sabato, Gennaio 22, 2022

Economia, Italia

La crisi idrica interessa più paesi al mondo

Siria ed Iraq tra i primi in Medio Oriente

di Nancy Drew

L’estate 2021 è stata particolarmente dura per tutti i Paesi intorno al Mar Mediterraneo, sia climaticamente per le temperature oltremodo fuori misura, e soprattutto perché la maggioranza di essi hanno dovuto lottare con vasti ed innumerevoli incendi. Questi ultimi sappiamo essere anche attività criminali e di piromani, ma altresì particolarmente facilitata a causa dei cambiamenti climatici in atto sul nostro Pianeta ( https://www.theblackcoffee.eu/il-mediterraneo-brucia/ ).

La siccità è uno dei più importanti effetti del surriscaldamento globale.

A loro volta gli incendi sono facilitati dalle alte temperature e dalla siccità, in un vortice di concause che si intrecciano tra loro e si autoalimentano.

Tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale, il più colpito da questi fenomeni è stata la Siria e il confinante lraq.

Secondo il Norwegian Refugee Council, in questi due Paesi sono 12 milioni gli abitanti che stanno perdendo l’accesso all’acqua, sia essa potabile – insostituibile per la vita umana – che utile per irrigare i campi che poi daranno i raccolti per il sostentamento delle famiglie. Altre attività che ne hanno fortemente risentito, spesso a conduzione familiare, sono gli allevamenti dei pesci.

In Siria del Nord e dell’Est, sono circa 5 milioni le persone che dipendono dal fiume Eufrate, mentre proprio in queste settimane l’Amministrazione Autonoma AANES rende noto di aver terminato la ricostruzione di alcuni importanti allacciamenti idraulici alle città di Hasakah e Deir ez Zor, distrutti dall’Isis durante le sue scorribande.

Qui, circa 400 chilometri quadrati di terreno agricolo rischiano la siccità totale, mentre due dighe nel nord del Paese, che servono tre milioni di persone con la produzione di elettricità, rischiano la chiusura imminente. Lo stesso succede in Iraq, dove in vaste aree gli agricoltori non sono riusciti a portare a termine le loro produzioni di cereali – quali il grano – che risulterà diminuito dal 50 al 70 per cento. Particolarmente colpiti risultano la regione di Ninewa e del Kurdistan.

La questione delle dighe – in Siria e in Iraq – è strettamente legata anche alle politiche idriche della Turchia, dove i maggiori fiumi Eufrate e Tigri che attraversano i due Paesi mediorientali, hanno le loro sorgenti.

Nelle ultime decadi – a monte – la Turchia ha costruito immense dighe, che solo per questo hanno diminuito la portata di acqua nel corso dei due fiumi del 30 per cento ( https://www.theblackcoffee.eu/acqua-bene-comune-o-elemento-di-ricatto-bellico/). Oltre all’approvvigionamento per le proprie necessità interne, questo meccanismo agito dalla Turchia – deciso in autonomia senza il confronto con gli altri due Paesi confinanti – è divenuto palesemente un ricatto politico e bellico.

Carsten Hansen – direttore regionale del Consiglio norvegese per i rifugiati – ha affermato che il crollo totale della produzione di acqua e cibo per milioni di siriani ed iracheni è imminente. Questo effetto disastroso porterà altre centinaia di migliaia di iracheni e di siriani – di cui molti tuttora sfollati per salvare le loro vite dalla furia del Califfato Islamico – a dover ancora cambiare area per trovare sostentamento alle famiglie.

La crisi idrica in corso – secondo Hansen – diventerà presto una catastrofe senza precedenti che spingerà sempre più verso lo sfollamento interno o verso i Paesi confinanti.

Sabato, 28 agosto 2021 – n°31/2021

In copertina: effetto della siccità – Foto Eveline de Bruin

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