sabato, Ottobre 01, 2022

Italia, Politica

War and Peace

Anglicismi di guerra in tempi di pace

di Samanta Giannini

Correva l’anno 2020, avevamo da poco posato i calici del Capodanno e smaltite le consuete sbornie, quando con una mal celata timidezza la stampa comincia a darci contezza di uno sconosciuto virus che si annida tra le vie di una, per noi allora sconosciuta, città nella profonda Cina.

Passano i giorni e quella timidezza svanisce; gli abbracci ai Cinesi e gli aperitivi a suon di involtino lasciano spazio ad una sempre più crescente attenzione all’asiatico virus. Tra conferme e smentite, “pliés et grand foutté en tournant”, gli onnipresenti giornalisti danno vita al balletto planetario, dove le piroettes seguono la melodia e le note sono accompagnate da testi decisamente evocativi.

Tutti al pezzo, o meglio sul “pezzo”, preparano il terreno. Un terreno che dovrà essere fertile, fertilissimo, come bravi contadini, affinché le sementi si trasformino in rigogliose piante. Ma concimare ed arare non basta, per avere un buon raccolto bisogna seminare, ed il terreno dell’aulica lingua italica è pronto per essere seminato, come il grano, a manciate, di inglesismi – o anglicismi che dir si voglia.

Cos’è un inglesismo? “E’ una parola o una costruzione della lingua inglese che viene recepita in un’altra lingua”. Cosa nuova? Non proprio. Dallo sbarco degli americani ad Anzio ad oggi, parole come sport, ok , ko, tv, sono oramai entrate di diritto nel nostro vocabolario; socialmente accettate ed anche molto utilizzate.

Ma cosa accade agli anglicismi durante l’espansione del virus ?

Fu lui a salire sul podio più alto della comunicazione anglofona, il politico del momento, il presidente del consiglio, il “Beppe” nazionale, no non quello lì, il comico tanto amato dall’altrettanto nazional popolare “Pippone”; l’altro, l’ “Amico” suo – l’omonimo – dai modi più gentili, caratterialmente più affabile, dallo stile sartoriale, insomma un vero “signore”, un lord, detta all’italiana: un “Conte”.

Calmo, serafico, ben vestito, un filino suadente, dichiarava a noi tutti, su reti unificate, il primo “lock – down” dell’Italia Repubblicana, ricordiamolo, non certo “repubblichina”.

Era il 9 marzo del 2020.

La stampa passa, momentaneamente, la “parola” alla politica ed ecco che la fiamma di una comunicazione quanto meno singolare si accende, e come nella migliore tradizione olimpica, passa di mano in mano o meglio di bocca in bocca, e perché farselo mancare, di penna in penna.

Lock down letteralmente tradotto in un oramai dimenticato e più banale italico, “coprifuoco”, ma non lo usa nessuno. Mai.

Sarà mica perché in italiano avrebbe ricordato tempi storicamente un cincinin più bui ?

Da un manifesto del 1943: “Il comandante del presidio militare tedesco di Pisa”

“COPRIFUOCO”

“A partire dal giorno 18 le ore del coprifuoco sono stabilite dalle ore 22 alle ore 5, il cambiamento del coprifuoco è stato determinato nella fiducia che la popolazione corrisponderà con la sua calma e tranquillità a questa disposizione. I contravventori verranno severamente puniti.” Gunther – Maggiore e comandante – Pisa, 18 settembre 1943.

La cosa che stupisce è che nessuno se ne stupisca.

Nessuno si pone la domanda del perché non si debba ricorrere ad un termine che dagli italiani, anche i meno istruiti, è ben conosciuto. Perché si deve adottare il suo corrispettivo in inglese? Forse avrebbe fatto meno effetto?

Un sospettuccio ci viene, ma al momento non ci è ancora dato sapere per certo.

Cresciuti a pane ed inglesismi, come Iphone, Ipad, pc, smart tv; ingrassati a pane e pubblicità sempre più internazionali, ecco che “lock down”, come termine di guerra, passa del tutto sottotraccia. In pochi, pochissimi, si sono stupiti del suo uso. Molti italiani – forse troppi – non si accorgono di ciò che stanno pronunciando, della carica evocativa di quel termine straniero. Di sicuro non se ne è accorta la stampa.

Del resto “La Pandemia” si era subito configurata argomento mondiale e la lingua internazionale per eccellenza del 21° secolo, ce ne dobbiamo fare una ragione, è proprio l’inglese. Dunque, effettivamente, per quale motivo i più avrebbero dovuti interrogarsi ?

Il ”lock down” è di fatto “il coprifuoco”, una misura di natura bellica. Prevede delle regole, ne prevede il rispetto e prevede sanzioni per chi trasgredisce. E’ di fatto una misura politico-organizzativa di tipo militare “in bello”. Tra una autocertificazione e l’altra, si fa strada la regolamentazione delle buone regole, dell’organizzazione, del controllo delle azioni nel rispetto della regole.

Appaiono i “check point” ed ecco che da non si sa dove, e non si sa come – né perché – il breve ed incisivo check point inizia a comparire un po’ ovunque; poco dopo lo avremo trovato anche all’entrata dei ristoranti: risme e penne, per segnare nome cognome e numero di telefono, in nome del famoso tracciamento.

I primi si attivano nelle strutture sanitarie, nelle Asl, nelle residenze per anziani. Obiettivo? Al momento il monitoraggio della temperatura. “Punto di controllo temperatura corporea” è decisamente una frase troppo lunga da stampare su un A4. Questo italiano è decisamente troppo poco “smart”. Tutto il mondo era in emergenza, l’Italia più di altre nazioni, si deve fare presto, occorre pragmatismo e semplificazione.

Ma cosa è un check point ? Letteralmente ”posto di blocco”. Esattamente come per coprifuoco, in italiano, posto di blocco in tempi di pace evoca una rassicurante pattuglia di Polizia, lì al nostro servizio, a caccia di criminali, se non fosse che nell’inconscio collettivo, il suo corrispettivo inglese sia già molto meno rassicurante.

Check-point per l’infanzia
Foto: Samanta Giannini (riproduzione vietata)

Il più famoso check point al mondo, a tutt’oggi, risulta il “Check point Charlie”, punto di frontiera tra Est e Ovest Berlino, la prima controllata dai sovietici e l’altra dagli americani. “Era l’unico passaggio tra le due parti della città per stranieri, diplomatici e membri delle forze alleate; nel tempo è divenuto il simbolo della Guerra Fredda “….ma guarda un po’ !

Passano i giorni, pochi a dire il vero, ed i “media” cominciano ad interrogarsi sul proliferare del virus. Da più parti, i primissimi timidi accenni alle pericolosissime “drops”, le “goccioline”, col tempo si trasformano in interi blocchi di trasmissioni televisive. Ma le goccioline di cosa ? Di saliva ovviamente.

Una luminosissima Palombelli – molto più luminosa dell’altra Barbarella nazional popolare del pomeriggio Mediaset – ce ne parla per prima. Alla sera, per molte sere, tra un tutorial e l’altro sulla fabbricazione di mascherine con carta da forno. Con un esperto, poi con un altro, poi con l’amico giornalista, poi anche con il gatto mammone; ma perché si ostina a chiamarle “drops” ?

Perché? Secondo l’Osservatorio Cultura Lavoro – a giugno del 2021 – l’Italia si posiziona al quartultimo posto tra le nazioni europee per la conoscenza dell’inglese. Ad una giornalista di spessore come lei questa cosa dovrebbe essere conosciuta. Vabbè, forse si rivolge al pubblico dei giovani erasmussiani, quelli che di sicuro parlano un fluente inglese. No. Nemmeno. Sempre dall’Osservatorio Cultura e Lavoro, pare che tra i giovani il livello sia ancora più scarso.

Ma allora, perché ci propinano da ogni parte per mesi queste “drops” ? Non ci è dato sapere. Se non fosse che ad una mente curiosa, che di lingue ne ha studiate 4, il tutto comincerà a suonare quantomeno atipico. L’evocazione militare nasce spontanea per coloro che sanno che “drop the bomb” significa letteralmente “ sgancia la bomba” ed è un ordine militare.

Le “drops” in ambito militare, sono anche altro.

La divisa “Drop” è la divisa di ordinanza, composta da giacca con due tasche sul ventre e due tasche in petto, abbottonamento centrale con quattro bottoni, spalline, porta mostrine e pantalone con due tasche.

La “Drop” nasce come unità di misura utilizzata per l’abbigliamento militare maschile ed indicava la conformazione fisica della persona: più il drop era alto più la conformazione era longilinea.
Per estensione la divisa “elegante” dei militari ha assunto lo stesso nome.

Che ci vogliamo fare ? La curiosità è donna, difficile fermarla ed il Web aiuta molto; girovagando nell’etere si trova praticamente tutto. E’ tutto scritto. E’ tutto lì. Basta cercarlo.

Oramai, appare chiaro a tutti che la “Guerra” al virus è dichiarata, senza se e senza ma.

Titoli di giornali, titoli di telegiornali, approfondimenti, tutti parlano di guerra; tutti parlano del nemico e di come sconfiggerlo, ma per lo più in inglese.

Per “vincerla questa guerra” – cit. Panella, Palombelli, Merlino, Berlinguer, Porro, Mentana et elenco “ad libitum” – si corre contro il tempo e serve un’ “arma”, efficace, veloce, la migliore: un vaccino.

Il vaccino, “unica arma” atta a sconfiggere il nemico, arriva, e con lui un nuovo inglesismo : “the Spike”, la famosa proteina. Ma veramente abbiamo tutti capito cosa sia la spike ? Forse sì, forse no, alcuni di più, altri di meno; c’è chi non si è proprio interrogato e per taluni è semplicemente il nome del cane, non proprio “miglior” amico del più celebre Silvestro !

Certo è che, se ci si lancia in una rapida ricerca “webbiana”, in prima pagina, al primo posto, si scopre, grazie a Wikipedia, che “the winner is” un’altra “Spike”, non propriamente salutare.

Con il termine “Spike” si identifica una famiglia di missili anticarro leggeri di origine israeliana prodotti dalla ditta Rafael. La famiglia è composta da cinque “varianti” (Spike-SR, Spike-MR, Spike-LR, Spike-ER e Spike NLOS) che differiscono in parte per la gittata che varia da 800 a 8000 metri e in parte anche per il sistema di guida e la dimensione della testata.

Perbacco, o come si direbbe a Roma: “ma che davero davero” ?

“Davero”.

Questo si rivela un vaccino a doppia dose – almeno per i più gettonati – e viene strutturato proprio così. Due iniezioni e finisce la paura.

Ma basta far passare pochi mesi, pochissimi, non si scavalla neanche l’anno che si fanno strada le “varianti” e si scopre che quelle due dosi non garantiscono una longeva copertura. Dopo alcuni timidi e veloci interrogativi, tutti si trovano d’accordo e cosa si fa?

Un bel richiamo. Eh, ci piacerebbe chiamarlo così, ci piacerebbe proprio tanto riappropriarci per un attimo della nostra lingua madre, ma no, non ce la facciamo proprio; lo chiamiamo “Booster”. Tornano alla mente quei ricordi da lettura vorace, apparentemente flebili, che riaffiorano timidi da una memoria traballante; è ancora Santa Wikipedia che illumina il tortuoso cammino sulla strada dell’anglicismo “covidiano” e fa ritrovare la retta via della conoscenza. Scorrendo ancora una volta la descrizione del missile Spike, troviamo per l’appunto, il di lui “fedele” compagno, il “booster” che posizionato “nella parte posteriore del missile, gli consente di uscire dal tubo lanciatore”.

Con l’arrivo del booster non vuoi fare un “accennino” allo “shot”, alla “iniezione”? Ma si facciamolo, però sottovoce, non molto, non troppo, in fondo chi non sa che “shot” significa “sparo” ?

Poniamo la parola fine a questi inglesismi o anglicismi, siamo finalmente fuori dal “tunnel anglofono militarizzato”.

Ah, no? Ancora no?

Eh, no!

Ma perché?

Perché c’è il “Pass”.

Ah vabbè, ma cosa ci sarà mai di così strano in questo termine ?

C’è di strano che la prestigiosa Treccani, ci ricorda che la parola “Pass” è sì, oramai a tutti gli effetti, inserita nel vocabolario più famoso d’Italia, ampliamente digerita anche dagli estremisti della lingua; peccato che con il suo rigore linguistico ci debba segnalare la sua letterale traduzione: “lasciapassare (s. m. [comp. di lasciare e passare] ) e non si può esimere dal darcene una attenta e puntuale descrizione: “Permesso scritto rilasciato da un’autorità militare o politica perché una persona possa accedere in un luogo dove le sarebbe altrimenti impedito di andare: chiedere, ottenere un l., presentare il l. per entrare in una zona militare”.

Come cantava il famoso terzetto sanremese, del resto pure vincitore, “si può dare di più” ed il pass qualcosa in più la dà, diventa green: verde. Quale gradazione si sia autoproclamato ancora non è “chiaro”, di sicuro un certo “tono” qualcuno glielo ha dato!

Un tocco di colore non guasta mai !

Verde. Come un prato della Val Pusteria? No, verde come la “zona verde” di Baghdad, la cosiddetta “green zone”, che per chi se lo fosse scordato è stata per anni sotto l’egida “dell’autorità provvisoria della coalizione ed è tuttora centro della presenza internazionale in città. Il suo nome ufficiale sotto il governo provvisorio iracheno è “Zona Internazionale”, anche se Zona Verde rimane il termine più usato”.

Quella Green Zone dove si trovavano gli hotel dei giornalisti, nonché delle alte sfere UNHCR e CRI.

“Subito all’esterno di questa (..) ve ne è un’altra chiamata Zona Rossa e si riferisce a tutto il perimetro rimanente della città di Baghdad, ma anche a tutte quelle aree non protette al di fuori del sito militare”. Entrambi questi termini sono nati come denominazione militare (cit. Wikipedia, la santa sanctorum del sapere 2.0).

Marzo 2022. A due anni esatti dall’inizio dell’ossessiva comunicazione “filo-anglofona” e un “ fil(in)o-militare”, tutto risolto.

Per raccontare la guerra in Ucraina, l’Italia finalmente torna a parlare come “magna” !

Sabato, 19 marzo 2022 – n° 12/2022

In copertina: Le parole hanno potere – Immagine di Geralt/Pixabay

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