martedì, Settembre 27, 2022

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Erdoğan vuole togliere di mezzo il partito pro-curdo di opposizione HDP e soggiogare le donne

Revoca dell’immunità parlamentare ai deputati, arresti e uscita dalla Convenzione di Istanbul

di Laura Sestini

Chiudere i partiti politici, in Turchia, è parte della storia della Repubblica e questa decisione spetta alla Corte Costituzionale. Fin dalla sua istituzione – nel 1963. Infatti, ne sono già stati sigillati 26.

Lo stesso AKP – il Partito di Erdoğan – ha subìto almeno un tentativo di chiusura, nel 2008, con la motivazione che l’attività del movimento politico contro la laicità statale fosse troppo fervente. Effettivamente la funzione anti-secolarista dell’APK sta continuando a gonfie vele, fino ai giorni nostri. La chiusura del partito fu poi evitata – attraverso il ricorso – e alle seguenti elezioni politiche del 2011 l’AKP ottenne il 49,8% dei voti.

Attualmente è la volta del partito pro-curdo HDP – l’ennesima per i Curdi – i cui sindaci e parlamentari regolarmente eletti stanno subendo infiniti attacchi da parte governativa e della magistratura, divenuta braccio dell’esecutivo, destituiti tout court i primi, in maggioranza arrestati – con l’accusa di presunto coinvolgimento in attività terroristiche – e rimpiazzati poi dai kayyun, i funzionari governativi; mentre per i deputati il percorso è più lento poiché, in primo luogo, deve essere votata in Parlamento la revoca dell’immunità parlamentare e, poi, gli stessi devono esseri accusati della medesima imputazione dei colleghi di partito sindaci – e solo in seguito possono essere arrestati. Questa attività mira anche a diminuire i voti di HDP nelle aule parlamentari, essendo quest’ultimo il terzo maggiore partito di opposizione contro l’AKP.

Attraverso la coalizione dei partiti CHP-HD-IVY-SP, alle amministrative del giugno 2019, al partito di governo AKP fu ‘soffiata’ la poltrona di sindaco della città di Istanbul – la città più grande e importante della Turchia – assegnando la carica a Ekrem İmamoğlu del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), il primo partito di opposizione. L’AKP sta perdendo il consenso, oltre ad aver portato il Paese verso una grave crisi economica, e applica detenzioni arbitrarie come strategia per diminuire i numeri e la capacità organizzativa degli altri partiti. Dalle defezioni del partito di Erdoğan – per contro – ne sono già nati due in opposizione.

Di tutta la sequenza giudiziaria, il primo arresto importante tra i parlamentari HDP fu a carico del co-presidente Selahattin Demirtaş, imprigionato con l’accusa di terrorismo, sull’onda degli arresti a seguito del presunto colpo di stato del 2016. Demirtaş – avvocato e difensore di se stesso – questa settimana, in video conferenza, ha potuto presenziare a una nuova udienza del suo processo, dopo un anno che non veniva ammesso. A dicembre 2020 una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) aveva intimato la scarcerazione di Demirtaş – poiché sarebbe stata basata su false accuse – e un risarcimento pecuniario per i danni morali; per la seconda volta, in via definitiva, la Grande Chambre della CEDU motivava illegittima la carcerazione preventiva (lo stesso Demirtaş essendo da oltre tre anni nel carcere di massima sicurezza di Edirne), che viola il diritto a un processo equo e alla libertà di espressione (https://www.theblackcoffee.eu/liberate-sehalattin-demirtas/). Il verdetto della Corte europea fu rifiutato dalla Turchia – che prontamente replicò sostenendo che lo stesso non avrebbe vincolato il corso detentivo del politico curdo, in quanto accusato di far parte di un’organizzazione terroristica, ovvero che la stessa CEDU proponeva scarcerazioni di terroristi. Il documento per la scarcerazione, ratificato dalla CEDU, non è stato neanche inserito nel fascicolo giudiziario dell’imputato. Nell’udienza del 17 marzo, Selahattin Demirtaş ha parlato egli stesso della sentenza CEDU ai giudici presenti nell’aula del Tribunale (vi rimandiamo all’articolo del collega Murat Cinar per il discorso tenuto a sua difesa: https://www.pressenza.com/it/2021/03/turchia-selahattin-demirtas-parla-in-aula-dopo-un-anno/).

Le purghe dei parlamentari e politici del Partito Democratico dei Popoli (HDP) continuano senza sosta, mentre il Procuratore Capo della Corte di Cassazione è arrivato persino a chiedere l’interdizione di 687 dirigenti HDP, con la revoca dei diritti politici per cinque anni. L’ultimo in ordine cronologico risulta Ömer Faruk Gergerlioğlu – deputato – a cui il 17 marzo è stata revocata l’immunità parlamentare. Come pubblica Rete Kurdistan: “La sentenza finale contro il parlamentare dell’HDP, Ömer Faruk Gergerlioğlu, è stata letta oggi nella sessione plenaria del Parlamento (17 marzo 2021) ed è stato privato del suo status di deputato. A causa della sua pena detentiva di due anni e mezzo, per un post sui social media pubblicato 5 anni fa, confermata dalla Corte di Cassazione, ciò aprirà la strada alla sua reclusione. Il signor Gergerlioğlu rimarrà 1 anno 10 mesi dietro le sbarre”. Attualmente, dietro le sbarre ci sono 13 deputati HDP, inclusi i due ex co-presidenti Selahattin Demirtaş e Figen Yuksekdag, mentre a giugno 2020 era toccato a Leyla Güven, già in carcere nel 2018, dove aveva attivato uno sciopero della fame a cui hanno aderito circa 11 mila detenuti politici – e Musa Farisoğulları.

“Alcune ore dopo la votazione parlamentare su Gergerlioğlu – pubblica HDP in un comunicato di Feleknas Uca & Hişyar Özsoy, co-portavoci agli Affari Esteri – è emerso che il procuratore capo della Corte di Cassazione ha presentato un atto di accusa alla Corte Costituzionale per vietare del tutto HDP. Questi attacchi contro HDP sono giunti poco dopo che il presidente Erdoğan aveva proclamato un ‘Piano di azione per i diritti umani’ che è stato promosso includendo riforme legali e sui diritti umani”. A seguito del succitato Piano, un’ondata di arresti di attivisti politici e difensori dei diritti umani è stata immediatamente avviata a Istanbul e ad Ankara. La polizia antiterrorismo ha sfondato le porte delle case e nelle retate è stato arrestato anche Öztürk Türkdoğan – presidente dell’Associazione per i diritti umani (IHD).

Il giorno prima – il 18 marzo – il co-sindaco HDP di Bulanık, Adnan Topçu, già destituito dal Ministero dell’Interno turco, è stato condannato a più di otto anni di carcere con l’accusa ormai inflazionata di ‘appartenenza ad organizzazione terroristica e propaganda terroristica’.

Mentre l’ex Ministro dell’Economia Ali Babacan – fondatore del neo-partito di opposizione Democratico e del progresso (DEVA) – si pronuncia contro la chiusura di HDP, notando che: “Provare a fermare un partito che ha raccolto 6 milioni di voti è una mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini”.

Come tocco finale, nella notte tra il 19 e il 20 marzo, su Twitter spunta il decreto presidenziale firmato per l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul del 2011 – trattato per prevenire e combattere la violenza domestica e le mutilazioni genitali sulle donne. La motivazione? Il provvedimento minerebbe l’unità familiare, incoraggiando il divorzio e dando spazio alla comunità Lgbt.

Il decreto firmato dal Presidente Erdoğan per l’uscita dalla Convenzione di Istanbul del 2011.

Sabato 20 marzo iniziano le celebrazioni per il Newroz – il Capodanno curdo. Allora gli arresti si intensificheranno ulteriormente, ma nonostante ciò – come ogni anno – i Curdi si ritroveranno per ballare e cacciare il nemico del popolo curdo con il grande fuoco rigeneratore del mito fondatore, ‘Kawa il fabbro’.

Sabato, 20 marzo 2021 – N° 8/2021

In copertina: Ömer Faruk Gergerlioğlu. Foto HDP.

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