non solo rivolto all’eliminazione del popolo ebreo, ci dimentichiamo di ricordare chi erano le altre categorie di esseri umani che, nel folle impeto di eugenetica del regime nazista, vennero decimate perché “altro” da NOI razza bianca predominante, che in quel momento si manifestava attraverso i tedeschi. Allora, e più o meno sempre nella storia millenaria dell’Occidente, i “diversi” sono stati catalogati, discriminati e ghettizzati, secondo criteri opportunistici del contesto storico, che si trasformano continuamente con i cambiamenti della società e della propaganda politica e religiosa.

Facilmente possiamo ricordare le violenze colonialiste sugli africani, trascinati a colpi di remi e sudore fino agli Stati Uniti e in Brasile, o sfruttati sul posto, come forza lavoro al servizio di anglosassoni, iberici e italiani. L’apice razzista nella storia della razza bianca, si è poi trasferito, con tutto il suo orrore, nei campi di concentramento in Germania durante la Seconda guerra mondiale, a cui si è resa complice anche l’Italia fascista. Gli “altri” erano i neri e gli indigeni per i colonialisti che li consideravano non appartenere alla razza umana; Ebrei, omosessuali, disabili fisici e mentali, zingari, dissidenti politici, donne non conformi, slavi, neri e altre minoranze, per l’idea di razza “ariana” di Hitler e i suoi seguaci. Da allora non sembra aver fatto molta strada la società dei bianchi per elevarsi ad un migliore livello di civiltà; dopo quasi un secolo, se allarghiamo lo sguardo a livello globale, siamo più o meno allo stesso punto.

Il 27 gennaio è il giorno dedicato alla memoria delle vittime dei campi di concentramento, la stessa data in cui nel 1945 le truppe sovietiche giunsero nella città polacca di Oświęcim – in tedesco Auschwitz – e scoprirono i campi di detenzione, di tortura e annientamento nazisti.

Al di là delle specifiche pratiche di trattamento dei “prigionieri-schiavi” deportati nei campi di concentramento, anche loro utilizzati come forza lavoro parimenti agli africani rapiti dalla loro terre e schiavizzati negli Stati Uniti (fin dalla nascita del nuovo Stato nel 1776, e dove le leggi razziste e schiaviste sono state abolite solo 60 anni fa) è obbligatorio comprendere che il Nazismo è stato un potente e criminale esempio di razzismo – circa 15-17 milioni di vittime in totale – di forte ostilità verso i “diversi”, compresa una specifica pulizia etnica sugli Ebrei che ha contato sei milioni di morti. In Italia e Germania erano in vigore tra il 1933 e 1945 apposite leggi razziali, altrettanto negli Stati Uniti per i neri.

Non affronteremo qui il discorso sulla struttura razzista della società occidentale, ampiamente presente ancora in Italia e in tutti i Paesi a maggioranza bianca, troppo complessa nelle sue infinite sfumature e stratificazioni per essere esaurita in un articolo; l’intento è solo mettere a confronto, in maniera comprensibile e senza classifiche, alcuni tratti contemporanei a proposito di “alterità” e discriminazione, di categorizzazione e razzismo e forme moderne di schiavitù, anche se i processi sono molto più mascherati, meno eclatanti agli occhi dell’opinione pubblica rispetto alle manifestazioni razziste “legalizzate” del passato.

L’ispirazione per scrivere di razzismo e schiavitù è scaturita alla notizia di decesso di due braccianti immigrati, gli ennesimi, un uomo e una donna, morti il 22 gennaio nella loro baracca del ghetto di Borgo Mezzanone in provincia di Foggia, per le esalazioni di un braciere acceso per scaldarsi.

Borgo Mezzanone è una frazione bonificata di Manfredonia, costruita nel 1934 durante il periodo fascista, per trasferire coloni di differenti comuni circostanti a lavorare i campi e insediarsi nel nuovo quartiere. Tutto è scorso nella normalità finché, circa 30 anni fa, nella località è stato aperto un centro di accoglienza per migranti, adesso annoverato tra i ghetti più grandi d’Europa. Qui sono ammassati nelle baracche gli schiavi della società capitalista e neoliberista, neocolonialista di ritorno.

Se negli Stati Uniti la schiavitù era legittimata attraverso le leggi statali, e i “negri” si potevano acquistare nella piazza del mercato locale con tanto di certificato di buona salute, oggi la pratica degli “schiavitù” sulla miriade di persone arrivate in Europa in cerca di fortuna non è legale, ma è lo stesso strutturata tramite patti mafiosi di infiniti soggetti: le mafie africane, libiche, italiane, per essere scelti e poi sottomessi agli ordini degli aguzzini finali nella scala gerarchica, i caporali, pedine dell’organizzazione operative non solo in agricoltura. Oggi, gli schiavi che finiscono nei ghetti italiani di bracciantato agricolo generano grande movimento di denaro, addirittura devono elargire tangenti a chi li trasporta dalle coste africane o turche, ed anche contribuiti giornalieri ai caporali che li recapitano con i pulmini a chilometri di distanza per lavorare nei campi. Loro malgrado, contribuiscono a “nutrire” economicamente queste organizzazioni fuorilegge. Anche i caporali sono costretti nello stesso meccanismo gerarchico, solo uno scalino poco più su.

Lo schiavo contemporaneo non ha un padrone specifico, ma tanti e differenti, lungo tutto il proprio percorso di migrazione. Molti ci lasciano la vita in questo viaggio dalla meta incerta.

Ricevuta di pagamento per l’acquisto di uno schiavo
Immagine di dominio pubblico -*Traduzione in fondo alla pagina

Delle due nuove vittime di Borgo Mezzanone non abbiamo dettagli che il decesso, i nomi e la nazionalità: Queen dalla Nigeria e Ibrahim dal Gambia – entrambi di 32 anni, niente altro da narrare della loro esistenza finita precocemente e tragicamente.

Riportiamo quindi la storia di un’altra giovane immigrata, anch’essa nigeriana, deceduta nel 2018 in una differente tendopoli/baraccopoli italiana, a San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria. Per coincidenza, anche la sua morte si commemora il 27 gennaio, come per il genocidio nazista.

La ragazza chiamava Becky Moses ed aveva 26 anni.

Il racconto della sua breve vita è piuttosto articolato e sarà pubblicato in due parti.

Becky Moses era nata l’undici gennaio del 1992, in Nigeria. Era fuggita dal suo villaggio – come scrive l’ex sindaco di Riace Domenico Lucano sul libro ‘Il fuorilegge. La lunga battaglia di un uomo solo” – perché si era rifiutata di sposare l’uomo che la famiglia aveva scelto per lei. Ancora in Nigeria, ma lontano dai suoi parenti, aveva iniziato a lavorare come parrucchiera. Per raggiungere l’Italia, Becky si era affidata ad un gruppo di trafficanti di esseri umani, quindi aveva attraversato vari paesi africani per raggiungere la Libia e poi ritrovarsi in mare aperto su un barcone con un enorme debito da rimborsare. Il 28 dicembre 2015, infine aveva toccato le coste della Calabria e dopo le prime pratiche di riconoscimento la Prefettura di Reggio Calabria l’aveva assegnata al Cas – Centro di accoglienza straordinaria – di Riace.

Nel momento che la giovane nigeriana si trasferiva nel Cas assegnatole, la piccola Riace Superiore – amministrata dal 2004 da Mimmo Lucano – era già divenuta famosa nel mondo per modello di accoglienza dei migranti che sbarcavano allora in Italia. Il ‘Modello Riace’ è stato studiato da esperti di migrazioni, pluripremiato ed anche emulato dai vicini paesi di Stignano e Camini, quest’ultimo ancora oggi in attività, e altre località nel mondo.

A differenza di altre località più grandi, il Cas di Riace non era stato istituito in un grosso edificio o un albergo, bensì pensato come un progetto di accoglienza “diffuso” nelle molte abitazioni vuote del centro storico del Paese, i cui proprietari sono espatriati da decadi in altre zone del mondo, molti in Argentina. Una convenzione ‘speciale’ che il Comune aveva stipulato con gli ex abitanti riacesi che avevano messo a disposizione le proprietà per il Villaggio Globale – come era stata nominata la nuova realtà multietnica di Riace. Il Cas, come tutti gli altri in Italia, era supportato da fondi statali e accordi tra il Comune ed il Ministero dell’Interno, sostegno economico che non era mai puntuale, tantoché Lucano aveva più volte protestato con le Autorità competenti.

In breve tempo, Riace Superiore, da circa 500 abitanti residui, aveva raddoppiato il numero dei cittadini, da tante nazioni diverse, collocati lì casualmente dalla Prefettura di Reggio Calabria. Per le sue strette strade, insieme agli anziani seduti ai bar, avevano iniziato a comparire tanti bambini di origini e colori differenti. Il Paese aveva cominciato a ripopolarsi, l’economia locale a funzionare meglio. Anche Becky Moses aveva iniziato qui il suo sogno per una vita migliore, apprendendo la lingua italiana e imparando un mestiere tra le attività artigianali aperte a Riace per e con gli immigrati.

Il futuro roseo immaginato da Becky Moses, dopo circa due anni a Riace, al contrario fu repentinamente deviato dal decreto Minniti-Orlando – rispettivamente Ministri dell’Interno e della Giustizia – convertito in legge a febbraio 2017, che introduceva una nuova normativa “recante disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”. In sintesi, la novità più importante che riportava la legge fu di eliminare il secondo grado di ricorso dopo il rifiuto alla domanda di accoglienza dei richiedenti asilo. Becky Moses a dicembre 2017 aveva ricevuto il secondo diniego dalla Prefettura di Reggio Calabria e non aveva più possibilità legali per rimanere in Italia come extracomunitaria regolare. Inoltre, pochi giorni prima che le scadesse il permesso di soggiorno, la ragazza aveva perduto la carta di identità ed era corsa in Comune per farne una copia, firmata di proprio pugno dal sindaco Lucano, come permette la legge nei piccoli Comuni in assenza dell’impiegato dell’ufficio anagrafe. Quel papier era l’unico che attestasse in Italia che lei era una persona con un nome e cognome – che le desse una parvenza di dignità – nonostante fosse improvvisamente entrata nella categoria degli ‘invisibili’.

Becky era disperata – ricorda Lucano – e non voleva tornare in Nigeria, un Paese ricco di materie prime dove la corruzione, la violenza e la povertà imperversano e le donne non hanno voce in capitolo nonostante il Paese abbia ratificato – nel 2004 – l’adesione alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna – Cedaw – delle Nazioni Unite.

A Riace, Becky non poteva più ricevere nessun tipo di sostegno effettivo entro il Villaggio Globale, ed optò per rifugiarsi alla tendopoli-baraccopoli di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, dove aveva dei conoscenti.

Descrivere una baraccopoli non è decisamente facile se non si ha a portata di mano un’immagine che la ritragga. Una baraccopoli è un’accozzaglia di materiali di ogni sorta, presi dagli immondezzai a cielo aperto nel territorio, utili a costruire qualcosa che ripari – metaforicamente – dal freddo e dalla calura estiva, dalle piogge e dagli eventi naturali. Una parvenza di alloggio dove mantenere un po’ di privacy rispetto a tutti gli altri inquilini che la abitano. La baraccopoli o anche tendopoli o la mescolanza di entrambe, a cui si possono aggiungere altri tipi di rifugio di emergenza come vecchi edifici industriali e rurali, capanne per gli animali, rimesse di attrezzi, sono primariamente dei luoghi confinanti. Dei ‘recinti’ per persone che non riescono a inserirsi – nonostante la loro volontà – negli ambienti abitativi, lavorativi e sociali del paese di accoglienza; luoghi riservati agli stranieri con regolari con permessi di soggiorno che non possono permettersi di meglio, o anche sans papier. Le tendopoli vengono insediate ufficialmente da Enti governativi come soluzioni di alloggio di emergenza. Tale è quella issata nel Comune di San Ferdinando (RC) dopo la rivolta dei migranti a Rosarno del 2010. Un elemento paesaggistico ‘estraneo’ all’ambiente circostante, già di per sé straniante poiché, in questo caso specifico, costruita fuori dal centro abitato in una ex area industriale dismessa. In quasi tutti i casi le tendopoli di emergenza italiane con il passare del tempo si rivelano domicili stanziali a tutti gli effetti, in particolar modo al Sud Italia.

La originaria tendopoli-baraccopoli di Rosarno – San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro (RC)

Un’interessante ricerca di Giovanna Valdalà, indaga sul paesaggio ‘confinante’ dei migranti appellandosi ai principi della Convenzione Europea del Paesaggio. “Paesaggio” designa una parte del territorio così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere risulta dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni. Nel caso della popolazione migrante, prendendo l’esempio delle tendopoli e delle baraccopoli, l’appropriazione dello spazio finisce per produrre un ghetto, de-localizzato in spazi confinati che rendono difficile l’integrazione, designando così i migranti e le terre ‘invisibili’. L’invisibilità si oppone alla percezione e di conseguenza alla possibilità di riconoscere un’identità di paesaggio. La marginalità porta queste persone a costruirsi degli scenari che rimangono prigionieri dello spazio preposto, immancabilmente recintato.

La originaria tendopoli di San Ferdinando – poi trasformatasi anche in baraccopoli per i continui arrivi – fu impiantata a gennaio del 2012 dalla Protezione Civile ed aveva la capienza per circa 300 persone. Erano presenti sufficienti servizi igienici e docce, allestiti in appositi container. Una mega-tenda ospitava la mensa e una cucina da campo offriva un lauto pranzo al costo di un Euro. Non era possibile cucinare autonomamente e ciò aveva causato malcontento: in parecchi preferivano utilizzare i campi circostanti per accendere fuochi e preparare la cena. Altri problemi riguardano la distanza e la sicurezza: per raggiungere il centro di Rosarno, i migranti devono percorrere alcuni chilometri a piedi o in bici lungo una via isolata, accidentata e buia.

Le tendopoli-baraccopoli sono luoghi di grande flusso e riflusso di braccianti che si muovono da Nord a Sud Italia, e viceversa, secondo le stagioni agricole. Il Nord è più agevole a chi ha un permesso di soggiorno regolare, al contrario il Sud Italia viene scelto da chi è privo di documenti o li ha scaduti per qualche nuova restrizione legislativa, che dal 2017 si è fatta sempre più serrata. Si tenga conto che per la stagione agrumicola le presenze a San Ferdinando salgono ad un migliaio e più.

Becky Moses era finita nel ghetto di San Ferdinando, un mondo completamente opposto a ciò che aveva già sperimentato entro il Villaggio Globale di Riace. Un nuovo, ma breve e definitivo capitolo della sua vita le si stava prospettando davanti.

Tra le retoriche che accompagnano i discorsi sulla mobilità interna dei rifugiati, richiedenti asilo e immigrati privi di permesso di soggiorno va senz’altro menzionata quella secondo la quale essi si trasferirebbero nel Sud Italia e nelle aree interne delle Regioni del Mezzogiorno, poiché lì esiste, per loro, la concreta possibilità di vivere senza documenti e di lavorare in nero, sfruttando l’illegalità e l’informalità che sarebbero, per così dire, condizioni strutturali di questi territori.

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*Ricevuta di pagamento di $ 500,00 per schiavo nero. Ricevuta data al giudice S. Williams di Eufaula da Eliza Wallace in pagamento di $ 500,00 per un uomo negro, 20 gennaio 1840. Questo documento è di proprietà di Richard Malcolm McEachern, nipote del giudice Williams. “Recd del giudice S. Williams i suoi appunti per cinquecento dollari in pieno pagamento per un negro di nome Ned che garantisco di essere sano e in salute e mi impegno con questi regali a garantire e difendere per sempre il diritto e il titolo del detto negro al suddetto Williams, suoi eredi o cessionari contro le rivendicazioni legali di qualsiasi persona. Testimone la mia mano e sigilla questo giorno e anno sopra scritto. Eliza Wallace

Sabato, 28 gennaio 2023 – n°4/2023

In copertina: un negozio di vendita di schiavi ad Atlanta in Georgia. Foto: George N. Barnard (1864) immagine della collezione della biblioteca del Congresso statunitense – pubblico dominio

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