venerdì, Settembre 30, 2022

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Donna in guerra

L’omicidio di Sakîne, Fidan e Leyla rimane irrisolto

di Laura Sestini

Il 9 gennaio, per il movimento di liberazione curdo è un triste anniversario che rimanda ad un omicidio consumatosi a Parigi nel 2013. Vittime del delitto sono tre attiviste di quel movimento, che si ispirano al Partito dei Lavoratori Curdi PKK, ma attingono primariamente dalla realtà dei fatti quotidiani – le violenze che hanno sempre subìto i Curdi in Turchia – fin dalla loro infanzia, anche se in periodi politici e temporali differenti.

Sakîne Çansiz, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez vengono freddate con arma da fuoco silenziata dentro il Centro di cultura curda della capitale francese, un luogo dove è obbligatorio farsi riconoscere per entrare. I corpi delle donne sono scoperti solo un giorno più tardi ma, secondo le autopsie, la morte risale al pomeriggio precedente, mentre tra le ipotesi sullo svolgimento dei fatti la più accreditata è che siano state proprio loro ad aprire all’assassino. Per certo a due di loro – tra cui la più giovane – è stato sparato in fronte, mentre la terza ha ricevuto colpi mortali all’addome.

L’episodio fu particolarmente grave anche come messaggio politico: era la prima volta che accadeva un assassinio a carico di affiliati del PKK in Europa; fino ad allora tutte le ‘azioni politiche violente’ si erano compiute entro i confini turchi, i villaggi, le prigioni, e le montagne dei guerriglieri che si scontrano regolarmente con i militari (https://www.theblackcoffee.eu/parla-havva-gezen-madre-dellex-detenuto-politico-zulkuf-gezen/).

Nel 2013, il contesto storico-politico entro il movimento di liberazione curdo e la Turchia include i negoziati sulla ‘questione curda’ tra i dirigenti del PKK – trattativa in corso con le autorità governative – a cui Abdullah Öcalan – leader carismatico del PKK – ha sempre lavorato alacremente, nonostante la sua solitaria detenzione dalla fine degli anni ’90 nel carcere dell’isola di Imrali, in mezzo al Mar di Marmara in Turchia.

Sakîne Çansiz è una delle poche donne presenti alla fondazione del PKK nel 1978, di cui diverrà un pilastro per le lotte femminili, e già allora attivista di un movimento politico giovanile che si ispira al marxismo-leninismo. Al momento del suo assassinio a Parigi ha circa 50 anni e si trova in Francia perché è la nazione dove si è rifugiata dopo la scarcerazione – imputata come appartenente ad organizzazione terroristica cui il Partito dei Lavoratori Curdi è considerato in Turchia dopo il colpo di Stato militare del 1980. Una attivista politica con molta esperienza e vittima di feroci torture durante la sua prigionia durata circa 10 anni, periodo in cui una trentina di detenuti (questi i numeri ufficiali), oppositori politici, perdono la vita sotto le violenze della gendarmeria turca. Dall’esperienza carceraria e politica, Çansiz negli anni ’90 troverà la spinta per scrivere tre volumi dal titolo ‘Tutta la mia vita è stata una lotta’, il primo di cui – che tratta della sua giovinezza e la genesi della coscienza politica – viene prontamente ripubblicato in lingua turca subito dopo la sua morte.

Fidan Doğan è una rappresentante a Parigi del KNK – Congresso Nazionale del Kurdistan – per la sede di Bruxelles, ed attivista per i diritti del popolo curdo e delle donne. Al momento della morte ha 30 anni. In Francia era arrivata molti anni prima per studiare.

Leyla Şaylemez ha solo 24 anni, ed è attiva nelle fila dei giovani del movimento. Negli anni ’90 a causa delle reiterate ‘incursioni’ turche nella regione curda a sud-est della capitale Ankara – di cui alcune aree rase al suolo per bombardamento aereo – la sua famiglia si trasferisce in Germania, dove lei, giovane studentessa, allaccia rapporti con il mondo politico curdo della diaspora.

Le indagini delle autorità francesi in pochi giorni indicano come sospettato Ömer Güney, un cittadino turco di 34 anni, che viene tenuto in custodia cautelare finché le telecamere a circuito chiuso confermano la sua presenza al Centro curdo per il giorno dell’omicidio, oltreché risultare il Dna di una delle vittime sul suo cappotto.

L’inizio del processo, previsto per gennaio 2017, è andato fallito per la morte (precauzionale?) di tumore al cervello di Güney solo un mese prima – evento che ha portato anche alla conclusione delle indagini.

Al primo anniversario dell’assassinio, nel 2014, su YouTube appare una registrazione audio del presunto omicida – riconosciuto dalla voce da più persone – dove spiega nel dettaglio l’organizzazione del delitto, che vede implicati anche i servizi segreti turchi. Ciò in previdenza che qualcosa vada storto all’attentatore e si possa divulgare la verità (fonte: Uiki Onlus); audio lasciato di proposito in custodia a persona fidata di Ömer Güney che verosimilmente lo avrebbe reso pubblico tramite la nota piattaforma video.

Su pressione delle famiglie delle vittime, alle autorità francesi viene richiesto ripetutamente di verificare anche il possibile coinvolgimento del MIT – i servizi segreti turchi. Emmanuel Macron infine nel 2019 dà il via per riaprire il caso e nuove indagini. Il MIT rifiuta l’accusa, gli investigatori francesi al contrario sono convinti del coinvolgimento di due agenti di intelligence turca, ma senza prove definitive. Secondo le medesime fonti accreditate, lo stesso Ömer Güney risulta essere stato coinvolto in azioni di spionaggio.

Siti di informazione curda nel frattempo affermano che due agenti segreti turchi sono stati arrestati in Kurdistan iracheno nel 2017, ma Ankara non ne conferma la scomparsa (fonte: France 24). Se ciò risultasse vero, la famiglia Barzani – amministratrice della Regione Autonoma Curdo Irachena dal 2003 – non avrebbe beneficio a confermarne l’arresto, per non ‘tradire’ gli stretti legami politici ed economici con la vicina Turchia. Far passare il confine in segreto per il rientro in patria dei presunti agenti MIT in detenzione, risulta molto più conveniente che rendere pubblica la notizia dell’arresto.

Il caso è tuttora aperto, ma la Turchia – per asserzione di una avvocatessa che segue la causa per le famiglie – non è particolarmente collaborativa, anzi le indagini sono ‘segrete’ ed i fascicoli impossibili da consultare.

Il titolo usato per l’articolo – ‘Donna in guerra’ – è stato preso in prestito dal romanzo di Dacia Maraini pubblicato nel 1975 e curiosamente poco dopo tradotto in lingua turca. La trama – una narrativa di fantasia, ma non troppo, in chiave sociale dell’Italia di 50 anni fa – è un intreccio di personaggi coinvolti in dinamiche di lotta femminista, le donne, ma ancora con i piedi affossati nella tradizione patriarcale, e ambizioni socialiste di qualche soggetto maschile entro un fantomatico movimento ‘Vittoria proletaria’. Se si esclude la lotta armata del PKK – che comunque apparirà sotto forma di attentati di sinistra e di destra anche in Italia negli anni ’70/80, ma non tra le righe del libro di Dacia Maraini, molto più sobrio – le due narrazioni hanno alcuni rimandi a specchio, ed è quasi certo che l’autrice abbia attinto ispirazione dal contesto di fermento politico italiano di allora.

Senza dubbio Sakîne Çansiz ha un posto d’onore tra le donne attive nel movimento di liberazione del popolo curdo. Una effettiva ‘donna in guerra’. Una donna dolce di aspetto, ma forte di mente e coraggiosa di cuore, che non ha ceduto ai suoi ideali di libertà neanche sotto le pesanti violenze perpetrate sui detenuti politici – usate ancora oggi, ma in forme più raffinate – reclusi a migliaia nelle prigioni turche, lungo tutti i differenti ricambi politici, almeno degli ultimi 50 anni.

Sull’argomento: https://www.theblackcoffee.eu/turchia-pratiche-per-annientare-gli-oppositori/

Sabato, 15 gennaio 2022 – n° 3/2022

In copertina: donne curde protestano a Parigi durante una commemorazione del delitto. Tutte le foto: Kurdistan au féminin – Licenza CC BY_SA 4.0

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