sabato, Marzo 02, 2024

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Dar voce a chi non ha voce. Il 25 novembre a Tunisi è per la Palestina

Per le vie della capitale una marcia silenziosa di donne chiede la fine dell’assedio e l’inizio della vita

di Camilla Forlani

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne a Tunisi si è tinta di rosso. E di verde. E di nero. E di bianco. La bandiera della Palestina ha sventolato in ogni angolo della città ed erano le donne a sventolarla alta, insieme a centinaia di scarpe per bambini. L’associazione “Dar el-Umuma”, ossia “Casa della Maternità”, ha infatti invitato tutte le donne a partecipare a una marcia silenziosa per le vie della capitale che si è poi conclusa davanti al Teatro Municipale di Tunisi dove sono state deposte le scarpette che, sì, rappresentavano i più di 7mila bambini uccisi da Israele, ma che sono poi state donate alla Mezza Luna Rossa di Tunisi, organizzazione che ad oggi si occupa delle donazioni materiali dalla Tunisia alla Palestina.

A seguito della marcia si è espressa Marwa Chrif, una delle organizzatrici, una marcia mossa dalla rabbia e dalla frustrazione, eppure, una marcia silenziosa.

«La ragione per cui abbiamo deciso di tenere la marcia in silenzio – spiega Marwa – è che volevamo dare spazio alle voci delle donne di Gaza: abbiamo così trasmesso le frasi strazianti che le donne di Gaza hanno pronunciato dopo aver perso i propri cari o essere state costrette a lasciare le loro case. Con il nostro silenzio abbiamo voluto lasciare a loro la parola, dire loro “siete ascoltate, condividiamo la vostra sofferenza, piangiamo con voi i vostri figli e i vostri cari, siamo qui per voi sorelle. Il nome stesso della manifestazione riprende proprio una delle frasi più significative pronunciate dall’inizio di questo massacro, pronunciata dalla mamma di una piccola martire uccisa durante uno degli attacchi israeliani. “Riponi il tuo cuore sul mio yamma”. Yamma in arabo significa “mamma”, ma nel dialetto palestinese viene rivolta in maniera affettuosa dai genitori ai propri figli».

«La seconda ragione per cui si è deciso di marciare in silenzio – prosegue Marwa – è che, come saprete, questa non è stata la prima protesta che si sia organizzata: a partire dal 7 ottobre i Tunisini sono scesi in piazza per protestare, chiedendo un cessate il fuoco, la fine dell’assedio e la fine dell’occupazione così come la criminalizzazione delle azioni di normalizzazione con l’entità sionista. Milioni di persone in tutto il mondo sono scese in strada, ma non per questo sono state ascoltate. I governi che sostengono Israele nel commettere questo genocidio non si preoccupano né delle vite dei Palestinesi, né dell’opposizione di milioni di persone ai massacri quotidiani e alla pulizia etnica in corso. Quindi, anche come atto di protesta, abbiamo deciso di tacere. La domanda che ci siamo poste è stata: “Presteranno forse attenzione al nostro silenzio?!».

«L’altra, fondamentale ragione che ha portato a scegliere il silenzio è stata, per parallelismo, una triste analogia con “la debole voce delle femministe occidentali”, le quali – sottolinea Marwa – sono ben più vocali di solito, più presenti, più coinvolte soprattutto se – prosegue Marwa – si confronta il loro impegno nel sostenere le donne iraniane, un anno fa, con quanto stanno facendo ora. È scandaloso per me, come donna e come femminista, vedere quanto ora si siano affievolite le loro proteste! Le atrocità che le donne di Gaza stanno subendo vanno oltre le parole. Cesarei senza anestesia, rimozione dell’utero per via di emorragie, madri costrette a lasciare i loro neonati prematuri negli ospedali e a fuggire dagli attacchi israeliani; niente assorbenti, niente acqua corrente, niente prodotti per l’igiene. Non sanno tutto questo?! Cos’altro deve succedere perché si attivino per porre fine a queste atrocità?! Esiste una gerarchia nella sofferenza delle donne? Dipende dal colore della loro pelle, dalla loro religione forse, o dal luogo di nascita?».

«In ultima analisi – spiega – si è deciso di condannare la copertura offerta dai mass media occidentali, megafono della propaganda dei colonizzatori, che ignora invece le voci dei colonizzati, così come le piattaforme dei media che cercano in tutti i modi di metterci a tacere. Condanniamo così la disumanizzazione di noi arabi e di tutte le persone di colore. Abbiamo un proverbio in arabo – conclude Marwa – che recita: a volte il silenzio è più forte delle parole».

Il manifesto della marcia silenziosa delle donne

Alla domanda sul numero dei partecipanti Marwa risponde che “secondo i giornalisti eravamo circa mille donne nelle strade di Tunisi”. E per quanto riguarda i riscontri che l’iniziativa ha avuto dice che: «Sono state molte le donne palestinesi a dirci che ci siamo sentite al centro dell’attenzione. Anche le stesse partecipanti ci hanno detto che stare con altre donne nelle strade per rivendicare i diritti di altre donne sofferenti ci ha dato forza. Le tante, tantissime partecipanti hanno apprezzato enormemente anche la diversità che ha caratterizzato questa marcia: donne diverse, di diverse scuole politiche e ideologiche, di diverse età e classe sociale si sono riunite per inviare il loro messaggio di solidarietà e chiedere un cessate il fuoco immediato e la fine dell’occupazione. Anche giornalisti e fotografi hanno apprezzato l’organizzazione dell’evento. Tantissimi i messaggi che dicevano quanto fosse bello vedere le donne appropriarsi dello spazio pubblico, mentre gli uomini osservavano dal ciglio della strada».

«Porre fine alla guerra non è sufficiente per porre fine alle sofferenze – conclude Marwa – questo darà alle persone soltanto l’opportunità di estrarre i cadaveri dei loro cari rimasti sotto le macerie e seppellirli, e di scoprire se le loro case sono state distrutte solo parzialmente o completamente…Tuttavia, porre fine alla guerra, all’assedio, all’occupazione, liberare tutti gli ostaggi, garantire condizioni di vita dignitose ai palestinesi e condannare Israele per tutti i suoi crimini è ciò che aiuterebbe veramente una madre che ha perso tutti i suoi figli, a causa dei bombardamenti, ad affrontare in pace il proprio lutto. Solo così facendo si eviterà che l’ennesima bambina palestinese subisca le stesse sofferenze patite dai suoi avi».

Il corteo di donne, nella giornata del 25 novembre, è inevitabilmente passato davanti all’Istituto Francese di Tunisi, i cui muri sono stati debitamente coperti di graffiti che inneggiano alla rivoluzione, invocano il sostegno alla resistenza e auspicano la liberazione della Palestina e la fine dell’occupazione, il tutto espresso in toni decisamente coloriti, così come ci si aspetterebbe da un popolo che ha ben presente il proprio passato coloniale e soprattutto ha ben presente quello colonialista della Francia, che in queste settimane non ha fatto nulla per riscattarsi, continuando anzi a sostenere lo stato di Apartheid israeliano.

Ma ad attirare l’attenzione non sono tanto i graffiti comparsi nell’ultimo mese, quanto piuttosto il murale accanto a essi – dedicato alle donne – su cui figura lo slogan del movimento #EnaZeda, tunisino per #MeToo. Questo silenzio assordante però non è in nome delle donne tunisine. Nel murale su cui figurano donne di tutti colori, donne con hijab, donne con disabilità, non sono contemplate donne che sostengono le donne sotto l’occupazione militare. Quindi si, #AncheIo, ma di sicuro non  non in mio nome. 

Chi vuole una libertà condizionata

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Per approfondire:

Sabato, 2 dicembre 2023 – n°48/2023

In copertina: Giornata internazionale contro la violenza alle donne – Foto: 2023©Camilla Forlani (tutti i diritti riservati)

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