giovedì, Febbraio 22, 2024

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Omosessualità vietata

“La malattia dei bianchi, non africana”

di Alessia Fondelli

L’Africa è intrinsecamente omofoba: 34 Paesi vietano l’omosessualità.

Partendo da un fatto di cronaca successo recentemente, vorrei analizzare e fornire l’immagine di un Africa “intrinsecamente omofoba”, per capirne le motivazioni e soprattutto le origini.

In Uganda, dirsi gay può costare l’ergastolo. Il Parlamento dell’Uganda ha appena approvato una legge che propone nuove e severe sanzioni per le relazioni tra persone dello stesso sesso. La versione finale non è ancora stata pubblicata ufficialmente, ma gli elementi discussi in Parlamento – riporta la Bbc – includono che una persona condannata per adescamento o traffico di bambini allo scopo di coinvolgerli in attività omosessuali rischia l’ergastolo, anche gli individui o le istituzioni che sostengono o finanziano attività o organizzazioni per i diritti LGBTQ+, o pubblicano, trasmettono e distribuiscono materiale e letteratura mediatica pro-gay, rischiano di essere perseguiti e incarcerati, gruppi di media, giornalisti ed editori possono essere perseguiti e incarcerati per aver pubblicato, trasmesso e distribuito qualsiasi contenuto che sostenga i diritti dei gay o “promuova l’omosessualità”.

Ma é molto più semplice di così: basta dirsi gay.

Secondo la legge amici, familiari e membri della comunità avrebbero il dovere di denunciare alle autorità le persone omosessuali.

La motivazione?

La motivazione sembra legata alle tradizioni: «Questa proposta di legge – ha detto Asuman Basalirwa, membro del Parlamento che l’ha presentata – è stata concepita per proteggere la nostra cultura, i valori legali, religiosi e familiari tradizionali degli ugandesi e gli atti che possono promuovere la promiscuità sessuale in questo Paese». Il parlamentare ha poi aggiunto: «Mira anche a proteggere i nostri bambini e giovani che sono resi vulnerabili agli abusi sessuali attraverso l’omosessualità e gli atti correlati».

Fortunatamente non tutti sono d’accordo: l’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato che “l’approvazione di questo disegno di legge discriminatorioprobabilmente tra i peggiori al mondo nel suo generetrasformerà le persone lesbiche, gay e bisessuali in Uganda in criminali semplicemente per il fatto di esistere, per essere quello che sono”.

Ma in Africa tutto ciò non é una novità: le relazioni tra persone dello stesso sesso sono vietate in 34 paesi.

«Gli omosessuali sono deviazioni dalla normalità. Perché? È una questione di natura o di educazione? Dobbiamo rispondere a queste domande» – ha dichiarato il Presidente Museveni quando i deputati gli hanno chiesto di commentare la legge. I parlamentari definiscono tali relazioni “minacce alla famiglia tradizionale ed eterosessuale“, frutto di una società altamente conservatrice.

Le leggi più severe sono in Gambia, Sierra Leone e nell’area centro-africana (Kenya, Tanzania, Zambia), dove è previsto perfino l’ergastolo. Ci sono poi Stati come l’Eritrea e il Sud Sudan in cui le persone Lgbtq+ possono subire condanne dai 7 ai 10 anni. In Libia e Camerun – dove si deve anche pagare una sanzione pecuniaria – si prevede la detenzione fino a 5 anni. In Marocco la detenzione è fino a 3 anni, così come in Ghana, Guinea, Togo e Tunisia. In Algeria e Chad il reato è punito con due anni di carcere, in Liberia e Zimbabwe un anno. In molti dei Paesi menzionati sono previste anche sanzioni economiche.

In Sudan qualche settimana fa il ministro dell’Informazione ha detto che il Sud Sudan non tollererà mai l’omosessualità e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, definendolo un atto criminale punibile per un totale di 10 anni di carcere. A questi se ne aggiungono altri come l’Egitto, dove l’omosessualità non è criminalizzata per legge ma di fatto, come dimostrano diversi report. In Niger, Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Congo, Gabon, Madagascar per la comunità Lgbtq+ non è prevista alcuna protezione, né criminalizzazione specifica.

Ma da cosa deriva tutto questo odio?

Nel continente africano, la maggior parte dei riferimenti all’omosessualità ne evidenzia l’origine necessariamente straniera. Per questo, la lotta contro l’omosessualità e la “perversione delle società africane” è legata principalmente ad una forte connotazione politica di riaffermazione del proprio dominio territoriale. Si combatte l’omosessualità in quanto importazione occidentale per riaffermare la propria sovranità.

Negli ultimi decenni, questa idea dell’omosessualità come export neocoloniale è andata diffondendosi sempre più radicalmente in molti paesi africani, incentivando la persecuzione delle persone omosessuali e, in particolare, dei giovani uomini gay.

Ma queste teorie sono in contrasto con la realtà storica.

Gli studi mostrano che l’omosessualità in Africa è stata praticata in diversi contesti, molto prima dell’arrivo dei colonizzatori.

In Zimbabwe, le pitture rupestri sembrano indicare che i boscimani avevano relazioni omosessuali.

In Gabon, Camerun o Guinea Equatoriale per esempio, le relazioni omosessuali, tra uomini di tutte le età, erano viste come la medicina per essere ricchi.

Tra gli Azande del Sud-est del Sudan era diffusa la pratica di sposare giovani tra i soldati. In questo tipo di rapporto i pretendenti pagavano una dote ai genitori dei giovani per sposarsi. Gli Azande non consideravano improprie tali relazioni, poiché era concesso per un uomo andare a letto con ragazzi, quando le donne non erano disponibili. Tra questo popolo il lesbismo era praticato nelle case poligame; così era anche per le donne Nkundó della Repubblica Democratica del Congo. Anche tra le donne Wahiwe, che la facevano in assenza degli uomini, oltre alle masturbazioni reciproche – kuzunda.

Foto: Rodnae Productions/Pexels

Va sottolineato che il lesbismo non era affatto accettato dagli uomini in queste società, che lo consideravano una pratica pericolosa. Questo è il motivo per cui le donne tenevano segrete queste loro attività. Gli uomini non erano aperti alle pratiche lesbiche, tuttavia, non si preoccupavano delle pratiche omosessuali con i giovani, in assenza delle loro mogli e, talvolta, anche in loro presenza. È la manifestazione stessa del dominio maschile, che si inserisce in società patriarcali.

L’idea che l’omosessualità sia un’importazione dall’Europea – e quindi una “cosa dei bianchi” – deriva dall’immaginario che alcuni europei hanno voluto dare dell’Africa nei primi anni del ‘900.

Nel 1936, l’etnografo Henri-Alexandre Junod scriveva che nella società bantu “non si praticano due vizi molto diffusi in certe nazioni civili, l’onanismo e la sodomia. Queste usanze immorali erano del tutto sconosciute alla tribù Thonga prima dell’arrivo della civiltà. Purtroppo non è più così”. E così anche in Les Nuer, un’opera dell’antropologo britannico Edward Evans-Pritchard pubblicata nel 1940, non vengono menzionate le relazioni omosessuali dei Nuer, etnia del Sud del Sudan, relazioni di cui esisteva peraltro un’ampia documentazione. Solo a distanza di trent’anni Evans-Pritchard ha ammesso l’esistenza di pratiche omosessuali nella società africana tradizionale.

Durante il periodo coloniale, gli abitanti dell’Africa subsahariana venivano quindi regolarmente descritti come “figli della natura” risparmiati dai vizi delle società “civilizzate”.

Analizzando i sistemi legali messi in atto dai colonizzatori europei tra il XIX e XX secolo, tuttavia, si nota che sono state emanate 38 legislazioni con leggi che criminalizzavano in un modo o nell’altro l’omosessualità. Queste leggi sono state raramente applicate prima dell’inizio del XX secolo.

Come anche in India, i primi a esportare leggi che punissero “atti contro l’ordine della natura” in Africa – la prima in Kenya – furono i britannici.

Nel Regno Unito, fin dal 1533 gli atti omosessuali erano punibili con la pena di morte, le leggi contro la sodomia – modificate nel tempo – furono abrogate definitivamente in UK solo nel 1967.

In seguito all’evoluzione dei concetti di libertà propri dell’Illuminismo, il codice penale francese del 1791 ha depenalizzato la sodomia tra adulti consenzienti. Tuttavia, nelle colonie questi valori non furono mai applicati. Durante il periodo dell’indipendenza – intorno al 1960 – diverse delle ex colonie hanno quindi adottato leggi che vietavano l’omosessualità, ricalcando spesso i modelli di legge dei vecchi colonizzatori.

Oltre alle istituzioni coloniali, a lottare contro l’omosessualità ci hanno pensato gli evangelisti cristiani occidentali, contribuendo a condannare l’attivismo in favore dei diritti umani in generale e di quelli LGBT – specialmente in seguito all’ondata di HIV nel continente – in particolare come un tentativo neocoloniale di distruggere le tradizioni e i valori africani. Una retorica fatta propria da diversi leader africani – tra cui Robert Mugabe, che ha chiamato l’omosessualità “la malattia dei bianchi”, “non africana”; lo stesso che nel 2013 si era scagliato contro la dichiarazione di Obama di tagliare gli aiuti ai paesi africani che continuassero ad applicare leggi omofobe. Nel 1999, il presidente del Kenya, Daniel Moi, dichiarò che l’omosessualità era contro “gli insegnamenti cristiani e le tradizioni africane”.

Da quando l’Europa ha colonizzato l’Africa, l’Occidente è sempre stato visto come il distruttore della tradizione, un salvatore modernizzante in soccorso di un’Africa arretrata.

In questa storia, l’Africa precoloniale sarebbe stata organizzata in unità tribali caratterizzate dalla stessa lingua, cultura, parentela, stessa eredità e stesse leggi imposte dalle gerarchie tribali di potere, come se prima non esistesse niente di tutto ciò. Manca, infatti, una visione corretta delle origini del continente africano.

Tuttavia questa retorica diventa funzionale quando si tratta di populismo politico ed è il motivo per cui gli interventi internazionali in questo campo hanno causato l’effetto opposto, con un irrigidimento delle posizioni contro l’omosessualità per mantenere “saldi quei valori e tradizioni africane”.

Alla fine del 2011, il primo ministro britannico, David Cameron, annunciò che gli Stati africani che criminalizzavano l’omosessualità avrebbero rischiato di vedersi ridurre gli aiuti da parte loro: una dichiarazione percepita subito come un lampante esempio di imperialismo culturale a cui diversi leader africani hanno risposto che nulla gli avrebbe fatto abbandonare i propri valori, denunciando la minaccia alla sovranità statale rappresentata da questa dichiarazione.

Tutto questo mostra come l’omofobia sia un tema fortemente politicizzato.

Causata sicuramente dalla tendenza degli occidentali a voler imporre i propri modelli sugli altri che è spesso deleteria per le popolazioni che vi risiedono.

La soluzione a questo problema non sta tanto nel dimostrare che l’omofobia non è “culturalmente africana”, quanto nel rendere la difesa dei diritti umani parte integrante dei movimenti anticoloniali e nazionalisti, come d’altronde fanno da decenni le diverse associazioni locali che si battono per i propri diritti.

La morale della favola, che poi morale non è, vede la politica ancora una volta come il movente principale. Si è visto con il fallimento del DDL Zan, la proposta di legge che avrebbe dovuto tutelare gli episodi di violenza e discriminazione gay, transessuali, donne e portatori di handicap, in cui l’intera classe politica, nessuno escluso, ha usato il mancato diritto come propaganda politica.

Dal vocabolario: politica /po·lì·ti·ca/ “Scienza e tecnica che ha come oggetto […] la direzione della vita pubblica”.

Sabato, 1 aprile 2023 – n°13/2023

In copertina: foto di Alexander Grey/ Pexels

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