La violenza sulle donne e la loro ricerca di libertà
di Laura Sestini
Tra le proposte cinematografiche di Middle East Now 2026, interessanti sono risultati due film di altrettante registe, provenienti da Arabia Saudita e Iraq, Shahad Ameen e Zahraa Ghandour.
Originaria della città saudita di Gedda, Shahad Ameen, con il suo film “Hijra” ha partecipato alla Biennale del cinema di Venezia, nel 2025, ed è candidata al Premio Oscar.
I film attraversa la vita e le aspirazioni di tre generazioni di donne, nonna Sitti e due nipoti, sorelle di differenti età, mentre si recano in sacro pellegrinaggio verso La Mecca. Qui, le protagoniste affrontano l’affollamento dei milioni di credenti arrivati da tutto il mondo, il comportamento da mantenere di Sarah e Janna, 18 e 12 anni, sotto lo sguardo severo della nonna nel ripercorrere la migrazione (Hijra) compiuta da Maometto tra La Mecca e la città di Medina e della trasformazione spirituale che la Hajj, la purificazione, dovrebbe innescare nell’animo dei credenti, attraverso tutti i precetti religiosi da osservare.
Le due giovani accompagnano la nonna, da sempre desiderosa di compiere il pellegrinaggio, con il consenso di loro padre, figlio dell’anziana signora che sarà a sua volta responsabile della loro incolumità e compostezza. Nonostante ciò, Sarah ha un piano differente da realizzare e improvvisamente devia il suo percorso, spiazzando le due parenti che si lanciano alla sua ricerca, lasciandosi alle spalle il pellegrinaggio religioso.
La ricerca di Sarah porterà Sitti e Janna ad incontrare inaspettati personaggi e attraversare gli antichi percorsi del pellegrinaggio, strade percorse nei secoli dai credenti che percorrevano centinaia di chilometri a piedi per raggiungere la città santa ai musulmani.
I variegati paesaggi della semisconosciuta terra saudita agli occhi occidentali, attraverseranno il grande schermo per trascinare gli spettatori negli ambienti rurali e rarefatti del deserto roccioso e delle rigogliose sue oasi, le cui atmosfere e le potenti bellezze possono avvicinare a dio anche i più scettici sulla sua esistenza. Fotografia mozzafiato, certamente merito della bravura del fotografo di origine cilena, Miguel I. Littin-Menz, ma ancor di più dovuta alla creatività della natura, che qui eccelle, catturata con grande abilità dall’estetica fotografica.
Da La Mecca, a Gedda a Duba, il viaggio alla ricerca di Sarah di nonna e nipotina, non più troppo piccola, poiché in alcuni paesi musulmani le bambine possono sposarsi fin dai nove anni, il viaggio non sarà solo geografico, ma fortemente spirituale ed andrà a scoprire segreti e tabù della famiglia attraverso le vicende della sua parte femminile, di cui Sitti custodisce molti traumi e ricordi, attraverso le varie forme di violenza che le donne subiscono a tutte le latitudini, e la loro ricerca di verità, di libertà e di riscatto.
Tra le curiosità del film, un proverbio arabo: “i cammelli non dimenticano”, e pare sia reale il rancore che questi animali portino a chi li tratta male, compresi i loro padroni, tanto anche di tentare di ucciderli per legittima difesa. Attraverso il proverbio, il mondo maschile arabo fa un parallelo con la controparte femminile, ovvero che “anche le donne non dimenticano”. Le scene finali del film risultano difficili da comprendere ad un pubblico occidentale che non conosca questo parallelo.
“Ovvero – risponde la regista ad un’intervista di Giampiero Raganelli pubblicata sulla rivista Quinlan – anche noi donne possiamo essere molto testarde e molto fedeli, allo stesso tempo, proprio come gli arabi e proprio come i cammelli. […] Detesto il fatto che ci sia la percezione che le donne arabe siano deboli e vittime. A volte non lo sono. Certo, devono affrontare molte difficoltà, come tutte le donne. Ma le donne arabe sanno mantenere la loro posizione. Vivono un diverso tipo di indipendenza, o un diverso tipo di libertà, rispetto a ciò che si crede in Occidente. Ciò non significa che siano più deboli. Volevo mettere in luce la testardaggine di questa famiglia. Ogni donna in quella famiglia ha il suo carattere e il suo modo di vivere la vita“
…………………………………….
Il film-documentario “Flana”, di Zahraa Ghandour, giovane regista irachena di Baghdad, in anteprima italiana con la sua presenza in sala, ritrae la vita dal vero di una giovane donna irachena, diventata in seguito sua amica, rifiutata dal padre in quanto femmina, e senza nessun rimorso espulsa dalla casa di famiglia, costringendola fin da adolescente a vivere di espedienti.
“Il film è molto semplice, ma ha una storia molto importante – spiega al pubblico la regista prima della proiezione. Un film semplice, ma ha un grande significato per lei, la protagonista, e per la storia che racconta. “Flana“, nel dialetto iracheno, significa una donna qualunque, una donna che non vale niente, o qualcosa di invisibile. Qualcuno che non ha niente. Qualcuno di cui si è dimenticato il nome o che non è necessario ricordare.”
Zahraa Ghandour, all’esordio come regista, è un’attrice conosciuta nel suo paese di origine, una donna molto coraggiosa per fare un film come questo – come donna irachena – sulle condizioni delle donne in Iraq; un film molto intimo.
“C’è qualcosa di autobiografico in questo film?” – chiede una spettatrice. “Sì, c’è un po’ di autobiografia nel film, c’è la storia della mia nascita, c’è la casa dove sono nata e cresciuta qualche anno da bambina, Zahraa da piccola. È un’autobiografia delle emozioni più che dei fatti. Ho cercato molto di trasmettere il sentimento che avevo come bambina in quella casa, che era silenziosa e a volte molto chiassosa a causa delle urla delle donne che berciavano in modo strano. Donne partorienti aiutate da mia zia levatrice, per far nascere i loro figli. La casa, quindi quel luogo in cui la zia vive, lavora e cucina, che è la casa della mia infanzia. Il film vuole trasmettere l’impressione che si può passare dall’inferno al paradiso… le prime immagini sono molto, molto forti, e le ultime… con il volto sorridente della protagonista, sono davvero il paradiso.”
“Nathalie – la protagonista del film e la sua vera storia – è il simbolo di come puoi essere fantastica anche se sei lasciata da parte da coloro che dovrebbero proteggerti. Sono sempre impressionata di chi sia diventata, perché nei primi dieci anni della sua vita ha sofferto della tortura di suo padre e poi è stata prigioniera della scuola pubblica per le ragazze senza famiglia, praticamente un carcere da dove si può uscire solo dopo aver compiuto 22 anni, senza competenze di vita, senza istruzione, recluse da moltissimi anni. Tante ragazze si sono suicidate, e la stessa Nathalie ha tentato il suicidio, si possono vedere le tracce sul suo corpo. Nel 2017 ci fu una rivolta, ma cinque ragazze morirono nell’incendio che venne appiccato per protesta. Sono molto felice di averla oggi nella mia vita come amica. Ho scelto di avere Nathalie nel film perché è il migliore scenario che vorrei per Nour, che fosse diventata dopo la sua scomparsa, una persona splendida con grandissima forza. Nathalie oggi è a Baghdad, lavora come assistente di produzione in un film di finzione, ed è molto felice. Finalmente sta sentendo la sua stessa forza, prova più fiducia in se stessa.”
La trama, infatti, prende spunto dalla scomparsa di un’amica di infanzia della regista, Nour, sua compagna di giochi, che con la famiglia abitava accanto alla casa della zia. Un giorno qualcuno la portò via, evidentemente con il consenso della famiglia, e mai vi ritornò. Un’amica scomparsa e mai ritrovata.

“È stato difficile fare un film del genere, specialmente la prima parte, perché non ho mai studiato cinema e in realtà, girarlo è stata anche la mia scuola. Ho avuto a che fare con emozioni enormi e ho girato così tanto… il viaggio alla ricerca di Nour non è stato facile, è stato difficile ma non credo di essere mai arrivato al punto di pensare di smettere…”
Il film è stato realizzato in sei anni di ricerca, e avrebbe dovuto fare un tour in Iraq all’inizio del 2026, ma poi sono giunti “problemi amministrativi statali”; breve dovrebbe essere proiettato in Kurdistan iracheno.
La primissima scena del film ritrae un lungo corteo in processione di donne vestite di nero e con la faccia piena di fango. La regista spiega che in Iraq ci sono le due diverse professioni dell’Islam, sunnita e sciita. Le donne di corrente sciita hanno una tradizione molto spirituale e c’è un giorno dell’anno, di preghiera, quando solo delle donne vanno al santuario dell’Imam Hussein.
“La scena è stata filmata perché tutte le donne indossano l’abaya, una lunga tunica o soprabito ampio indossato dalle donne musulmane per coprire interamente il corpo. E’ un costume culturale sunnita, non è un velo religioso; lo indossano solo le donne in Iraq, di diverse religioni, e ho scelto di inserirlo perché sento che tutte le donne, di diverse classi sociali e religiose, attraversano questa sofferenza e vanno a pregare per i propri desideri ogni anno. Sono molto spirituali molto emotive, è un momento molto sensibile, quindi l’ho filmato in anni diversi solo per creare la scena e infine ho deciso di farla diventare l’apertura del film. E’ come un sogno che mi ha portato a raccontare della parola o di una preghiera, a svelare la storia di noi. La polvere che si vede in realtà è fango, fango che viene fatto con la sabbia, con la terra di quel luogo. Sono donne uscite dalla moschea dove si trova il mausoleo, la tomba dell’imam Hussein, che compiono questo rito di preghiera dedicato solo alle donne. Quella terra simbolizza il posto in cui l’imam Husein giace, che per loro significa giustizia. Per cui l’idea di ricoprirsi con la sabbia e fango è come ricoprirsi di giustizia, cioè fare in modo che la giustizia si alzi sui luoghi.”
Attraverso il film, e insieme a Nathalie, si sta avviando una campagna per ottenere donazioni per aiutare le donne irachene discriminate e vittime di violenza.
……………………………………………………………
HIJRA (Arabia Saudita, Iraq, Egitto, Regno Unito – 115’- 2025) – Lingue: Arabo, Urdu, Turco, Inglese
Regia/Sceneggiatura: Shahad Ameen
Interpreti: Lamar Faden, Khairiah Nathmy, Nawaf Al-Dhufairy
Fotografia: Miguel I. Littin-Menz
Musica: Armand Amar
Costumi: Meznah Alharbi
Effetti visivi: Filippo Robino
Con il supporto di: Red Sea Fund, Film Alula, Daw Film – Film Commission | MOC, NEOM Media, Ithra Film Fund
…………………………………………………………….
FLANA ( Iraq, Francia, Qatar 85′ – 2025) – Lingua originale: arabo – sottotitoli in italiano, inglese
Regia: Zahraa Ghandour
Produttori: Zahraa Ghandour, Marc Berdugo, Barbara Conforti
Case di produzione: Lila Production, Karada Films
………………………………………………………………..
Sabato, 24 ottobre – Anno VI – n°43/2026
In copertina: una scena del film “Hijra” della regista saudita Shadah Ameen

