venerdì, Aprile 12, 2024

Cultura

Jean Cocteau

Il principe delle nove arti

di Cafe Arte/Ognyan Stamboliev

Jean Maurice Eugène Clément Cocteau (1899-1963) fu appellato “il principe delle nove arti” perché fu poeta e scrittore di narrativa, drammaturgo e saggista, sceneggiatore, musicista, pittore e grafico, architetto e perfino coreografo!

Nelle nove arti, il “figlio terribile della cultura francese” ha lasciato un’opera grande e originale, non ancora pienamente esplorata e apprezzata. La sua incredibile attività e l’impressionante varietà dei suoi doni mettevano in imbarazzo i suoi contemporanei che lo apprezzavano con difficoltà e tardi. La maggior parte dei suoi critici erano decisamente scoraggiati e non potevano accettare che questo “spreco” fosse un segno di genialità. Lui stesso credeva che un’opera d’arte, per essere autentica, dovesse “corrispondere a tutte le Muse”.

Il suo motto era: “Sii una persona reale, vivente, solo allora un creativo. Puoi essere chiamato creativo anche dopo la morte”.

A quel tempo nascono a Parigi innumerevoli scuole, correnti e stili artistici, riconosciuti o meno. Ma l’individualista Cocteau non appartiene ad alcuna scuola o direzione: già poco più che ventenne romperà in modo dimostrativo con il Surrealismo, anche se la sua poesia segnerà fino alla fine. Sensibile a tutto ciò che è nuovo, dotato di più “tentacoli” e “sfaccettature”, Cocteau catturerà tutto ciò che di nuovo fluttua nell’aria di Parigi. Seguirà la vita artistica, comunicherà con le grandi personalità del mondo della poesia, del teatro, del cinema, della musica, delle belle arti.

Sorprenderà costantemente i suoi contemporanei cambiando lo stile, i modi, la forma, i mezzi espressivi, cercando una sintesi tra le arti, e lui stesso chiamerà tutto questo “strategia della sorpresa”. L’obiettivo sarà uno solo: respirare una “corrente poetica” dove prima di lui nessuno aveva concepito nulla di poetico. E il suo primo tentativo avrà successo: il libretto del balletto “Parade”, nello stile del teatro di piazza. Questo esperimento-spettacolo passerà alla storia del teatro, non solo per l’esordio scenografico di Pablo Picasso – che Cocteau accetterà come uno dei suoi maestri! – ma anche per il tentativo di sintesi tra danza classica e l’estetica del circo e del music hall: un tentativo troppo audace per l’epoca.

La musica che Cocteau richiederà per “Parade” non dovrebbe essere impressionista come quella dell’allora regnante Claude Debussy. “Basta con questa “musica torbida!”– griderà Cocteau. “Datemi una musica che cammini saldamente sulla Terra!”. Così la musica sarà scritta dallo strano esolitario Eric Satie (1866- 1925). Insieme a Satie e a giovani all’epoca, quali Darius Millau, Arthur Honnegure, Francis Poulenc, Germain Teifer, Louis Doré, nel 1919 Cocteau organizzerà il poi famoso Circolo dei “Sei”, che rinnoverà la musica francese e mondiale e insieme a questi coraggiosi innovatori creerà la pantomima-grottesca “Toro del tetto”(1920) e “Nozze alla Torre Eiffel nel 1921.

Poiché non era tra gli scrittori che in gioventù creano poesia e negli anni maturi si dedicano interamente alla prosa, per tutta la sua vita non cambiò i testi e la sua ultima raccolta di poesie del 1960, forse la più forte, porta il titolo triste e un po’ orgoglioso “Requiem”.

Jean Cocteau in un ritratto di Amedeo Modigliani (1916)

Le sue prime tre raccolte di poesie ricevettero un’accoglienza condiscendente da parte della critica in quanto eco del Simbolismo estetizzante di autori come Edmond Rostan e Anne de Noailles. Ma il suo vero lirismo iniziò dopo la guerra mondiale con Le Cap de Bonne-Espérance (1919) e Le Discours du grand sommeil (1924). Aveva già una certa esperienza di vita alle spalle; esentato dal servizio militare, per motivi di salute, il giovane poeta andò clandestinamente al fronte come marinaio e partecipò addirittura ad una battaglia. Ma fu presto scoperto e mandato nelle retrovie. Lo stesso giorno morirono tutti i suoi compagni d’armi. La breve avventura militare cambia il carattere dei suoi testi. I nuovi versi suonano senza “retorica”, ma non senza pathos ed emozioni. Così condanna con versi realisti l’insensatezza della guerra, malgrado singoli “ornamenti modernisti”, come lui stesso li definì.

I primi Anni ’20 lo assoceranno alla poetica del Surrealismo, di André Breton, alle sperimentazioni del dadaista rumeno Samuel Rosenstock, o del famoso Tristan Tzara, ai primi lavori di Paul Eluard e Louis Aragon. Percepirà questa strana tecnica, così come il deliberato alogismo del loro discorso, il desiderio di stupire il lettore con qualcosa di necessariamente inaspettato e stravagante, non solo come immagine e verso, ma anche come spazio e insospettata energia emotiva. Ma non molto tempo dopo, con la raccolta Vocabulaire (1922), Jean Cocteau romperà definitivamente con il Surrealismo e ritornerà alle fonti della poesia tradizionale francese – più precisamente all’estetica dei poeti delle Pleiadi, Pierre de Ronsard e Joachim du Belle del XVI secolo. Sarà ispirato dalle idee eterne dell’Amore, Vita e morte.

In effetti, una fusione molto complessa e contraddittoria di elementi del Classicismo, o più precisamente del Tradizionalismo del XVI secolo e di movimenti ritmici e metrici con immagini e intonazioni estranee al Classicismo, combinati con idee francamente d’avanguardia: ecco come potrebbe brevemente essere definita la nascita di questa poesia. In effetti, troviamo nella prosa e nel dramma di Cocteau anche una simile miscela di Classicismo e Modernismo, con l’influenza dei romantici del XIX secolo, come Victor Hugo, Vigny, Musset, Lamartine. Nel romanzo Thomas l’imposteur del 1923,  e in Les Enfants terribles (1929) i rapporti familiari sono visti da una prospettiva strana e insolita. I personaggi qui sono fuori dalle norme della moralità generalmente accettata, soggetti quasi completamente ai loro desideri e capricci. Nelle opere “mitologiche” dello scrittore troviamo Orfeo; Antigone; Edipo Re; l’antichità è alquanto grottesca, paradossalmente deformata da elementi della realtà moderna importata. E nelle commedie “realistiche”, La Voix humaine (1930); L’Ange Heurtebise (1926) e La Machine à écrire (1941), questa realtà viene sensibilmente trasformata.

In effetti, il motivo principale di tutta l’opera di Cocteau è il desiderio di superare la realtà, la rottura con il mondo che lo circonda. Da qui deriva il suo tema costante e preferito: la menzogna e la verità. I personaggi di Cocteau giocano e creano costantemente i propri mondi immaginari, non per goderne e contemplarli, ma semplicemente per esistere, per viverci. Ecco perché i loro giochi non sono sempre innocenti e perfino pericolosi. La tragedia dei suoi personaggi non è una tragedia della Colpa, ma del Destino. La rottura con il mondo è in definitiva fatale per loro. Il loro destino è fatale…

Il drammaturgo Cocteau non ama il gioco del teatro psicologico. Predilige la tensione dell’azione. La “primavera” nelle sue opere è come nel teatro dei suoi modelli preferiti – Pierre Corneille e Jean Racine, così come i romantici Hugo e Dumas/padre. I suoi personaggi, mossi da passioni forti e ardenti, sono quasi sempre vittime innocenti del Destino.

Per tutta la sua vita, Jean Cocteau cercò ispirazione dagli esempi della grande letteratura mondiale, partendo da Sofocle ed Euripide e arrivando fino al XIX secolo. Ma non può essere definito un autore “secondario”. Per lui, i capolavori della bella letteratura dell’antichità, del Classicismo e del Romanticismo sono solo un mezzo di interpretazione creativa del mondo reale che lo circonda, con il quale si sente connesso. Cocteau è un nostro contemporaneo, condivide con noi cose serie e importanti in un linguaggio accessibile e comprensibile…

Da oltre mezzo secolo Jean Cocteau è al centro della vita letteraria e artistica di Parigi, ai suoi tempi capitale d’Europa e del mondo. Conobbe e fece amicizia con i personaggi più importanti dell’epoca: Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, Giorgio De Chirico, Maurice Utrillo tra gli artisti; Igor Stravinsky, Darius Millau, Eric Satie, Francis Poulenc, Maurice Ravel tra i musicisti; Paul Eluard, Louis Aragon dai poeti e non solo: Sergei Diaghilev, Charlie Chaplin, Vaclav Nijinsky, Raymond Radige, Maurice Jacob, Anne de Noy, Constantin Brancusi, Eugene Ionesco…

Ampi e vari non sono solo le opere, ma anche gli interessi di questo eccezionale francese. Ma nonostante tutta la sua tendenza a paradossi e colpi di scena inaspettati, a diverse forme di discorso e di espressione di sé, le sue valutazioni critiche sono realistiche, oneste, complete. Cocteau non pretende di avere un sistema estetico completo, ma i suoi criteri sono sempre stabili, le idee pensate e subite, invariabilmente difese.

Tra i suoi notevoli ritratti, memorie e saggi, il più importante, senza dubbio, è il saggio su Pablo Picasso. Qui incontriamo l’idea che lui chiamava semplicemente: “linea”. La linea è l’incarnazione dell’essenza umana e artistica di ogni singolo artista. Quanto più grande e significativa è, tanto più distinta è la linea. A chi scrive sembra una “nota continua”. Ad esso sono legate le parole scelte da Cocteau. Per lui la linea è anche lo “stile dell’anima”, l’essenza etica della creatività, che richiede particolare attenzione e cura.

“La linea” o lo “stile dell’anima” può essere rintracciato in tutta l’opera di Jean Cocteau, soprattutto nei suoi saggi e nei ritratti-ricordi. In essi incontriamo non solo il suo straordinario dono di stupire gli altri, ma anche la sua capacità di ammirare il talento e la mente degli altri, la creatività e i doni degli altri. Con pochissimi tratti dipinge i suoi contemporanei, li presenta in tutta la loro pienezza e dignità, lo fa senza una goccia di invidia, generosamente, nobile, come solo le nature veramente nobili e generose sanno fare.

Jean Cocteau – Senza titolo

Cocteau possedeva lo spirito inquieto di Ariel, come ne La tempesta di Shakespeare. La sua natura lo costringe a passare attraverso, o meglio a flirtare con il Dadaismo e il Cubismo, con il Tradizionalismo e il Surrealismo. Per tutta la vita ha desiderato piacere, intrattenere, sorprendere, scioccare. A dargli il primo impulso, infatti, è stato il famoso impresario russo Sergei Diaghilev che ha incaricato il giovane ventenne di realizzare il manifesto per la prima del balletto La visione della rosa per le stagioni russe a Parigi con la parola: “Sorprendimi!”. E da quel momento Cocteau sorprende continuamente…

Eppure Jean Cocteau è stato prima di tutto un poeta. Per lui il poeta è un creatore di miti che, con il suo fascino e i suoi incantesimi illumina i segreti e la bellezza del mondo nascosto dietro le apparenze delle cose. E attraverso il ritmo e la scelta delle parole, intrise di un certo significato mitologico, attraverso l’esposizione di dettagli precedentemente inosservati, il poeta ricrea il mondo.

Nella poesia, Cocteau ha inventato categorie nuove e sconosciute: “poesia del romanzo” (Tommaso l’impostore e I bambini terribili); “poesia critica” (Saggi sulla critica); “poesia del teatro” (La macchina da scrivere e La voce umana); la “poesia grafica” (i suoi disegni, il ciclo I segreti di Jean); per non parlare delle sue numerose drammaturgie, adattamenti e produzioni di regia, alcune troppo innovative per l’epoca, come Rui Blas (1838) di Victor Hugo.

Nel 1929, Cocteau annunciò con disinvoltura ai suoi amici, cioè all’intera Parigi intellettuale, che il suo prossimo grande lavoro sarebbe stato un film d’autore. E solo un anno dopo, i parigini applaudirono L’anima del poeta. Si contagia con il bacillo della Settima arte per la vita e comincia a girare film dopo film: La bella e la bestia; L’eterno ritorno; Il testamento di Orfeo; I genitori terribili. Negli Anni ’30 scoprì anche la sua grande passione e l’amore della sua vita: l’attore di teatro e cinema Jean Marais.

I suoi meriti nel rinnovare il linguaggio cinematografico sono indiscutibili. È tra i primi artisti del XX secolo a capire che sia l’epica che il dramma, così come il cinema, possono dare vita a capolavori. Insieme a René Clair e Luis Buñuel ha creato il film-poesia. I suoi La bella e la bestia; L’eterno ritorno; Il sangue del poeta; Orfeo, sono rimasti nella storia della settima arte e sono visti con successo anche dagli spettatori di oggi. In essi cifrava l’Invisibile e descriveva accuratamente l’ncredibile.

Secondo lui, più strana è la storia raccontata, più realistica dovrebbe essere la storia. Nel cinema, così come in teatro, Cocteau fu dapprima un operaio sotto la “bacchetta” di famosi maestri, ma presto si affermò come tale. Prima di ciò, si affermò come scrittore e si guadagnò l’ammirazione di Marcel Proust, Jules Lemaitre, Edmond Rostan e Anne de Noailles. Alla grande poetessa e aristocratica francese di origine romeno-bulgara (discendente di Sofronio Vrachanski), dedicò il suo libro pio La Comtesse de Noailles, oui et non (1963).

Quando nell’ottobre del 1955 gli fu solennemente consegnata la sciabola di un accademico francese, il suo illustre collega André Moreau esclamò: “Oh, Signore, se potessi tenere uno specchio per lo spirito di quest’uomo, quanta giovinezza e forza rifletterebbe!” E Cocteau ha già 66 anni… È interessante notare che, oltre a Jean, il suo nome è anche Clément – in francese “misericordioso”. Sembra un po’ ironico, vero?! Immaginate Clément Cocteau!

L’ingresso del poeta nella cerchia degli immortali coincide con l’apogeo della sua brillante carriera, i cui culmini, secondo la critica dell’epoca, furono le raccolte di poesie La lampada di Aladino; Crocifissione; Opera; La settima cifra; Svetlosanka; Requiem,
Ma è sorprendente che, nonostante la fama e il riconoscimento, Cocteau alla fine sia stato in una certa misura dimenticato. Poi sorsero le stelle per il giovane Henri Michaud, René Char, Pierre Emmanuel, che arricchirono significativamente la lingua poetica francese nel XX secolo.

…………………………………..

Café Arte partner ufficiale

Versione in lingua bulgara: https://cafearte.bg/jean-cocteau-the-prince-of-the-nine-arts/

……………………………………………….

Sabato, 23 marzo 2024 – Anno IV – n°12/2024

In copertina: parziale immagine di copertina del romanzo Les Enfants terribles

Condividi su: