lunedì, Aprile 15, 2024

Arte, Cultura, Multimedialità

Memorie al futuro

Arte, Attivismo, Amore – Carovane 2023

di Laura Sestini

Fino al 21 giugno, a Torino, sarà possibile visitare una mostra d’arte esposta in due differenti ambienti sulle due sponde del grande fiume Po.

Una esposizione collettiva tutta la femminile, curata da Vesna  Šćepanović, artista, giornalista e drammaturga, che pone l’obiettivo urgente di dar voce a storie e vissuti delle migrazioni.

Le artiste presenti, Angela Castellan, Daniela Gioda, Paola Meina, Mihaela Šuman e Mara Tonso, intrecciano il loro talento artistico con l’attivismo sociale e civile, attraverso differenti bagagli professionali, esperienze e tecniche artistiche.

Durante il weekend di inaugurazione dell’evento numerose donne hanno ricamato le Lenzuola della Memoria con nomi di migranti scomparsi nel Mediterraneo, o nelle tratte terrestri dei percorsi internazionali dei flussi migratori, mentre si intessono anche relazioni umane. Il primo lenzuolo nasce nel 2020, da una proposta di Daniela Gioda, artista e attivista di Carovane Migranti. Un’adesione del tutto particolare ad un progetto artistico #LenzuoliSoSpesi di Silvia Capiluppi, artista milanese, che inizia a ricamare il primo di una lunga serie di lenzuola nelle settimane di lockdown, attualmente arrivate a 20.

Le lenzuola sono un patrimonio tangibile di lavoro comune tra le partecipanti e la condivisione di esperienze attive nelle Carovane Migranti, che per giugno 2023 percorreranno la via ispanica di Melilla. Manufatti che girano l’Europa sulle stesse orme dei migranti, arricchendosi di nuove testimonianze, di nuovi ricami, di nuove memorie.

Sei le organizzazioni coinvolte: Associazione Paìs, Cooperativa Sociale Atypica – Luoghi Comuni San Salvario, Carovane Migranti, Fornelli in lotta, Action For, con la convinzione che solo insieme si possa costruire una risposta concreta alle ingiustizie, alle politiche liberticide, alla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e alle pratiche istituzionali di esclusione e marginalizzazione.

Tra le iniziative di questo importante focus sui migranti, è stata aperta una raccolta fondi per sostenere la partecipazione dei testimoni del naufragio di Cutro alla prossima Caravana Migrantes in Spagna, per il soccorso ai migranti in transito alla frontiera italofrancese, e per il viaggio dei testimoni a Melilla.

Nella giornata di inaugurazione, il programma ha proposto un interessante ma drammatico documentario della giovane regista torinese di origine somala, Deka Mohamed Osman, sulle donne rifugiate, con lo scopo di far prendere maggiore coscienza su quanto accade nella realtà dei fatti, narrando le pericolose esperienze delle migranti donne subsahariane, storie molto forti che hanno vissuto di persona: il viaggio, la Libia, la loro esperienza di rifugiate in Italia.

La visual storyteller Deka Mohamed Osman afferma che la sua opera ha una valenza assolutamente politica, che parla di viaggio e di superamento di confini, di cambiamento e di ricerca di diritti, poiché le donne che ha filmato arrivano da paesi dove i diritti vengono negati o violati, alla ricerca di libertà, di un futuro migliore, libere anche di praticare la propria religione. E’ questa una ricerca che vuole essere in linea con la Costituzione italiana, e quindi su donne che si sono messe in viaggio verso un paese, l’Italia, che garantisse diritti civili e umani.

Tra le istanze principali della manifestazione ci si interroga sul ruolo dell’arte delle donne nel mondo contemporaneo e con il lavoro dell’instancabile e attenta Vesna  Šćepanović sono state raccolte delle testimonianze di chi ha lavorato nell’organizzazione corale dell’evento, inaugurato il 26 maggio.

Mirella Violato, responsabile della Cooperativa Sociale Atypica/Luoghi Comuni San Salvario, un luogo molto importante nel quartiere per eventi culturali, artistici e musicali, situato di fronte alla sinagoga ebraica di Torino, sede di esposizione della mostra in corso, presenta l’evento collettivo come un luogo molto “energetico”. L’immobile è una residenza temporanea che offre casa a chi si trova in difficoltà abitativa – attività iniziata circa otto anni fa – ma allo stesso tempo uno spazio che ha sempre dato preminenza alla cultura e all’arte, che da già da 30 anni viene portata avanti da Atypica, in parallelo replicate anche qui. Quindi un luogo “che accoglie” persone, ma anche idee, proposte e opportunità, come quella avanzata da Vesna Šćepanović, per una mostra collettiva di artiste donne. Il titolo della mostra Memorie al futuro – afferma Mirella – si lega moltissimo con i tanti abitanti che transitano nella residenza, dove vivono una parte della loro vita e vi lasciano le loro memorie. La manifestazione è condivisa geograficamente sulle due sponde del Po, anche nello spazio di Associazione Paìs, quindi in un ambito quasi esclusivamente composto da donne, lavoro di sensibilità che ha fatto incontrare tutte le associazioni aderenti alla manifestazione, che Mirella Violato pensa come un fatto non arrivato a caso, una prima sperimentazione andata molto bene.

Quindi troviamo una mostra itinerante di arte e di politica. Arte e riflessione sul fenomeno migratorio, sulle diverse frontiere del mondo, geografiche e metaforiche.

Opera di Daniela Gioda

Daniela Gioda, artista visuale e docente di Window Dressing e Visual Merchandising, da anni è attiva nel movimento Carovane Migranti, nel comitato di Torino, dove è presente anche Vesna Šćepanović, con cui condivide il percorso contro le disuguaglianze e la lotta per la libertà di movimento nel mondo per ogni essere umano. E’ per questo che dal 2020 viene ricamato il lenzuolo della memoria migrante dal titolo “Màs de 72 – Memoria Verdad y Justicia”. Rispetto a “Memorie al futuro” racconta che in questo contesto, per lei il discorso non è strettamente politico, ma piuttosto sulle donne. L’artista ha qui in mostra due opere, ricavate da una sua fotografia, poi stampata su tessuti naturali. Una delle sue opere Da cosa, nasce cosa, tratta di natalità in Italia, argomento molto attuale, ma su cui lei riflette già dal 2014, quindi dedicando questo lavoro alla triade “Madre, spirito, figlio/a” e alla spiritualità che rimane dopo la morte, che lei vede come “energia” inviata dal cielo, verso la Madre Terra per una rinascita dei migranti in viaggio. L’altra opera, Segni nel tempo, è sempre dedicata alla figura femminile, ispiratasi al concetto di “difetto bianco”, un difetto che non esiste, che lei ha trasferito sui capelli bianchi e il coraggio di invecchiare, per vivere in libertà di essere se stesse. Anche i capelli sono legati al cielo ed alla spiritualità, tantoché gli egiziani spesso si fanno seppellire con una parrucca bianca. Uno dei lenzuoli che si sta ricamando all’evento è dedicato a Mario Vergara e suo fratello Tomàs, che lui stava cercando da 11 anni; purtroppo Mario è scomparso recentemente, per un incidente sul lavoro. Una dedica anche per Awa Diabate, donna ivoriana che a Medenine, in Tunisia, ha partecipato a cucire un vestito denominato “Il vestito della libertà”, e poco dopo è scomparsa in mare con il suo piccolo Mohamed di tre anni. Sulle lenzuola verranno ricamati i loro nomi e anche altri nomi su lenzuola dedicate ai desaparecidos, che i familiari cercano da anni, come accade per le Madri Tunisine. I giovani migranti senegalesi, se non muoiono prima in mare per raggiungere le Isole Canarie, vittime del mare a migliaia, poi rimangono lì nell’oblio, senza documenti, in delle bidonville che fanno male agli occhi e il cuore nel vederle. Ecco ciò che viene ricamato nelle Lenzuola della memoria migrante.

Le tecniche usate dalle artiste sono molto diverse tra loro, una mostra plurilingue, le autrici hanno tutte molte cose in comune rispetto agli sguardi sul mondo, e rispetto alle loro sensibilità individuali, ma tutte partono dall’urgenza delle discriminazioni, marginalità, esistenza umana, diritti e ambiente e molto altro.

Mihaela Šuman nasce nell’ex Jugoslavia, di origine bosniaca. Nel 1993, a seguito dello scoppio della guerra tra le repubbliche, si trasferisce in Trentino, poi Firenze che diviene la sua città adottiva, dove anche frequenta il Liceo Artistico e studia la Lingua dei segni, ed infine a Torino. L’artista ringrazia per essere stata coinvolta in questa iniziativa, dove è presente con due opere che raccontano la sua esperienza di “esilio”, termine che racchiude al suo interno molti significati. Attraverso la linoleografia ha stampato le sue opere sulle pagine della Costituzione jugoslava, un paese che non esiste più, e sulle pagine di storia in cirillico, quelle su cui aveva studiato quando andava a scuola. Il cirillico è una lingua che oggi nell’area balcanica viene identificata con il nazionalismo, una presa di posizione netta, una questione che lei vorrei oltrepassare, vedendola come una scrittura affascinante. La seconda opera sono delle tavolette in argilla in foglia oro su cui sono impresse delle poesie che l’autrice ha scritto negli anni, sul tema della migrazione, in caratteri latini e cirillici, come le due sue anime (nel 2019 è tra i vincitori del Concorso Nazionale di Letteratura Italiana Contemporanea).

Paola Meina è artista e terapeuta, laureata in terapia artistica presso la Libera Università di Scienza Goetheanistica, sezione Medicina, lavora da 30 anni in ambito di violenza e dipendenze. In questo contesto torinese lei sottolinea la bellezza di lavorare collettivamente con altre donne, senza rivalità, in un’atmosfera di sorellanza, che ha formato una bella squadra. La sorellanza – dice lei – è un elemento determinante per il futuro. Spesso le donne arrivano da percorsi di violenza individuale, quindi ritrovare delle sorelle, parlare di arte ed espandersi, ognuna con la propria voce, è un’esperienza bellissima e gioiosissima. Lei ha portato una serie di quadri che parlano del femminile, anche in maniera molto dolce. Lei, che in ambito professionale ha vissuto sulla propria pelle molte violenze, in quanto donna, e dirigente che operava in ambienti di fragilità, in un percorso così doloroso che avrebbe potuto trasformarla in una donna piena di rabbia. Al contrario, nelle sue opere parla di donne che non hanno perso la tenerezza, la femminilità, quindi dipingendo madri, figlie, partorienti, spose, perché, anche se è una frase detta a un uomo, bisogna indurirsi senza perdere la tenerezza. Ciò è un pilastro per la sua vita e la sua anima. Espone un solo quadro, dal titolo “Figlia”, unito ad una poesia di dolcezza e di orgoglio di essere femminili, di essere donne. Tra i suoi quadri rammenta anche “Le madri”, un abbraccio di una madre con bambini piccoli che ha incontrato in Bosnia durante la sua partecipazione a Carovane Migranti nella rotta balcanica, che le si è gettata al collo piangendo. Un abbraccio che non dimenticherà mai. Non è possibile abbandonare le madri con bambini piccoli, al freddo nei boschi della Bosnia.

Angela Castellan, intorno ai quarant’anni si è avvicinata al disegno e alla pittura. Il suo sguardo e la sua indagine sono rivolti principalmente alla figura umana, rappresentata nella semplicità della vita quotidiana e nella dignità dei lavori umili. Sente la necessità di dar “voce” agli ultimi, ai disperati, agli emarginati, per raccontare l’asprezza, il dolore, la fatica del vivere. Per lei, partecipare al viaggio della costruzione della mostra è stata un’esperienza molto interessante, molto viva, tramite cui ognuna delle artiste si arricchisce a vicenda tramite i diversi linguaggi e le poetiche. Autodidatta, ma sempre interessata all’arte e alla storia dell’arte, anche lei, con la sua famiglia arrivata a Torino in cerca di lavoro, ha un passato di migrante, di invasore; un fardello che si porta dietro, che le ha lasciato un’attenzione particolare a questo tipo di mondo degli ultimi di grande dignità, ma che adesso stiamo distruggendo. Nei sui dipinti cerca di rappresentare questo mondo, anche attraverso il dolore che porta dentro, cercando di sensibilizzare di più sui migranti e soprattutto sulla parte femminile di questi flussi. Il fatto di non trovare spesso accoglienza, è qualcosa che crea disperazione. La residenza temporanea di Luoghi Comuni è un riferimento importante, che aiuta chi ha necessità, ma in realtà aiuta un po’ tutta l’umanità.

Mara Tonso, è anche autodidatta e lavora la ceramica dagli anni ’80, sperimentando costantemente nuove tecniche che le consentono di arricchire e dare nuovo impulso al suo linguaggio artistico. L’argilla è un materiale plastico che le permette di raggiungere quello che lei ha dentro di sé, attraverso le mani, senza strumenti intermedi. Si considera una hobbista, e non produce opere con l’intenzione di venderle, ma solo per esprimersi. Questo è il suo modo di far politica, per tirar fuori la rabbia generata dal vedere che si fa pochissimo rispetto a molte situazioni drammatiche. Essere Artivista per lei oggi, significa schierarsi contro la guerra, la violenza e ogni forma di discriminazione e disuguaglianza. Molto colpita dalla tragedia dei morti in mare, nella sua poetica affronta anche le battaglie ambientali e la violenza sulle donne. La sua scultura con le tanti mani fuori dall’acqua è stata ispirata dalla grande tragedia del 2013, un lavoro significativo, che tutte la volte che lo ri-osserva le fa pensare “Non è possibile”, come si espresse nel momento del naufragio, ormai accaduto 10 anni fa. La rabbia scaturisce perché da allora non è cambiato niente, mentre le persone continuano a morire in mare. Portare in esposizione quel lavoro è indurre una riflessione a chi lo guarda. Se ciò accade, lei ha raggiunto il suo obiettivo. Racconta che una volta che durante un’esposizione qualcuno abbia messo tra quelle mani di naufraghi una rosa, un omaggio ai morti in mare di cui lei rimase molto impressionata per la sensibilità del gesto. I migranti vengono trattati come bestie, e lei spesso si vergogna come essere umano. Dai migranti alla violenza alle donne, il passo è breve. Una delle sue ultime opere, Biorica, tratta della prostituzione rumena, dopo aver letto un libro tematico, che porta a riflettere su come le donne rumene subiscono violenze in Italia e le subivano anche nel loro Paese, dai genitori che le danno in spose per liberarsene, dai mariti violenti che le picchiano, e poi qui da noi che sono emarginate e costrette a fare lavori umili, le badanti-schiave. Questa si può considerare vita?

Gli sguardi delle artiste sono forti ed emozionanti, che parlano delle frontiere internazionali, di violenze, di soprusi, di forme inumane di trattamento degli esseri umani in cerca una vita migliore. Una situazione che sembra non riguardare chi non è migrante, al contrario riguarda tutta la società, distratta e globalizzata.

Memorie al futuro è un lavoro corale, non solo delle autrici delle opere esposte, ma anche di tutte coloro che hanno partecipato all’organizzazione, al ricamo delle lenzuola, all’apericena di raccolta fondi, alla comunicazione, al coordinamento delle associazioni partecipanti, fino alla curatrice Vesna  Šćepanović, una donna-attivista molto impegnata socialmente, attraverso ambiti artistici multiformi, presentazioni di libri di autrici e autori stranieri, nelle Carovane Migranti, in teatro ed anche come giornalista. Un’attivista sensibile e generosa.

Come hanno sottolineato le parole di Paola Meina, c’è grande bisogno di “sorellanza”, che fa bene a chi la pratica, e sarà determinante per il futuro della società.

Sabato, 10 giugno 2023 – n°23/2023

In copertina: il lenzuolo ricamato che narra di rotta balcanica. Tutte le immagini: courtesy Carovane Migranti

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