giovedì, Settembre 29, 2022

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L’India compie 75 anni d’indipendenza

Ma rallenta il cammino dello sviluppo

di Simona Vittorini

Il 15 agosto l’India ha celebrato il 75esimo anniversario dell’indipendenza dal dominio coloniale britannico. Seguendo il tradizionale cerimoniale, il primo ministro indiano Narendra Modi – ormai al suo nono appuntamento – ha dispiegato la bandiera nazionale dai bastioni del Forte Rosso nella vecchia Delhi, mentre 21 salve di cannone rimbombavano nell’aria. Si è poi rivolto alla Nazione e ha esortato la popolazione a adoperarsi affinché l’India diventi ancora più sviluppata entro il 2047.

Con un grande esperimento democratico il Paese è diventato in 75 anni una delle più grandi potenze economiche mondiali, con un progresso che è stato straordinario.

Il suo percorso democratico è stato unico nel mondo postcoloniale. Dal 1950 quando la Costituzione indiana concesse il suffragio universale a tutta la popolazione maggiorenne – allora ancora per lo più indigente e analfabeta – diversamente dai suoi vicini nell’Asia meridionale, le elezioni si sono sempre svolte regolarmente e in maniera libera ed equa. Il breve intervallo di 21 mesi a metà degli anni ‘70 durante il quale l’allora premier Indira Gandhi dichiarò lo stato di emergenza sospendendo le libertà pubbliche e le elezioni, è stata l’unica eccezione.

Dopo il primo trentennio dall’indipendenza in cui la crescita economica sostenne un andamento inadeguato di fronte alle esigenze di sviluppo di un Paese così vasto e ancora molto povero, dagli anni ‘80 l’India intraprese un percorso di riforme di graduale liberalizzazione e privatizzazione che innescò una prolungata accelerazione economica. Da allora, le riforme hanno prodotto tassi di crescita invidiabili, persino negli anni di recessione globale. Adesso, la sua economia è tra le più grandi del mondo con un PIL stimato di 3 trilioni di dollari.

Il Paese in questi anni ha anche affrontato numerose sfide sociali.

Subito dopo l’indipendenza, circa l’80% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà. Adesso questa cifra è scesa al 10%. Solamente nell’Anno 2000 circa 140 milioni di indiani sono emersi dalla estrema miseria con un risultato ragguardevole.

Nel primo ventennio dall’indipendenza, il Paese importava circa 10 milioni di tonnellate di cereali all’anno. Ma grazie alla “rivoluzione verde”, lanciata negli Anni ’60, vennero introdotte sementi ad alto rendimento, antiparassitari e strumenti tecnologici più adeguati. In pochi anni raggiunse l’autosufficienza alimentare e poté interrompere le importazioni, diventando uno dei più importanti produttori di cereali al mondo, secondo dopo la Cina. Da allora, è anche diventato uno dei maggiori produttori di latte, legumi, prodotti di orticoltura, di bestiame, tant’è vero che è diventato un notevole esportatore. In questo stesso periodo, l’aspettativa di vita è più che raddoppiata passando da una media di 34 anni degli anni ‘50 a quella di 70 anni di oggi.

L’accesso all’istruzione e il livello di scolarizzazione della popolazione sono cresciuti in maniera altrettanto significativa. Negli anni ’50 solo due persone su 10 sapevano leggere e scrivere. Da allora, queste cifre si sono quasi invertite: 80% della popolazione è adesso alfabetizzata.

Nel 2014, il governo si è anche operato per creare adeguati servizi igienici per la maggior parte dei cittadini. Secondo i dati del censimento 2011, il 53,1% delle abitazioni ancora non aveva servizi igienici. Migliaia di bagni pubblici sono stati costruiti nel quadro della campagna Swachh Bharat -India pulita – che si è conclusa nel 2021.

Eppure, nonostante i notevoli progressi, resta ancora lunga la strada che il Paese deve percorrere per raggiungere l’obiettivo fissato dal premier Modi.

Sebbene rimanga una delle economie emergenti più promettenti, le previsioni di crescita economica per il prossimo anno non sono rassicuranti. L’economia è trainata soprattutto dal settore terziario. L’industria farmaceutica e informatica sono due dei settori più dinamici ma danno lavoro a una piccola percentuale dei lavoratori.

Sebbene il Paese aspiri a diventare il nuovo polo manifatturiero mondiale – in alternativa alla Cina – solo un quarto dei lavoratori è impiegato in questo settore. Circa il 60% della popolazione dipende ancora dall’agricoltura. La disoccupazione, sebbene non sia a livelli esageratamente alti, è comunque preoccupante.

L’India è un Paese molto giovane con Il 70% della popolazione che ha meno di 35 anni. Ci sono circa 900 milioni di abitanti – su un totale di 1 miliardo e 380 milioni – in età da lavoro. Per tenere il passo con la crescita giovanile, ha bisogno di creare almeno 90 milioni di nuovi posti di lavoro non agricoli entro il 2030. Ciò richiederebbe una crescita annua del PIL dell’8,5%.

La crisi globale, la decelerazione economica degli ultimi anni e l’impatto della pandemia (che in India è stato notevole) e più recentemente della guerra in Ucraina, continuano a destare forti motivi di preoccupazione.

E se nella classifica di Bloomberg due imprenditori indiani, Mukesh Ambani e Gautam Adani sono diventati gli uomini più ricchi dell’Asia, il numero assoluto delle persone sotto la soglia di povertà rimane ostinatamente alto, sebbene in percentuale questa cifra sia scesa nel corso degli anni. Centinaia di milioni di indiani sopravvivono ancora con uno o due dollari al giorno. Secondo una stima della Banca Mondiale, il 33% di tutti i poveri del mondo risiede in India. Inoltre, il livello di diseguaglianza fra ricchi e poveri è in crescita. Alla fine del 2020 l’1% dei più ricchi controllava il 40,5% della ricchezza nazionale. Benché il reddito pro-capite sia sicuramente cresciuto, continua ad attestarsi sotto ai 2.000 dollari annui, un livello significatamene inferiore rispetto ad altri Paesi emergenti e in via di sviluppo.

Rimangono le grandi diseguaglianze sociali, di casta, classe, religione e genere. Le aspettative di vita ancora dipendono fortemente da fattori d’identità. Persone appartenenti ai gruppi sociali più emarginati del Paese – adivasi e dalit precedentemente noti come intoccabili e musulmani – hanno maggiori probabilità di morire in età più giovane rispetto agli hindu di casta superiore. In alcuni casi, le disparità assolute sono aumentate e il divario di aspettativa di vita tra queste categorie più povere si è allargato negli ultimi 20 anni. Benché l’articolo 15 della Costituzione proibisca le discriminazioni di casta, purtroppo queste pratiche sono ancora molto diffuse. La notizia della morte di un bambino dalit di soli 9 anni –picchiato dal maestro perché aveva toccato e bevuto da una caraffa d’acqua riservata agli studenti e agli insegnanti di casta alta – è stata confermata proprio mentre Modi celebrava l’anniversario dell’indipendenza lo scorso 15 agosto.

La Presidente Draupadi Murmu insieme al ex-vice-Presidente Shri M. Venkaiah Naidu, a New Delhi nel 2017
Foto: Governor of Jharkhand

L’elezione di Droupadi Murmu a Presidente della Repubblica lo scorso luglio – la prima donna di origine adivasi della storia del Paese a ricoprire la più alta carica dello Stato – sembra sia stato un gesto puramente simbolico.

La discriminazione di genere è ancora molto forte. Si stima che il numero degli uomini superi quello delle donne di circa 55 milioni. Negli stati popolosi del nord, dove i livelli di istruzione e di sviluppo socio-economico sono più bassi e la fertilità più alta, ai feti di sesso femminile non solo viene impedito di nascere praticando aborti selettivi – illegalmente – ma le figlie femmine hanno anche un’alimentazione più povera e ricevono meno cure mediche rispetto ai loro coetanei maschi.

Inoltre, secondo la Banca mondiale, il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è pari al 20% – quasi la metà della media mondiale – significatamene inferiore alla Cina ma anche al Pakistan e altre nazioni islamiche.

Sebbene l’alfabetizzazione sia aumentata costantemente nel corso degli anni, con un ampio divario di genere che prevale ancora oggi , l’India rimane il Paese col maggior numero di analfabeti al mondo.

Il premier indiano, Narendra Modi, leader carismatico e autoritario del Bharatiya Janata Party, partito ultra-nazionalista hindu, è a capo di un governo che gode di una larga maggioranza nella Camera bassa ed è dunque in una posizione vantaggiosa per promuovere significative riforme.

Modi appare più intento a portare avanti politiche settarie ed estremiste invece di occuparsi con efficacia del rinnovamento economico. Numerose inchieste hanno mostrato come recentemente ci sia una crescente violazione dei diritti umani, con l’inasprirsi della repressione contro ogni forma di dissenso e attacchi alle libertà e l’incolumità delle minoranze – garantite dalla Costituzione – e sempre più frequenti bavagli alla libertà di espressione. Il timore è che l’India si stia trasformando in una autocrazia elettorale.

Sabato, 20 agosto 2022 – n° 34/2022

In copertina: porticato a New Delhi – Foto: Dirk/Pixabay

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