sabato, Gennaio 22, 2022

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Il tesoro segreto di Arafat rimane un mistero

Le finanze dei palestinesi dell’OLP

di Ettore Vittorini

In un’intervista al Corriere della Sera del 27 gennaio 2019 Gino Strada – fondatore di Emergency scomparso lo scorso 13 di agosto – alla domanda sul perché non avesse mai installato un ospedale nei territori palestinesi, rispose: “Ci ho provato a Ramallah. Ne parlai con un alto funzionario palestinese il quale mi chiese se noi di Emergency avevamo 5 milioni di dollari da spendere. Arrivederci…ho sempre pensato che una parte degli aiuti alla Palestina finisca altrove”.

Dunque l’Olp – Organizzazione per la Liberazione della Palestina integrata nel 1967 da Al-Fatah con Yasser Arafat che ne era diventato il capo assoluto – non aveva denaro per costruire un ospedale per il popolo palestinese. E dove andavano a finire i fondi che riceveva dai Paesi arabi oltre a quelli ricavati dalle varie imprese che lavoravano nei campi profughi, nel resto della Palestina e in Africa?

L’Organizzazione può essere definita il primo movimento terroristico che dagli anni ’60 in poi ha condizionato il Mondo occidentale attraverso i dirottamenti aerei, gli attentati, le incursioni armate e sanguinose – come quella alle Olimpiadi di Monaco del 1972 – seguito nel tempo da altri movimenti islamici integralisti ancora più pericolosi e incontrollabili. Il capo è stato sempre Arafat sino alla sua morte avvenuta nel 2004. Contrariamente al terrorismo di oggi, ha mantenuto sempre una posizione laica agendo in nome del popolo palestinese – e non di Allah – contro Israele e le nazioni Occidentali che riconoscevano lo Stato ebraico.

Arafat che conduceva una vita frugale, disponeva però in modo assoluto di tutto il patrimonio dell’Olp che manovrava attraverso Muhammad Rashid, il fidato amministratore dell’Organizzazione. Una buona parte del denaro veniva dirottato sui conti privati del capo. Si sa poco sulla fine di quel tesoro.

Secondo i servizi segreti israeliani – che però non avrebbero prove sufficienti – consisterebbe in 1 miliardo e 300 milioni di dollari. Dopo la morte del rais, il successore Abu Mazen si rivolse attraverso il ministro delle finanze Salam Fayed, a una società di revisione internazionale le cui conclusioni stabilivano che il patrimonio consisteva in un miliardo di dollari così diviso: un’azienda che imbottigliava la Coca Cola a Ramallah; una società telefonica in Tunisia; capitali dislocati in Svizzera, Stati Uniti e nelle Isole Cayman.

Anche il Fondo Monetario Internazionale ha aperto un’inchiesta su quel tesoro, appurando con una precisa documentazione che 900 milioni di dollari dell’Olp erano stati dirottati in conti bancari internazionali di Arafat.

Se ne è occupata anche l’Unione Europea concludendo che le accuse al rais non avevano riscontri, ma che tra i membri dell’Autorità palestinese era diffusa la corruzione con sperpero di denaro pubblico.

Infine il governo francese aveva aperto un’indagine sulla moglie di Arafat – Suha – per movimenti illegali di valuta: un milione e 270 mila dollari erano stati trasferiti dalla Svizzera sul suo conto personale di Parigi. La donna da tempo viveva nella capitale francese dove conduceva una vita principesca. Adesso abita a Tunisi con la figlia Zahwa ed ha interrotto ogni rapporto con l’Olp.

Il denaro all’Organizzazione palestinese proveniva in gran parte dai Paesi arabi produttori di petrolio: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, non dalla Libia perché Arafat si rifiutava di prendere ordini da Gheddafi. Le armi arrivavano dall’Unione Sovietica quando questa era penetrata in Medio Oriente attraverso l’Egitto di Nasser e la Siria di Assad. Non erano regalate: l’Olp doveva pagarle puntualmente.

I Paesi del petrolio mandavano i fondi ai Palestinesi perché le azioni terroristiche tenevano impegnato Israele. Ma non si fidavano troppo di Arafat considerandolo “laico e ideologicamente troppo rivoluzionario”.

Le donazioni dunque non erano sufficienti per mantenere tutta l’organizzazione e per aiutare la popolazione palestinese. L’Olp allora pensò di autofinanziarsi creando nel 1970 la Samed (Palestine Martyrs Works Society) una società voluta da Arafat; una infrastruttura sociale e industriale che assumeva manodopera tra le centinaia di migliaia di abitanti dei campi profughi.

La Samed venne divisa in quattro sezioni principali: industria, agricoltura, commercio e cinematografia. Quest’ultima produceva documentari e altri film e comprendeva un moderno laboratorio per lo sviluppo e la stampa delle pellicole e la produzione di materiale propagandistico. Per l’agricoltura, la società possedeva grandi fattorie in Uganda, Guinea, Somalia, nel Sudan e in Siria.

L’industria nei primi tempi ricevette donazioni dai Paesi comunisti: la Germania Est inviò macchinari per la lavorazione della maglieria; l’URSS mandò cotone per la produzione di tessuti; la Romania legname per la costruzione di mobili. Le fabbriche della Samed erano sparse in Libano, Yemen, Algeria, Tunisia e Siria. Quelle in Libano – dove lavoravano 5 mila dipendenti – furono distrutte durante l’invasione israeliana del 1982. Oggi la Samed è limitata entro i confini di Gaza e l’Olp è stata battuta alle elezioni del 2006 da Hamas, l’organizzazione islamica che – ignorando il trattato di Oslo firmato nel 1993 a Washington da Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin – continua a volere la distruzione dello Stato di Israele.

Hamas si autofinanzia col contrabbando, le tangenti imposte agli abitanti di Gaza e il narcotraffico. Su quest’ultimo hanno preso esempio dai Talebani dell’Afghanistan diventati ormai i maggiori esportatori di droga nel mondo.

Sabato, 4 settembre 2021 – n° 32/2021

In copertina: La stretta di mano tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell’Olp Yasser Arafat, di fronte al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton alla Casa Bianca, Washington, il 13 settembre 1993. (Gary Hershorn, Reuters/Contrasto)

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