martedì, Settembre 27, 2022

Notizie dal mondo

Scorre sangue in Birmania

Con una rozza ferocia i militari riprendono il potere

di Ettore Vittorini

Con il colpo di Stato del primo febbraio i generali birmani si sono ripresi tutto il potere, soffocando quel poco di democrazia che avevano concesso dopo le elezioni del 2015.  Il presidente Win Myint è agli arresti e così Aun San Suu Kyi – leader del Partito Nazionale per la Democrazia e consigliere di Stato. Ha assunto questa carica perché prima delle elezioni i militari si erano inventati una legge che impediva ai cittadini sposati con uno straniero di candidarsi alla presidenza. Infatti Suu Kyi aveva sposato lo storico britannico Michael Aris. In realtà, era lei il vero presidente grazie al suo grande ascendente sulla popolazione.

Per maggior precisione il nome attuale di questo Paese è Myanmar, un termine che, tradotto dalla scrittura locale, corrisponde a Birmania, Burma in inglese.

 La massa dei birmani è subito scesa in piazza in difesa della ‘presidente’ e della democrazia che ella rappresenta da oltre 30 anni. Le manifestazioni di protesta continuano ormai da più di un mese, nonostante la feroce repressione che ha provocato finora alcune decine di morti. La motivazione dell’arresto di Suu Kyi è veramente ridicola: avrebbe tenuto un walkie talkie comprato all’estero senza autorizzazione. Il presidente, invece, è stato accusato di aver violato le normative ambientali. Evidentemente i militari non avevano altre motivazioni cui aggrapparsi per giustificarsi di fronte all’opinione pubblica nazionale, alle democrazie occidentali e alle Nazioni Unite.

Un manifestante colpito da proiettili delle forze anti-sommossa.
Foto Myanmar Now.

Per loro, conservare il potere che detengono dal primo golpe del 1962 –  a parte la democrazia limitata concessa negli ultimi anni – è fondamentale per i  propri interessi economico-finanziari. Il tentativo di invalidare le elezioni del 2020 che avevano confermato la maggioranza assoluta del partito di Suu Kyi era fallito, rafforzando maggiormente la volontà popolare per una democrazia più estesa e per la fine del rozzo predominio delle forze armate.

Il generale che ha guidato il golpe, Min Aung, tra qualche mese sarebbe andato in pensione e temeva l’apertura di un’inchiesta sui propri traffici illegali. Voleva dunque proteggere gli interessi suoi e della famiglia dalle accuse di enormi tangenti ricevute dalle holding finanziarie e di essere proprietario sotto prestanome di molte imprese. Come lui gran parte degli alti gradi delle forze armate si è arricchita con le attività portuali, con i depositi di container, con le miniere di giada, di rubini e con la speculazione edilizia. Oggi la Birmania è considerata una delle nazioni più corrotte del mondo. Il nuovo golpe ha provocato l’interruzione degli investimenti stranieri tranne quelli della Cina che, da sempre, appoggia i generali.

I monaci buddisti, che in Birmania sono 500.000, non prendono nella maggioranza dei casi una posizione netta contro i militari. Invece li ha duramente attaccati dall’esilio negli Stati Uniti, il vecchio monaco Shitagan Sayadaw, costretto a lasciare il suo Paese dopo l’eccidio del 1988. Esiste un’ala estremista di religiosi che invece approva l’operato dell’esercito. Il loro capo è Ahoin Wirathu, detto anche il Bin Laden buddista. Nei giorni scorsi ha incitato i soldati a sparare alla testa dei manifestanti.  

Dopo la presa del potere del 1962, i golpisti hanno ridotto in miseria un Paese prospero che nel 1948 si era liberato dalla lunga colonizzazione britannica.  Dopo tre guerre, gli inglesi avevano occupato tutto il territorio trasformandolo nel 1886 in una provincia della colonia imperiale indiana. Lo scrittore britannico George Orwell (1903-1950), prima di intraprendere la carriera letteraria, si arruolò a 19 anni nella polizia imperiale in Birmania. Si dimise nel 28 disgustato dall’arroganza imperialista e dalla funzione repressiva che il suo ruolo gli imponeva. Quella esperienza lo ispirò a scrivere il suo primo romanzo, Giorni in Birmania, nel quale spiegava che “l’impero indiano è un dispotismo, benevolo senza dubbio, ma pur sempre un dispotismo e il furto ne è lo scopo finale”. Tra l’altro gli inglesi costrinsero i birmani a estendere la produzione del riso, a scapito di altre attività agricole, perché con l’apertura del canale di Suez era possibile esportarlo in Europa con grandi guadagni per la Gran Bretagna.

Le proteste della popolazione locale contro l’occupazione e lo sfruttamento si trasformarono in guerriglia armata già negli anni 30 del 1900 e il capo fu Aung San, eroe nazionale e padre di Suu Kyi. Egli fu assassinato da alcuni avversari politici nel 1947, pochi mesi prima che il Paese ottenesse l’indipendenza. Il destino ha voluto che Gandhi venisse ucciso in India l’anno successivo, appena dopo l’abbandono degli inglesi. Probabilmente le lobby locali dei rispettivi nuovi Stati temevano per il proprio potere.     

La figlia di Aung San, che aveva vissuto, prima, con la madre in India e, poi, in Gran Bretagna col marito, rientrò in Birmania ai primi degli anni 80 e rimase  sconvolta dalla prima rivolta del 1988 contro la dittatura dei militari, repressa con centinaia di morti tra la popolazione. Scrisse al marito Michael una lettera nella quale diceva: Se il mio popolo avrà bisogno di me, tu mi aiuterai a compiere il mio dovere nei suoi confronti”.

Aderì al PND e ne divenne leader ispirandosi ai principi antiviolenza di Gandhi e di Martin Luther King. Vinse alle elezioni del 1989 ma i militari non accettarono la sconfitta e l’anno dopo la relegarono per 15 anni nella sua abitazione di Yangon (Rangoon). Non le concessero neanche di recarsi in Inghilterra per assistere il marito morente. Per la sua strenua battaglia in nome della libertà ottenne il premio Nobel per la Pace nel 1991. Fu liberata dopo la vittoria alle elezioni del 2015.

Ma i veri padroni del Paese hanno sempre limitato il suo potere. Infatti l’esercito ha continuato ad avere un importante ruolo politico conservando i ministeri dell’Interno e delle Forze armate. In più nominando il 25% dei rappresentanti in Parlamento con diritto di veto.

E forse per queste limitazioni la ‘presidente’ ha dovuto tacere sulla strage dei Rohingya, una minoranza musulmana perseguitata dai militari e costretta a emigrare nel vicino Bangladesh, dove oggi vivono in campi-lager 750.000 profughi. Sul problema dei Rohingya è stata duramente criticata dai Paesi occidentali, dall’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti umani e altresì da vari Premi Nobel per la Pace. Il suo partito l’ha sempre giustificata adducendo motivi di convenienza politica, cioè che era impossibile opporsi al diktat dei generali.    

Sabato, 6 marzo 2021 – N° 6/2021

In copertina: Cittadini birmani pregano per i manifestanti. Foto di @shaneMg_joseph.

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