martedì, Aprile 16, 2024

Lifestyle, Società

Smart working

Un nuovo privilegio?

Redazione di TheBlackCoffee – traduzione di Nancy Drew

La crisi sanitaria generata dal Covid-19 ha accelerato la crescita del telelavoro in tutti i paesi europei, in tutti i settori di attività e di tutte le dimensioni aziendali. Ne hanno beneficiato dipendenti e aziende, la cui soddisfazione e i livelli di produttività sono migliorati. Lo smart working però rischia anche di creare un divario digitale tra lavori telelavorabili e quelli che non lo sono.

Dal 5,4 per cento nel 2019, la quota di europei che lavorano regolarmente da casa è salita al 13,4 per cento nel 2021. «La pandemia di Covid-19 ha portato a un aumento del telelavoro in tutta Europa» – osserva Wouter Zwysen, ricercatore dell’ETUI Trade Union Institute – il centro di ricerca della Confederazione europea dei sindacati (CES). Tuttavia, il divario tra il Nord Europa, che aveva già fatto grandi passi in questa direzione, e il Sud Europa, non è stato colmato: «Il telelavoro è diventato ancora più diffuso nei Paesi dove era già sviluppato» – continua il ricercatore.

Persone occupate che lavorano da casa nell’Unione europea, in percentuale dell’occupazione totale

Il lavoro da casa è diventato così “una componente essenziale del mondo del lavoro nel XXI secolo”, osserva la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, Eurofound, in uno studio pubblicato nel dicembre 2022. Il telelavoro ora coinvolge più di 40 milioni di persone in tutta Europa, ovvero circa il 20% di coloro che lavorano. Con il 34,3 per cento dei telelavoratori, la Francia si colloca nella fascia medio-alta della classifica, dietro a Paesi Bassi (53,8%), Svezia (46,2%), Finlandia (41%) e Belgio (39,9%), ma molto avanti a Germania (24,7%), Spagna (15,3%), Italia (14,8%) e Bulgaria (6,5%).

Persone occupate che lavorano da casa su base regolare o occasionale in percentuale dell’occupazione totale

In Francia, il 25% dei dipendenti del settore privato aveva già la possibilità di lavorare da remoto nel 2017. Sono saliti al 41% durante il blocco della primavera 2020 e da allora si sono stabilizzati intorno al 35%, con due grandi differenze rispetto alla crisi pre-sanitaria: il telelavoro è ora svolto mediamente per 2,4 giorni alla settimana, rispetto a 1,6 giorni nel 2019. Inoltre, è stato formalizzato, nell’ambito di un accordo aziendale o di una modifica del contratto di lavoro, in più della metà dei casi, rispetto ad appena un quarto del 2017. «Lo sviluppo forzato del telelavoro nel 2020 ha creato le condizioni favorevoli per la sua prosecuzione oltre la crisi» – osserva Mathilde Pesenti, ricercatrice di Dares. «La sua estensione e perpetuazione hanno portato alla necessità di regolarne la pratica».

Solo per l’anno 2021, Dares ha contato 4.070 accordi aziendali in materia: dieci volte di più rispetto al 2017, rappresentando il 67 per cento dei contratti collettivi e degli emendamenti dedicati alle condizioni di lavoro. L’aumento del potere delle PMI, che in genere sono rimaste indietro rispetto alle grandi imprese, è innegabile. I criteri di ammissibilità al telelavoro sono tra i temi affrontati sistematicamente in questi accordi: sono determinati dalla natura del lavoro, certo, ma anche da questioni di anzianità. Alla fine, i requisiti sono piuttosto basilari: l’anzianità media richiesta è compresa tra i 3 ei 6 mesi.

Nel resto d’Europa i negoziati si sono concentrati sulla dimensione economica del telelavoro. «Una questione importante nel contesto della crisi energetica» – osserva Aude Cefaliello, ricercatrice dell’Etui. In Italia, ad esempio, il risparmio netto derivante dal lavoro da casa è stato stimato in 500 Euro per postazione all’anno per le aziende, e 600 Euro per i dipendenti – generati da 1.000 Euro in meno di costi di trasporto e 400 Euro in più di costi energetici. Per ridurre l’impatto della crisi energetica sui propri costi, grandi compagnie come Assicurazioni Generali o l’operatore ICT Tim hanno deciso di chiudere gli uffici il venerdì.

In Francia, la questione della fornitura di attrezzature specifiche – per un laptop, ma anche una scrivania o una sedia ergonomica – è affrontata nell’81% degli accordi aziendali. In Slovenia questa possibilità rimane un vicolo cieco nella legislazione, dove la legge è unanimemente riconosciuta come superata: i datori di lavoro e l’ispettorato del lavoro non sono interessati al nuovo ambiente di lavoro dei loro dipendenti, i cui disturbi muscoloscheletrici e affaticamento oculare sono molto aumentati. A questo proposito, la posizione dei sindacati europei è unanime: «Ovunque lavorino, i dipendenti devono essere al sicuro» – sintetizza Aude Cefaliello.

Difficilmente si può affermare che le aziende abbiano considerato adeguatamente le sfide per la salute e la sicurezza dello smart working. In Francia, il 77 per cento degli accordi aziendali affronta il tema, ma spesso in maniera sommaria: ad esempio, semplicemente richiamando il principio del diritto alla disconnessione. «Esse raramente prevedono l’attuazione di specifiche misure di prevenzione o di sicurezza adeguate al maggiore ricorso al telelavoro». – rileva Mathilde Pesenti.

I rischi legati all’iperconnessione e all’isolamento sono stati chiaramente identificati. «Lo scorso giugno le parti sociali europee hanno concordato di aprire un confronto su questo tema con l’obiettivo di trasformarlo in una direttiva – spiega Aude Cefaliello – ci vorrà del tempo». Nel frattempo, gli esperti di Eurofound osservano un duplice movimento: da un lato, il telelavoro migliora l’equilibrio tra vita professionale e privata. Semplifica la gestione dell’assistenza all’infanzia, riduce i tempi di spostamento e aumenta l’autonomia professionale. D’altra parte, può aumentare la pressione sui lavoratori affinché siano sempre disponibili o lavorino nel tempo libero. Alcuni hanno sperimentato isolamento e conflitti di equilibrio a causa dell’offuscamento dei confini tra lavoro e vita privata.

Già nel luglio 2020, Eurofound ha avvisato di un altro rischio emergente, ovvero del divario tra chi può lavorare da casa e chi no. Guardando i dati dell’indagine europea sulle condizioni di lavoro, la fondazione ha calcolato che nell’Unione europea il 37% del lavoro retribuito è attualmente telelavorabile. Ciò corrisponde più o meno alle cifre presentate dall’Ofce – Observatoire français des conjonctures économiques – nel maggio 2020, durante il blocco totale: in Francia, su 28,5 milioni di posti di lavoro, 18,5 milioni – il 65 per cento – non sarebbero ammissibili in smart working.

Storicamente riservato ai “colletti bianchi ben retribuiti”, il telelavoro è diventato più diffuso durante la pandemia, coinvolgendo più “impiegati amministrativi di basso e medio livello”, osserva Eurofound. Ma rimane inaccessibile, e sottovalutato, a tutta una serie di campi che coinvolgono l’interazione fisica e sociale: salute, produzione, agricoltura, logistica, vendita al dettaglio, assistenza.

Eurofound ha analizzato i dati: quasi tre quarti di coloro che si trovano nel quintile salariale più alto possono potenzialmente telelavorare. Al contrario, solo il 5% di quelli nel quintile più basso può lavorare da casa. Il telelavoro appare quindi come un nuovo privilegio per una popolazione già benestante in termini di qualità del lavoro e retribuzione. Ciò ha portato Eurofound a chiedere ai responsabili politici di garantire che i dipendenti che telelavorano siano su un piano di parità con quelli che non possono.

In Francia, secondo l’edizione 2022 del barometro Malakoff Humanis, il 63 per cento dei dirigenti aziendali pensa che il lavoro ibrido, con due o tre giorni di telelavoro alla settimana, continuerà a svilupparsi. Questo in primo luogo perché soddisfa una domanda sociale (81%), ma anche perché consente un rinnovamento della pratica manageriale (67%), riduce l’assenteismo (60%) e migliora la produttività (69%).

Gli economisti Antonin Bergeaud, Gilbert Cette e Simon Drapala hanno esaminato la produttività delle aziende che hanno utilizzato il telelavoro prima, durante e dopo la pandemia di Covid-19. La loro conclusione si sintetizza in queste parole: «Un significativo aumento complessivo dell’uso del telelavoro a lungo termine potrebbe migliorare la produttività di circa il 10%. Tuttavia, questo deve avvenire nelle giuste condizioni. Gli effetti del telelavoro sulla produttività sono “non lineari”, con “un impatto positivo crescente e poi decrescente. Le perdite di produttività possono essere legate a mancanza di preparazione, mezzi tecnici inadeguati, scarso scambio tra colleghi e inadeguatezza del luogo di lavoro, soprattutto in presenza di bambini piccoli. Inoltre, gli effetti del telelavoro sono tanto più positivi e significativi se questa forma di lavoro è sostenuta sia dai lavoratori interessati sia dal management».

E il supporto per i dipendenti che non hanno accesso al telelavoro? Speriamo che anche le loro voci vengano prese in considerazione…

Fonte: EDJNet – The European Data Journalism Network/Alternatives economiques
Sabato, 1 aprile 2023 – n°13/2023

In copertina: foto di Liza Summer – www.pexels.com

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