mercoledì, Ottobre 05, 2022

Notizie dal mondo

Dall’attacco jihadista alla prigione al-Sina’a in Siria di Nord-Est, alla morte del capo Isis Al-Qurayshi, passando per le milizie islamiste di al-Sham

Kurdistan cuore delle battaglie altrui

di Laura Sestini

E’ durato oltre una settimana – ed ancora si cerca di scovare gli ultimi fuggiaschi – l’attacco terroristico da parte dell’Isis alla struttura adibita a prigione nella Amministrazione Autonoma in Siria di Nord e dell’Est – AANES – alla periferia della città di Hesekê, gestita militarmente dalle SDF – Forze democratiche siriane – a comando curdo.

Nella prigione di fortuna si trovavano circa 5 mila detenuti considerati aderenti all’Isis, catturati durante gli scontri bellici degli anni scorsi in area curda; in maggioranza prima della ‘pace’ costruita a tavolino da Russia e Stati Uniti, una volta che era stata decretata la sconfitta militare del Califfato Islamico in Siria, il 18 marzo 2019.

Ad ottobre dello stesso anno seguì l’istituzione di una safe zone, area-cuscinetto fortemente voluta dalla Turchia, ottenuta con la giustificazione della protezione dei propri confini, dopo che senza preavviso né lasciapassare di altri Paesi, questa aveva repentinamente bombardato alcune città curde sul confine.

La striscia di terra, a supervisione militare di russi e lealisti siriani, è divenuta ‘di nessuno’, ovvero vi scorribandano numerosi gruppi di islamisti, che dalla rivoluzione del 2012 si sono scissi, patteggiando sempre nuove coalizioni.

Un territorio lungo circa 440 chilometri e profondo 37 entro il Nord-est siriano, in parallelo tra i confini dei due Paesi, Siria e Turchia, che include una delle strade più strategiche di lunga percorrenza e maggiormente trafficate nell’area – la M4. Qui si compiono regolarmente rapimenti, assassinii ed attentati, luogo dove perse la vita barbaramente trucidata anche Hevrin Khalaf, giovane politica progressista curda (https://www.theblackcoffee.eu/donne-in-vendita-in-libia/).

Di fatto la safe zone è divenuta un avamposto militare operativo turco – “una zona sicura turca entro il territorio siriano” – come la definì allora il britannico The Guardian che, attraverso il miglior controllo delle linee di frontiera, funge da luogo ideale per spostare con facilità soldati e mercenari tra Turchia, Siria, Iraq e fino alla Libia, come abbiamo potuto constatare durante i recenti anni di guerra civile tra le fazioni del generale Haftar e il Governo istituito dall’ONU di Al-Sarraj.

Alla fine dell’attacco dinamitardo sulla prigione al-Sina’a nel tentativo di far evadere i detenuti Isis, i morti sul campo saranno vicini a 500, di cui 117 vittime tra i combattenti YPG/YPJ curdi e gli agenti di sicurezza del carcere; 370 jihadisti e numerosi civili. In totale sono circa 10 mila di detenuti Isis in territorio AANES, di 50 nazionalità differenti. La strategia utilizzata dalle SDF sui detenuti armati asserragliati dentro le mura carcerarie con un centinaio di ostaggi, è stata di sconfiggerli per fame e sete. La resa dei detenuti è avvenuta come atteso, ma solo dopo il sacrificio di tutti gli tutti gli scudi umani. Mentre dall’alto l’operazione veniva sostenuta dalle forze aeree statunitensi, alleate delle SDF, i detenuti sono stati trasferiti in ambienti più sicuri.

Video ufficiale della resa di alcuni detenuti dal carcere al-Sina’a

Un attacco pianificato e improvviso, quello delle cellule Isis, che riporta al centro del dibattito non solo la sicurezza dell’area nel suo complesso, ma soprattutto la custodia di tutti quei foreign fighters che i Paesi di origine non vogliono riportarsi a casa, nonostante i numerosi appelli di ANEES, anche rivolti all’Onu. Negli ultimi tempi gli attacchi jihadisti, così pure gli arresti dei miliziani, si sono fatti più frequenti, tantoché molti esperti di geopolitica sono convinti che il Califfato stia vivendo una fase di rinascita. L’argomento lo abbiamo più volte affrontato trasversalmente poiché riguarda anche la grave situazione nel campo di al-Hawl dove sono collocate le famiglie – circa 60mila persone tra mogli e figli, di cui due terzi minorenni – dei mercenari jihadisti in detenzione, miste a qualche migliaio di profughi siriani (https://www.theblackcoffee.eu/lamministrazione-autonoma-in-siria-di-nord-est-annuncia-unamnistia-generale/ ). Recentemente nel campo era stato ucciso un giovane operatore sanitario della Mezzaluna Rossa Curda. Anche qui la sicurezza è a carico delle SDF, che continuano a lanciare richieste di aiuto, perennemente ignorate.

Mentre ancora il conflitto con gli evasi e i loro alleati esterni non si era concluso, il primo febbraio la Turchia ha iniziato una nuova campagna di bombardamenti su una vasta area a maggioranza curda, che ha attraversato i confini tra Siria ed Iraq. La giustificazione è annosa, sempre la stessa da decenni, ovvero la presenza di militanti del PKK – il Partito dei Lavoratori Curdi, del leader Abdullah Öcalan – di cui la Turchia è acerrima nemica. D’altronde la verità di intenti non si può spifferare ai quattro venti, e la realtà è tutta un’altra, ormai in perfetta sinergia anche con il KRG – il Governo autonomo della regione curdo-irachena guidato dalla famiglia Barzani – che tiene spalla alle manie di espansione del Presidente Erdoğan, facendo guerra ai suoi consimili, e cittadini curdi.

L’area dei bombardamenti turchi, tra Siria ed Iraq

Le aree prese di mira dai bombardamenti includono il campo profughi di Mexmûr, Geliyê Kersê, Barê e Çil Mêra vicino a Şengal (Sinjar) nel Kurdistan meridionale iracheno; così come il villaggio di Teqil Beqil vicino a Dêrik nel Rojava – in Siria settentrionale.

In un comunicato, il partito turco pro curdo HDP riporta: «La sera del 1° febbraio 2022, l’esercito turco ha colpito obiettivi in Iraq e nel nord della Siria. Oltre venti attacchi aerei hanno colpito la regione di Shingal (Sinjar), patria degli Yazidi sopravvissuti al genocidio dell’ISIS nel 2014. Oltre dieci attacchi aerei hanno colpito il campo profughi di Makhmour, sede di una comunità di Curdi – che ora ne conta oltre 12.000 – giunti in Iraq nel 1990 per sfuggire alla distruzione dei loro villaggi d’origine da parte delle forze di sicurezza turche in Turchia. Ci sono notizie che due residenti del campo sono stati uccisi e alcuni altri sono rimasti feriti. Le bombe che hanno colpito la regione di Derik, nel Nord-est della Siria, hanno preso di mira una centrale elettrica – parte delle infrastrutture essenziali della regione – e hanno anche ferito almeno due persone. I bombardamenti dal territorio occupato dalla Turchia hanno colpito i villaggi di Shebha, dove gli sfollati curdi di Afrîn hanno trovato un rifugio temporaneo. Questo crimine di guerra coordinato, è avvenuto pochi giorni dopo che il regime di Erdoğan ha tentato di salvare migliaia di combattenti dell’ISIS dalla prigione di Sina’a nella città di Hesekê (Hasakah). Fortunatamente, a causa del coraggio e dell’eroismo delle Forze democratiche siriane – SDF – questa evasione è stata sconfitta. Questo ultimo evento rispecchia l’eroica vittoria contro l’ISIS nella città di Kobanê di sette anni fa, e rammenta al mondo che la speranza della Turchia di utilizzare l’ISIS e simili mercenari per procura contro l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est (AANES) non è finita. Il regime di Erdoğan vuole anche distrarre dai suoi fallimenti interni rilanciando la sua crociata contro Rojava/AANES e occupare tutte le restanti aree all’interno della Siria dove non solo i curdi vivono liberi, ma anche i loro alleati arabi, armeni, assiri, turkmeni e circassi. Desiderano diffondere l’oscurità e la disperazione di Efrîn, Serê Kaniyê e Girê Spî già occupate, sul resto della Siria nord-orientale. Per fortuna, il Movimento per la libertà curdo è più forte che mai e la Turchia non può spezzare la nostra volontà di autodeterminazione, democrazia, uguaglianza delle donne e vita ecologica. Ciò che è scoraggiante, tuttavia, è il silenzio e la complicità delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, della NATO e del Consiglio d’Europa, i quali sono tutti consapevoli di questo assalto del terrorismo di stato turco. L’Occidente ha detto ‘Mai più’ in merito al genocidio degli Yazidi, ma alla Turchia è continuamente consentito di perseguire la sua barbarie omicida contro milioni di cittadini in tutto il Kurdistan. Chiediamo quindi che questi organismi internazionali di cui sopra fermino i massacri aerei di Erdoğan attraverso tutti i mezzi diplomatici disponibili e applichino sanzioni economiche contro il suo regime, se necessario. Egli dovrebbe anche essere portato davanti alla Corte Penale Internazionale per rispondere della sua filastrocca di crimini contro l’umanità. Inoltre, chiediamo il riconoscimento legale dell’AANES e degli Yazidi a Şengal, in modo che possano garantirsi pienamente la propria sicurezza dagli attacchi turchi. […]

In gran parte dell’area curda in Iraq c’è molto movimento militare – anche del Governo centrale iracheno che questiona territori con il KRG – e di violenza sui civili, spesso presi di mira dai droni turchi, anche lontano dai loro confini territoriali, come il caso di Shengal o il campo profughi di Makhmour.

Oltre confine, in Siria del Nord, oltrepassata verso Ovest l’area a maggioranza curda di AANES, troviamo Afrin, città conquistata dalla Turchia con l’operazione ‘Ramoscello di olivo’ nel 2018, su cui governano i miliziani NSA-National Syrian Arm – recente rimpasto dell’ex Esercito Siriano Libero, con numerosi sottogruppi jihadisti; a seguito dell’invasione della Turchia, qui la popolazione subisce continui soprusi, molta di cui fuggì durante il conflitto, rifugiandosi in territorio curdo (https://www.theblackcoffee.eu/la-rete-mercenaria-di-violenza-e-di-abusi-dello-stato-turco/).

Una novità – nonostante gli ‘sgomitamenti’ di tutti i gruppi di mercenari per accaparrarsi nuove località e villaggi, con conseguente sostituzione etnica – negli ultimi tempi riguarda i miliziani stanziali NSA che subiscono attacchi di altri gruppi islamisti – soprattutto del più conosciuto – il salafita Hayat Tahrir al-Sham (HTS) – per il controllo del territorio. E’ questo uno dei recenti diversivi, che vanno a peggiorare le precarie condizioni esistenziali della popolazione, in cui si trova l’area. Poco lontano l’esercito del Presidente siriano Bashar Al-Assad continua a scontrarsi con le milizie jihadiste, ad Idlib – nel tentativo di riconquistare la provincia.

Il lancio della notizia dell’uccisione di Al-Qurayshi, da parte dell’agenzia di stampa curda in Italia

Concludiamo con quella che al momento pare una buona notizia: durante la notte del 2 febbraio un’operazione statunitense, in collegio con le forze SDF, ‘stana’ il secondo capo dell’Isis Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, avvicendatosi alla morte del fondatore del Califfato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi, avvenuta a fine ottobre del 2019. Su Al-Qurayshi la cronaca riporta che si sia fatto saltare in aria prima di essere catturato, insieme a cui sono morte anche due donne e sei bambini. Secondo il presidente Joe Biden, Al-Qurayshi fu la forza trainante del genocidio del popolo yazida nella regione irachena dello Shengal ad agosto 2014, quando i massacri spazzarono via interi villaggi, migliaia di donne e ragazze furono vendute come schiave e lo stupro fu usato come arma di guerra.

Sui casi di morte dei due leader Isis, c’è molta analogia, sia nella sequenza dei fatti, che dell’area geografica di ritrovamento. Entrambi sono stati scoperti dalle forze statunitensi e morti per immolazione – anche se su al-Baghdadi ci sono più tesi; soprattutto entrambi si trovavano in area safe-zone turca in Siria: ad Atimah, una località della provincia di Idlib per quanto riguarda Al-Qurayshi, e nella vicina Barisha per Al-Baghdadi.

Il commento del giornalista di @aawsat_news – basato a Londra

L’eccezionale evento, oltre a puntare il dito sull’amministrazione Biden, già accusata di collaborazione, per il ritrovamento di Al-Qurayshi, con i miliziani di Al-Sham che governano quel preciso territorio parallelamente alla Turchia, suggella ulteriormente la contiguità di Erdoğan con soggetti islamisti di ampia gamma, ‘protetti’ sull’area di riferimento.

Tutti gli intrecci politici in loco si muovono e si interscambiano, ma gli obiettivi rimangono ben definiti: la sete di potere di tutti gli attori in campo – nonostante i proclami lanciati in virtù della pace e della democrazia – è ancora molto lontana dal placarsi.

Sabato, 5 febbraio 2022 – n° 6/2022

In copertina: la cerimonia funebre di alcuni componenti YPG/YPJ uccisi come ostaggi dai detenuti IsisFoto: YPG Press

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