martedì, Febbraio 17, 2026

Cultura

Il posto degli ulivi

Storie di vita degli Italiani di Tunisia

di Laura Sestini

La maggioranza degli italiani odierni conoscono almeno qualche dettaglio sugli attuali flussi migratori dei giovani tunisini verso l’Italia, tra cui numerosi minorenni non accompagnati, su cui la propaganda politica nazionalista funge da megafono, ma pochissimi hanno conoscenza delle migrazioni opposte, ovvero quando erano gli italiani – in particolare i siciliani perché a poche ore di mare dalle coste tunisine, ma pure dalla Toscana, la Liguria e dal nord Italia – a cercare fortuna in un’area mediterranea più promettente dell’Italia ottocentesca, dove si poteva tentare una nuova vita acquistando terre a buon prezzo e sviluppando attività commerciali e professionali di cui la Tunisia, gestita da forme governative di sultanato, era ancora carente.

La storia degli Italiani di Tunisia è molto affascinante ed ha toccato più fasi. Le prime partenze si registrano all’inizio del 1800, con continui trasferimenti di intere famiglie, anticipate dagli uomini, ma in particolare dopo l’Unità d’Italia per giungere l’apice di circa 100mila persone negli anni ’30 del 1900. Anche Giuseppe Garibaldi, costretto all’esilio, si rifugiò in Tunisia nel 1849. In anni molto più recenti, anche il socialista Bettino Craxi.

Nel XIX secolo, la Tunisia era mira di conquista sia da parte dello Stato italiano, che di quello francese, e nel 1881, dopo un periodo di influenza italiana, si stabilì definitivamente un protettorato francese che durò fino all’indipendenza tunisina, proclamata nel 1956. La grande comunità italiana che qui si era formata era considerata dai francesi come nemica, proprio per le mire espansionistiche italiane, e quindi trattata con sospetto, per cui aveva tentato di assoggettarla tanto quanto il popolo tunisino. La lingua ufficiale era il francese, che tutti dovevano adattarsi a parlare.

Alla nascita dello Stato presidenziale tunisino, nel 1957, con un governo monopartitico guidato da Habib Bourghiba, a causa delle politiche nazionalistiche subentrate e il timore di essere giudicati complici del colonizzatore francese, quindi perseguitati, la maggioranza degli italiani tornarono in Italia o emigrarono in altri paesi europei, ma molti di loro vedevano la madrepatria dei loro genitori o nonni per la prima volta, essendo nati e vissuti esclusivamente in Tunisia.

Negli ultimi anni, la cronaca migratoria degli Italiani di Tunisia sta emergendo ad un’audience più ampia proprio grazie a coloro che, tornando in Italia negli anni ’60, emigrati dopo la Seconda guerra mondiale o di terza o quarta generazione, hanno subìto uno sradicamento forzato da quella che consideravano la loro vera madrepatria. Tra questi possiamo citare Marinette Pendola, oggi autrice di alcuni volumi che raccontano in primis la storia della sua famiglia e le sue riflessioni, ma anche una storia che può assomigliare a tante altre famiglie originarie italiane che in Tunisia avevano stabilito i propri sogni. Altro divulgatore è Marcello Bivona, regista, che lo stesso contesto lo narra attraverso il medium cinematografico.

Dalla collaborazione tra Marinette Pendola, la sua famiglia e Marcello Bivona, recentemente è stato fissato nella storia un altro passo della vita degli Italiani di Tunisia, attraverso il film documentario “Il posto degli ulivi (Le coin des oliviers)”.

Proiettato in prima nazionale all’Istituto italiano di Cultura “Dante Alighieri” di Tunisi (20 novembre), e nei giorni successivi a Zaghouan, area tunisina dove viveva la famiglia Pendola (di origine siciliana come anche la famiglia Bivona), ed anche all’università La Manouba di Tunisi con gli studenti di “Lingua e cultura italiana”, il documfilm ha rilasciato molte informazioni sulla comunità italiana di Tunisia fino agli anni ’60, e anche grandi emozioni: in italiani presenti all’evento per lavoro o per passione; tunisini/e che conoscono la lingua italiana ed anche sono interessati alla sua cultura; tunisine/i che sono stati coinvolti grazie ai sottotitoli in francese inseriti nel documentario. Tra le curiosità riscontrate tra le numerose studentesse universitarie che vogliono migliorare la loro conoscenza della lingua italiana, alcune sono nate in Italia da famiglie tunisine emigrate negli ultimi decenni. Ciò a conferma che, nonostante tutti gli ostacoli intrapresi dalla politiche attuali ed anche passate, ormai globalizzate, sui flussi migratori mondiali, l’essere umano è un mammifero mobile e non si riesce a fermare nel suo desiderio, sogno o necessità, di miglioramento della qualità di vita.

In uno slancio di nostalgia, Marinette Pendola (classe 1948) e il fratello François, seguiti dalla videocamera e la regia di Marcello Bivona, hanno tentato a Zaghouan la ricerca della loro casa dell’infanzia, dove vivevano con i genitori e la vicina famiglia di braccianti tunisini che li aiutavano a coltivare il loro appezzamento di terra. Il titolo del docufilm si rifà proprio alla caratteristica della campagna coltivata ad olivi dal nonno e dal padre di Marinette.

Una ricerca di memoria storica e famigliare non facile, poiché il tempo e gli agenti atmosferici avevano fatto la loro parte in decine di anni, dal trasferimento in Italia della famiglia dopo l’indipendenza della Tunisia. La terra lasciata a se stessa, la casa ridotta ad un rudere. Ed è lecito chiedersi il perché di tutto questo abbandono da parte dei governi tunisini succedutisi, considerato che le proprietà degli stranieri che avevano lasciato il Paese vennero tutte confiscate.

Il docufilm è stato girato sul campo, con un ritmo di movimento e dialogico reali, spontanei, con un risultato di assoluto coinvolgimento dello spettatore, come se partecipasse realmente all’esplorazione del territorio insieme ai protagonisti. Molto interessanti le immagini di archivio che il regista ha scelto e inserito nel film tra quelle fornite dalla famiglia Pendola, rigorosamente in bianco e nero, e spezzoni di filmato donati a Bivona da Giuseppe Gabriele, un’italiano di Tunisia, oggi novantenne che vive a Milano.

Un docufilm carico di emozioni, ma anche di spunti di riflessione sulla memoria individuale e sociologica di una importante diaspora di migranti.

L’uso delle immagini d’archivio in questo film è molto importante – afferma il regista al termine della proiezione – perché sono state realizzate da un nostro paesano, anche lui italo-tunisino, un agricoltore che aveva i terreni nella zona di Cap Bon, ed è ancora vivente. Si chiama Giuseppe Gabriele, agricoltore pantesco anche appassionato di cinema. Negli anni ’50 si era dotato di una cinepresa 9mm e mezzo con la perforazione centrale della pellicola. Tutte le caratteristiche delle pellicole da lui donate le ho volute mantenere nel montaggio, perché volevo proprio rappresentare la qualità della memoria fotografica e cinematografica che noi abbiamo inserito nel film, non le immagini edulcorate e patinate che vediamo in televisione. E’ una vera raccolta, quella che Gabriele ha filmato fino al suo rientro in Italia, immagini che veramente significano la vita di qualcuno, per 50 anni rimaste dimenticate. Durante la sua vita ha ripreso tantissime cose in Tunisia, compresa la raccolta delle olive, che aveva ancora conservato. Quando ci siamo conosciuti e poi diventati amici, ad un certo punto ha detto: “Ti regalo tutti i miei archivi perché vedo che tu sei appassionato di queste cose e ne puoi fare un buon uso. Io cosa ne farei?” Così queste immagini hanno ricominciato a prendere vita, sono state usate anche in “Siciliani d’Africa”, immagini bellissime. Alcune mostrano lui ventenne con la moglie, e mentre loro mi hanno raccontato tutta la loro vicenda dell’espropriazione delle terre, ho avuto veramente l’occasione di vederli giovanissimi. Era la loro storia, ma anche una storia collettiva, materiali importanti per il lavoro che noi stiamo facendo di ricostruzione della comunità italo-tunisina, che compariranno anche nei prossimi film. Tra le tante immagini, Gabriele aveva ripreso molti matrimoni tra gli italiani, anche il suo stesso matrimonio.”

Marinette Pendola durante le riprese del documentario

A Marinette Pendola, dal pubblico arriva una domanda su come si sentisse alla partenza forzata dalla Tunisia, un’adolescente nata in quella terra, e che cosa direbbe da adulta a quella bambina. “Quella bambina, quella ragazzina, probabilmente era molto triste e la cosa che direi adesso è che si supera tutto, i traumi servono perché sono un arricchimento. Non sarei qui se non avessi questa storia da raccontare, che poi non è solo mia, è la storia di tanti. Quindi, da un percorso che può sembrare doloroso, sofferto, come andare a un funerale, ogni volta si riapre la ferita. Però se non ci fosse stata questa ferita io sarei molto più povera, mentre adesso mi sento molto ricca, ricca di questa esperienza, d’aver vissuto con gente diversa rispetto alla gente con cui vivo adesso. Un tale arricchimento che alla fine, mi sento contenta; ecco, una bambina contenta, le e direi di non scoraggiarsi – ciò che dico anche ai miei nipoti; non scoraggiatevi mai perché anche nella sorte avversa, la peggiore delle sorti, in fondo c’è la luce, sempre. Quando ero bambina tutti dicevano che avrei fatto la scrittrice perché i temi che scrivevo a scuola erano bellissimi, si leggevano in classe. Invece non l’ho potuto fare. Fossi rimasta in Tunisia avrei scritto, forse, magari a vent’anni, però non lo so, avrei scritto forse delle stelle, ma non avrei scritto una storia vera come le storie vere che sto scrivendo. Quindi, sì, sono stata bloccata, ma non sono stata fermata. Tutti noi abbiamo vissuto questo trauma, ma abbiamo avuto la forza di riprenderci…. penso che sia un buon esempio per i nostri discendenti.

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Marinette Pendola, è nata in Tunisia, scrittrice, e studiosa della storia della collettività italiana di Tunisia. È membro del gruppo di ricerca Progetto della memoria promosso dall’Ambasciata Italiana di Tunisi, a cui ha contribuito con numerosi lavori su alcuni temi come la lingua, l’alimentazione, il lavoro dei contadini siciliani, la letteratura. Ha curato il volume L’alimentazione degli italiani di Tunisia (Tunisi, Edizioni Finzi, 2006) e ha pubblicato Gli italiani di Tunisia. Storia di una comunità (XIX-XX secolo) (Foligno, I Quaderni del Museo dell’Emigrazione, Foligno, Editoriale Umbra 2007). È autrice dei romanzi La riva lontana (Palermo, Sellerio, 2000), La traversata del deserto (Cagliari, Arkadia, 2014), L’erba di vento (Cagliari, Arkadia, 2014), Lunga è la notte (Cagliari, Arkadia, 2020).

Marcello Bivona è nato a Tunisi, luogo in cui la sua famiglia ha vissuto per quattro generazioni: lì i bisnonni erano sbarcati, probabilmente clandestini, nell’ultimo decennio del XIX secolo. Oggi l’autore vive a San Giuliano Milanese, dove i genitori si erano installati dopo il rimpatrio seguito alla proclamazione di indipendenza della Tunisia. Lavora come bibliotecario, studia e diffonde la storia della comunità italiana di Tunisia. Su questo tema ha realizzato alcuni lungometraggi ed un romanzo, L’ultima generazione (Besa Muci Editore), pubblicato nel 2019.

Trailer: https://www.facebook.com/reel/1425507599574326

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Sabato, 13 dicembre 2025 – Anno V – n°50/2025

In copertina: immagine di archivio inserita nel docufilm

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