martedì, Agosto 18, 2026

Italia

L’abuso di potere su Abderrahim Fakir

Cronache di italica violenza

di Laura Sestini

A Taranto, all’alba del 9 maggio scorso un gruppo di ragazzi, quattro minorenni e due maggiorenni, accerchiano un uomo africano del Mali, bracciante agricolo che si sta recando al lavoro, e lo uccidono con le mani e con fendenti. Bakari Sako, 35 anni, muore senza un motivo tangibile, senza aver offeso o disturbato i ragazzi, né altri. Era appena uscito da un bar dove aveva preso un caffé, nel cuore della Taranto vecchia; anche il barista è indagato, per favoreggiamento, poiché non ha mosso un dito, neanche per chiamare i soccorsi.

Sako era un cittadino italiano dal 2022. La baby gang che ne ha perpetrato la morte è tutta italiana, di età compresa tra 15 e 22 anni. Da subito si sono tirati in ballo “i futili motivi”…… I futili motivi? Dietro un omicidio di una persona a caso che va per la sua strada , perché ce ne sono innumerevoli, se solo la politica, dove ormai neanche la sinistra si salva più, si guardasse allo specchio e realizzasse attentamente cosa ha seminato negli ultimi due decenni, accelerando vorticosamente negli ultimi due governi, per capire che una parte degli adolescenti italiani è allo sbaraglio, non solo a Taranto, città del Sud, ma anche a Milano e in molte altre città della penisola. Notizie fresche degli ultimi giorni, giunte dall’Europa, indicano che in Italia un bambino su sette vive in assoluta povertà.

La frittata l’ha poi portata a termine il governo Meloni, ieri 24 luglio, con l’approvazione del disegno di legge per l’imputabilità dei minorenni, equiparandoli agli adulti, costola della legge 159/2023 (ex decreto legge Caivano, provvedimento urgente dello Stato italiano nato per contrastare la criminalità minorile, la povertà educativa e il disagio giovanile, introducendo norme più severe su sicurezza, scuola e famiglia). Come se la povertà educativa e il disagio giovanile fosse responsabilità dei ragazzi, e non degli adulti, della società intera, politica in testa.

Abderrahim Fakir, 43 anni, l’uomo di origini marocchine ucciso a Bologna il 19 luglio da agenti di polizia che non hanno ascoltato la sua richiesta d’aiuto e, secondo cui i primi referti di medicina legale, ancora da confermare, rivelano sangue nei polmoni e quindi morte per asfissia, era un cittadino italiano da quando aveva sette anni, cittadinanza acquisita nel 1990. Sull’immobilità dei volontari di Croce Rossa chiamati in loco in codice verde, così le prime informazioni, preferiamo non commentare.

Solo 70 giorni intercorrono tra i due tragici eventi di violenza gratuita subita da due persone di origine straniera naturalizzate italiane. Questo accade nella Bella Italia, dove i cittadini si spaccano in fazioni opposte di odio contro gli stranieri, o di comprensione e di aiuto. E chissà se un giorno queste frange della popolazione si scontreranno in maniera aperta, in piazza. Una bella guerra civile attivata “dall’odio per lo straniero”.

Cosa hanno in comune le due tragiche sorti di Sako e Fakir? La loro morte violenta è esattamente lo specchio della società italiana, che di vittime di violenza trabocca, in primis sulle donne, ma anche in ambiente di lavoro su più ambiti di attività economiche, specialmente sulle persone di origine straniera, ma da cui non sono immuni neanche gli italiani.

In entrambi i casi, la violenza perpetrata sulle due vittime è stata di gruppo, non di uno contro uno. Bene, i poliziotti erano in orario di lavoro ed esercitavano la loro professione. Ovvero, se il vostro commercialista sbaglia il vostro bilancio e l’Agenzia delle Entrate vi viene a cercare, come reagireste? In ogni ambito professionale si può lavorare con cura o con negligenza, e i danni saranno comunque il risultato di un lavoro fatto male o falsificato, abusato.

Come si può mettere in relazione una manciata di mocciosi pugliesi, che alle 5.30 del mattino erano ancora in giro (e i loro genitori dove erano?), con dei poliziotti formati professionalmente per la sicurezza del cittadino e della società? Se gli adolescenti devono imparare a vivere osservando gli adulti, di certo in questa società non trovano molti etici ed onesti esempi da prendere in considerazione. La violenza che si compie in strada passa quotidianamente in TV, con nonchalance, come se fosse la pubblicità della pasta o di un nuovo tipo di farina per la pizza. Sdoganata come normalità, e tralasciamo il messaggio subliminale da ambito bellico che non si finirebbe più, è sufficiente la violenza nazionale per capire che siamo finiti in un baratro privo di etica e di sani valori sociali. Ne fruiamo tutti, ti si appiccica addosso, per sdegno o per esaltazione, ma pochi telespettatori ne sono consapevoli.

Sappiamo che i giovani emulano gli adulti, ed ecco il risultato: , “la pelle”, colore e valore metaforico della vita di uno straniero non vale niente, anzi lo si odia perché da Nord a Sud Italia ci ruba il lavoro in nero nei campi di pomodori e di pesche, mele, arance, fagiolini, oppure muore in un cantiere, sottopagato non si sa da chi per l’infinita catena di subappalti che corredano il lavoro delle imprese edili, strage Esselunga di Firenze docet. Lo straniero vuole invadere l’Italia con la sua religione (molti sono cristiani); il suo cibo puzza e compie reati, al contrario degli “Italiani brava gente”.

Fakir e Sako erano due onesti cittadini, nessuna fedina penale macchiata.

A seguito della morte di Fakir, in molti si sono prodigati sui social per giustificare le manovre dei poliziotti, postando fake news di surreali curriculum e precedenti penali della vittima. “Italiani brava gente”, è obbligatorio ripeterlo. La manipolazione dell’informazione è complice dei contesti di odio e di violenza.

Insieme alle morti di Fakir e Sako, si può unire al violento degrado in cui è giunta la società italiana, il decesso del 28enne marocchino, Abderrahim Mansouri, ucciso da un poliziotto nel parco di Rogoredo a Milano, il 26 gennaio di quest’anno. L’agente, che lo ha inseguito e colpito alla schiena, Carmelo Cinturrino, è indagato per omicidio volontario ed altri 30 capi d’accusa, destituito dal corpo di Poliziadi Stato e in detenzione preventiva a San Vittore.

Poco dopo i fatti, i già social beceravano sulla morte del giovane maghrebino: “Bene, uno di meno!”

A chi si rivolgevano, allo straniero o al presunto pusher? L’intreccio delle due figure vale doppio nella graduatoria dell‘hate speech. In quel caso, l’odio ha aumentato a manetta il suo volume sonoro, quantitativo e qualitativo.

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Sabato, 25 luglio 2026 – Anno VI – n°30/2026

In copertina: il murales nel quartiere Tufello a Roma dedicato ad Abderrahim Fakir – Street artist: Harry Greb

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