martedì, Settembre 27, 2022

Italia, Politica

Viaggio nel mondo dei tutori volontari di minori stranieri non accompagnati – Seconda parte

La genitorialità sociale che instilla fiducia

di Laura Sestini

Nella prima parte della nostra inchiesta (https://www.theblackcoffee.eu/viaggio-nel-mondo-dei-tutori-volontari-di-minori-stranieri-non-accompagnati/) – pubblicata sabato 13 marzo – abbiamo trattato l’apparato burocratico, che ruota intorno ai minori stranieri non accompagnati e dei tutori volontari, attraverso le considerazioni della Garante nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza Carla Garlatti, del Presidente del Tribunale dei Minorenni di Firenze Luciano Trovato, dei giudici onorari Ciuffoletti, Geloso e Bicocchi, per terminare con l’organizzazione no-profit Oxfam, che si occupa di migrazioni e di progetti umanitari.

Con la seconda parte, invece, andiamo sul campo, per entrare nel cuore dell’argomento, dando voce proprio ai minori stranieri non accompagnati – i diretti protagonisti – e ai loro tutori.

Infine concluderemo il nostro viaggio, con la storia di Abou Dakite – il quindicenne ivoriano, che l’Italia l’ha potuta solo immaginare dalla nave-quarantena, alla fonda davanti al porto di Palermo.


Le Associazioni dei Tutori Volontari
All’indomani dell’istituzione del ruolo del tutore volontario e qualche ‘sbucciatura di ginocchi’ alla quale hanno dovuto far fronte i tutori già iscritti al registro, navigando a vista in un territorio sconosciuto anche alle autorità di controllo, i confronti tra le persone che avevano aderito al progetto – conosciutesi ai corsi di formazione – sono divenute naturali. In breve tempo consapevoli che l’unità – come dice il proverbio – avrebbe fatto la forza, in alcune regioni sono nate delle associazioni di tutori con lo scopo di organizzare in proprio progetti e servizi verso i minori non accompagnati che avevano in tutela. Per prossimità di territorio e di conoscenze dirette ci siamo rivolti all’Associazione dei Tutori Volontari della Toscana, nella persona della presidentessa Giulia Dagliana.

La figura del tutore volontario nasce con la legge 47/2017 ma, nei fatti, solo nel 2018, dopo i primi corsi di formazione a cui è stato sottoposto chiunque intendesse svolgere la tutela legale di uno o più minori stranieri non accompagnati. Su quali presupposto nasce l’Associazione dei Tutori Volontari della regione Toscana, in questo lasso di tempo così breve?
Giulia Dagliana:
«L’associazione nasce a febbraio 2019, dopo i primi due cicli di formazione organizzati in Toscana (Firenze/Prato), nata sull’esigenza che i tutori toscani avevano riguardo a dubbi, problemi, incertezze, preoccupazioni, le esigenze del tutore nel lavoro sul campo. È un’unione di persone nata ‘dal basso’, intorno a un tavolo di un locale fiorentino, dove ci incontravamo regolarmente ogni due settimane per confrontarci sulle difficoltà che incontravamo nel ruolo che avevamo scelto. La nostra riflessione verteva sì sulla Legge Zampa che, incredibilmente, aveva superato grandi ostacoli, dando vita a ciò che potremmo definire ‘genitorialità sociale’, andando oltre agli aspetti amministrativi e burocratici ai quali, in precedenza, andava incontro un tutore. Contemporaneamente, ci siamo resi conto che il terreno sociale su cui dovevamo agire, era totalmente impreparato, sia dal punto di vista organizzativo che relazionale. Quindi avevamo molte difficolta a farci conoscere, farci comprendere e a far capire quale funzione avesse questo ruolo. Questo ha portato a tanti scontri e incontri con comunità, assistenti sociali e il tribunale, per spiegare il valore sociale aggiunto del ruolo del tutore e non – come talvolta è successo – essere fraintesi come ostacoli alle varie istituzioni. In pratica abbiamo cercato, all’interno del sistema pre-esistente, lo spazio che per legge ci era stato concesso. Attraverso il corso di formazione avevamo appreso molte informazioni ma tutto il resto lo stavamo imparando quotidianamente. L’Associazione, quindi, nasce dalla necessità di non essere soli – come tutori che lottavano contro i mulini a vento – all’interno della rete di tutela dei minori non accompagnati. D’altronde, anche tra noi tutori avevamo necessità di confronto, per scambiarci buone pratiche in quello che era un nuovo contesto per tutti».

Quanti sono i tutori in Toscana e quanti i minori seguiti? Con la pandemia abbiamo tutti imparato a comunicare con le videochiamate, ma come era possibile riunire precedentemente tutta questa rete di persone, considerando le numerose province di una regione così ampia?
G.D.
: «Ai dati aggiornati al gennaio 2020 forniti dal Tribunale dei Minori di Firenze – e crediamo che non sia cambiato molto nell’anno del Covid – i tutori formati erano circa 260, di cui 231 iscritti al registro, ma solamente 169 nominati. Ci sono però molti tutori che hanno in tutela 2-3 minori, per un totale di 447 assegnazioni. Poiché uno dei principi base degli abbinamenti è la prossimità territoriale ed essendo la maggioranza dei tutori, e anche dei minori, sulle province di Firenze e Prato, i tutori delle aree più periferiche della Toscana hanno maggiori difficoltà nell’assegnazione del minore. Prima della pandemia, effettivamente, avevamo anche difficoltà a ritrovarci, e infatti cercavamo di organizzare le nostre riunioni nelle varie province. Inoltre cercavamo altre occasioni, tipo il Festival del Volontariato di Lucca, per incontrarci in aree neutre. La pandemia, invece, ci ha dato lo spunto per trovare altri strumenti – come le riunioni online, forse l’unico beneficio che il virus ha portato con sé – per rimanere in contatto tra di noi. L’Associazione ha sede a Firenze».

Quali attività svolge abitualmente l’Associazione?
G.D.: «La principale attività l’abbiamo già citata: creare un unico punto di riferimento per il contatto con i vari attori istituzionali che incontriamo, per fluidificare i rapporti da tenere. Poi vi è tutta una serie di attività – Covid permettendo – utili a momenti di maggiore conoscenza tra tutori e minori, rivolte soprattutto ai ragazzi per far conoscere loro il territorio che li circonda. Pic-nic di gruppo, visite ai musei, e altre attività culturali. Purtroppo le regole sanitarie contro la pandemia hanno bloccato tutte le attività fisiche, ma ci siamo organizzati per fare rete con altre associazioni del territorio per offrire nuovi servizi da trasferire ai ragazzi o ai tutori. Quindi abbiamo partecipato a bandi con Oxfam o il Cospe (onlus privata, laica e senza scopo di lucro che ha come mission la promozione del dialogo fra le persone e fra i popoli). Con Oxfam abbiamo aderito al progetto Tutori sociali, ovvero la possibilità di andare oltre alla maggiore età dei ragazzi e sostenerli come relazione tutore-minore già acquisita per gli ulteriori tre anni, fino ai 21, ovvero negli anni di prolungamento della protezione per l’inserimento nei progetti di accoglienza che i neomaggiorenni possono ottenere dai Tribunali per i Minorenni, così da poter fruire di una formazione professionale. Con il Cospe e l’Associazione Ginger Zone di Scandicci, in provincia di Firenze, abbiamo avviato dei corsi di informatica di base e per il futuro stiamo organizzando dei corsi di musica, di teatro e di lingua italiana».

Quali sono i maggiori ostacoli che la pandemia ha apportato nel legame tutore/minore?
G.D.
: «L’ostacolo principale è stato il non potersi più incontrare, e per qualcuno è successo appena dopo l’abbinamento minore-tutore, quindi senza aver avuto il tempo necessario anche solo per i primi approcci relazionali, in un tempo così difficile. Anche i minori che si erano già ambientati hanno avuto difficoltà, per esempio con la scuola di lingua italiana a distanza, con strumentazione spesso non adatta, oltre all’obbligo di non poter uscire e il dover capire bene le regole a cui attenersi – per chi non parla bene l’italiano. In pratica, per entrambe le parti – minore e tutore – è stato molto frustrante. Inoltre, le comunicazioni formali erano poco chiare anche rispetto alle comunità o agli assistenti sociali, per come gestire il passaggio dalla minore alla maggiore età dei ragazzi, ai quali, talvolta, da un giorno a un altro, è stato detto di lasciare la comunità o l’appartamento dove risiedevano – in un periodo così strano per tutti – senza offrire alcuna alternativa, costringendoli a trovarsi un posto di fortuna. Da un momento a un altro, da essere tutelati a tutti gli effetti come minori, a ritrovarsi maggiorenni in un albergo popolare. In questa situazione molti tutori si sono attivati per aiutare i neomaggiorenni e tanti li hanno accolti a casa propria. Un’emergenza da risolvere in tutti i sensi, non ultima quella del Covid-19. Quindi, riassumerei ricordando i molti ostacoli per creare il legame con i minori affidati e il mancato sostegno delle istituzioni nel passaggio alla maggiore età».

Quali sono i punti critici del rapporto tutore/minore con le autorità?
G.D.: «Il momento più critico è sicuramente quello di passaggio tra la minore e la maggiore età – nei rapporti con le autorità. Chi ha la fortuna di poter proseguire formalmente con la tutela fino ai 21 anni, con percorsi di formazione che dovrebbero permettere poi a tutti gli effetti di essere inseriti nella società, nel territorio, adesso avrà anche il supporto del progetto Tutori Sociali di Oxfam, che abbiamo già citato. Se al contrario, come talvolta capita, non si ottiene il prosieguo fino ai 21 anni, allora i neomaggiorenni si trovano improvvisamente in mezzo a una giungla. È chiaro che i rapporti minore-tutore non si troncano alla data della loro maggiore età e si cerca di dare sempre un aiuto per trovare almeno casa e lavoro. Si cerca anche di mantenere i rapporti con la famiglia di origine – per quanto possibile – per rincuorare che il ragazzo/la ragazza sta bene e che non è lasciato da solo in mezzo alla strada. Inoltre, tutti cercano di raggiungere l’Europa anche per motivi economici così da supportare le famiglie nei loro Paesi, dove spesso vivono sotto la soglia di povertà. Quindi, i maggiorenni sentono anche una grande responsabilità sulle loro spalle. Conosciamo bene quanto era difficile già prima della pandemia, in Italia, trovare un lavoro e un alloggio dignitoso, adesso non dobbiamo neanche spiegarlo».

Quali gli obiettivi futuri dell’Associazione?
G.D.: «Sicuramente ci piacerebbe poter ricominciare fisicamente con tutte le attività di aggregazione che la pandemia ha spazzato via, l’unico metodo per approfondire davvero i rapporti con i ragazzi e facilitare, come Associazione, anche i legami tra i tutori e i minorenni. Infatti, anche se una persona sente il desiderio di fare il tutore, non è detto che il legame di fiducia e di comprensione sia una questione facile; per alcuni tutori il percorso può essere faticoso e per niente banale, perché gli adolescenti non sempre si rapportano in maniera facile con gli adulti. Il vissuto di ogni singolo minore, poi, è sempre complicato. Io ne potrei parlare anche in prima persona. Quindi, supportare in ‘comunità, percorsi umani’ è un’attività importante che ci proponiamo. Inoltre, sponsorizzeremo sempre di più il ruolo del tutore volontario cercando di premere per l’attivazione dei corsi di formazione che sono rimasti fermi per molto tempo, continuando a lavorare per attivare progetti specifici a supporto della rete sul territorio – la quale, sebbene già attiva, più progetti avrà e meglio sarà per tutti – dando maggiori opportunità. E ancora, stiamo lavorando a una rete nazionale dei tutori, perché pensiamo che un riconoscimento più forte aggiungerebbe valore al ruolo. Una figura nata da poco, della quale siamo un po’ i precursori. Se riusciamo a unire tutte insieme le associazioni che sono nate in ogni regione, allora la nostra capacità ‘politica’ sarà senz’altro più valevole».

Tra le attività a cui lavora l’Associazione rientrano i Corridoi Umanitari: potete spiegare in cosa consistono e in che maniera ve ne occupate?             
G.D.
: «A maggio scorso, anche lì, frustrati e impotenti di fronte alle immagini e alle notizie che provenivano dai campi profughi in Grecia, contattammo la Comunità di Sant’Egidio che sapevamo, da un’esperienza condivisa in passato, aveva organizzato Corridoi Umanitari per portare in Europa, in maniera sicura e senza pagare il ‘pizzo’ ai trafficanti di esseri umani, persone e famiglie in condizioni di particolare vulnerabilità, dimostrando che un modo diverso di gestire l’immigrazione è possibile. Chiedemmo a Sant’Egidio se fosse possibile organizzare dei Corridoi per portare in Italia i minori stranieri non accompagnati che vivevano nei campi profughi greci. Sulle cinque isole in cui sono stati ‘ghettizzati’ i profughi – Samos, Lesbo, Chios, Leros e Kos – sono attualmente bloccati 2.000 minori non accompagnati. In particolare, nel Centro di Ricezione e Identificazione di Samos, la cui capienza è di 648 persone, vivono attualmente 7.497 richiedenti asilo, di cui circa 400 sono minori non accompagnati. Molti di questi bambini e adolescenti vivono nella ‘giungla’, l’area nei dintorni della struttura che ospita accampamenti di fortuna, in assenza di elettricità, servizi igienici, e spesso anche di acqua potabile, ininterrottamente esposti a situazioni di disagio, abusi fisici e psicologici, violenza e marginalità sociale. Senza considerare i vari casi di incendio, doloso o colposo, che si stanno verificando a causa delle condizioni precarie che vigono all’interno del Centro. I bambini in particolare presentano sintomi preoccupanti, poiché ai traumi dei conflitti da cui provengono si somma la disperazione: alcuni smettono di parlare o di mangiare, altri di giocare. Altri ancora compiono gesti di autolesionismo. Numerosi sono i casi di suicidio o tentato suicidio. Senza menzionare tutte le forme di violenza fisica e psicologica che subiscono da parte delle ‘autorità’ che vigilano all’interno del Centro. Non raramente i minori e le ragazze non escono di notte per paura di subire stupri da parte dei vigilanti. Qualche mese fa, una bambina di 3 anni è stata violentata e uccisa di notte, nei pressi dei bagni. Di fronte a questo, come Associazione ci siamo chiesti: perché non ridisegnare l’iniziativa dei Corridoi Umanitari intorno all’obiettivo di portare i minori non accompagnati fuori dagli hotspot greci e farli arrivare in sicurezza in Italia? Sant’Egidio ci ha prontamente risposto che… lo stavano giusto facendo! A settembre hanno siglato il Protocollo d’Intesa con il Ministero degli Interni e, a partire dal dicembre scorso, è partita l’organizzazione dei Corridoi (in realtà, tecnicamente, si tratta di ‘ricollocamenti’, dato che i ragazzi sono già su suolo europeo) in cui, per la prima volta, sono inclusi dei minori stranieri non accompagnati. Come Associazione ci stiamo, dunque, adoperando per identificare istituzioni comunali che siano disposte a farsi carico dell’accoglienza di questi ragazzi in quanto, essendo minorenni, sono soggetti al sistema istituzionale di accoglienza che prevedere che siano seguiti dai servizi sociali e, appunto, da un tutore legale. Alcuni Comuni toscani ci stanno già esprimendo la loro disponibilità, per esempio il Comune di Livorno che ha appena firmato il progetto, mentre il Tribunale per i Minorenni di Firenze, organo competente sul territorio per la tutela dei diritti dei minori, ha formalizzato il suo supporto all’iniziativa.  Non appena i ragazzi raggiungeranno i Comuni che vorranno accoglierli, noi o altri colleghi tutori volontari verremo nominati, appunto, loro tutori come previsto dalla legislazione nazionale, e ci impegneremo non solo nella loro rappresentanza legale, ma anche nell’affiancarli e sostenerli nel loro percorso di inserimento e integrazione».

Minori stranieri non accompagnati – dati Febbraio 2021. Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.


L’esperienza dell’Associazione dei Tutori Volontari della Basilicata
In Italia ci sono numerose associazioni nate intorno alla figura del tutore volontario. Potremmo citare il progetto Vesta in Emilia Romagna, o l’Associazione in Piemonte: tutti i progetti, con un numero maggiore o minore di attività, hanno una forte valenza sociale e sono degni di grande rispetto. Ovviamente non potevamo inserirli tutti. Quindi, dopo la Toscana, abbiamo guardato verso Sud, e abbiamo scelto la Basilicata, una regione abbastanza trascurata anche dai media nazionali. L’attuale vice-presidente dell’Associazione lucana, (ex-presidentessa) Antonietta Bellettieri, risponde ai nostri quesiti.

Su quali presupposti nasce l’Associazione dei Tutori Volontari della regione Basilicata?
Antonietta Bellettieri
: «L’associazione nasce il 9 aprile 2018, ma io ho frequentato il corso nel 2017. Nell’arco di un anno ci siamo resi conto che c’erano molti problemi che giravano intorno ai minori, soprattutto nelle comunità di accoglienza. L’Associazione dei tutori nasce quindi per dar voce alla figura nell’interesse del minore. Uno dei problemi principali erano i documenti riguardanti i minori, difficoltosi da ottenere».

Quanti sono i tutori in Basilicata e quanti i minori seguiti?
A.B.
: «Dal 2017 a oggi in Basilicata sono stati attuati tre corsi per tutori, con circa 70 persone, che però non tutte sono iscritte all’Albo – pratica necessaria per rivestire questo ruolo a tutti gli effetti. Per quanto riguarda il numero dei minori, non saprei esattamente, perché sono state chiuse diverse strutture e, quindi, a Potenza i minori non arrivano più. Io stessa non ho più un affidamento da tempo».

Quali attività svolge abitualmente l’Associazione?
A.B.: «L’associazione cerca l’inclusione nella società locale e in quella italiana, che consenta ai minori di vivere una vita dignitosa e serena. Promuove seminari di sensibilizzazione per diffondere a livello locale la conoscenza e i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Poi organizza incontri nelle scuole per avvicinare gli studenti alle tematiche inerenti e crea sinergie tra tutori e strutture ospitanti. L’Associazione ha inoltre siglato numerosi protocolli d’intesa con il Garante regionale della Calabria, e sta collaborando al progetto FAMI (Fondo-Asilo-Migrazione-e-Integrazione). Attraverso il FAMI è stato aperto uno sportello Info per tutti i problemi che possiamo incontrare tra tutori, comunità e minori. Infine ci siamo iscritti come Associazione al registro regionale delle associazioni, il che ci permette di realizzare progetti a più ampio raggio, andando oltre la Basilicata».

Lo sportello di informazioni della città metropolitana di Torino
Tra i servizi utili ai tutori volontari o agli aspiranti tali, in diverse città d’Italia sono stati aperti degli sportelli di informazioni. Torino è tra queste città, ma essendo lo sportello aperto da soli due mesi, il responsabile Giorgio Gianre, dell’Ufficio Welfare-Pubblica Tutela e rapporti con l’Autorità Giudiziaria Città metropolitana di Torino, non ha potuto fornire i dati che avevamo richiesto, perché ancora non sufficienti alle statistiche. Lo richiameremo tra qualche mese, sperando che moltissimi piemontesi abbiano nel frattempo intrapreso il percorso per diventare tutori volontari (http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/politiche-sociali/tutela-minori-stranieri-non-accompagnati).

Minori stranieri non accompagnati (sesso femminile) – dati Febbraio 2021. Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

I minori stranieri non accompagnati
Per quanto riguarda i minori, abbiamo deciso di interpellare alcuni di loro che ricevono accoglienza attraverso Oxfam. Ma quando chiedi qualcosa delle loro opinioni tendono sempre a ritrarsi, per timidezza o per timore, forse, di non essere creduti del tutto. Gli ultimi arrivati, poi, che non parlano l’italiano, soprattutto ridono su semplicissime domande che non comprendono. Capita per esempio che ogni volta che chiedi come va, rispondano tutto bene, ma mica è sempre vero, anzi! Certo, uno degli ostacoli può essere la lingua e la difficoltà di poter raccontare qualcosa di più complesso, ma non è solo questo. Molto più spesso c’è la tendenza a tenere per sé la storia personale, anche se il tutore la conosce nei dettagli dal fascicolo dei documenti del minore, che gli viene fornito al momento della nomina. È necessaria molta sensibilità per entrare in contatto cuore a cuore con ragazzi e ragazze che, fino a poco prima di arrivare in Europa (e in Italia), hanno vissuto una vita totalmente diversa dalla nostra, negli usi e nei costumi. La maggior parte, specialmente gli africani, arrivano da minuscoli villaggi, dove trascorrevano un’esistenza di cui non conosciamo neanche un dettaglio: ad esempio, cosa mangiavano a pranzo, sempre che lo avessero regolarmente disponibile? Certamente non gli spaghetti alla carbonara o le trenette al pesto! E altrettanto sappiamo poco di coloro che arrivano dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dal Pakistan – nulla sulle loro vite private.

Una volta, con leggerezza, ma senza malizia, a un minore africano con cui viaggiavo in auto lungo il bellissimo litorale livornese, senza riflettere, ho chiesto se gli piacesse il mare. Era una giornata tiepida e piena di sole, che invitava a passeggiare rilassati in spiaggia. Mi rispose molto concisamente: «No». Scelsi anche di insistere chiedendo spiegazioni, mentre lui scuoteva la testa. Il discorso finì lì. Almeno finché realizzai che la maggior parte degli africani subsahariani non ha mai visto il mare prima di salire sul barcone che dalla Libia li traghetta, fortunosamente, a Lampedusa.

Non è nostra intenzione sfruttare le storie personali di questi ragazzi, su cui già Internet si scatena. Perché questa scelta? I racconti che i minori riportano indicano situazioni che ‘noi’, cittadini dei Paesi più ricchi – e fortunati di avere il cibo e un tetto sopra la testa – facciamo fatica a rappresentarci anche nella fantasia. Immaginatevi, quindi, di dover improvvisamente fuggire dalla vostra casa e dalla vostra città. Senza retorica: chiudete gli occhi e date sfogo alla vostra fantasia. La causa della vostra fuga potrà essere legata all’economia, come a un cataclisma oppure a una guerra o a un’epidemia: quanto desiderio avreste di raccontare le vostre tribolazioni o le violenze subite? Abbiamo udito di minori braccati da milizie armate per essere arruolati forzatamente come bambini-soldato, oppure arrivati in Europa aggrappati ai telai dei camion per migliaia di chilometri. Chi passa dalla Libia è risaputo che subisca violenze, talvolta perdendo la vita, ma anche i responsabili dei campi profughi in Grecia o le forze dell’ordine delle nazioni balcaniche sono colpevoli di terribili violazioni. Non c’è necessità, quindi, di far rivivere – neanche per banali episodi – percorsi dolorosi, che loro, i minori soli (ma anche i maggiorenni) vogliono scrollarsi di dosso.

Meglio forse raccontare qualcosa del loro presente, che sicuramente li trova più sereni e a loro agio.

M. Neomaggiorenne albanese, in Italia immaginava una vita migliore rispetto a quella in Albania e una scuola che gli sarebbe servita per il futuro. Adesso frequenta un corso di due anni di termoidraulica e vorrebbe lavorare in questo settore. Pensa che la figura del tutore volontario sia molto importante per il suo percorso di crescita.

N. È arrivato dall’Egitto con il desiderio di trovare un lavoro e aiutare la famiglia. Ha scoperto di avere una tutrice dagli operatori di Oxfam, con la quale non ha nessuna difficoltà di rapporto. Da poco maggiorenne sta frequentando la scuola di Italiano e spera di lavorare come meccanico, ma inizierà un corso breve per pizzaiolo perché, attualmente, non esistono corsi adatti a ciò che vorrebbe fare. Comunque anche l’ambito della ristorazione non gli dispiace. N. è un ragazzo molto educato, tranquillo e piuttosto timido.

B. Arriva dall’Afghanistan. Ha 18 anni e, mentre stava frequentando la scuola di italiano ed era interessato a lavorare nell’ambito della ristorazione come aiuto cuoco o in un panificio, improvvisamente ha deciso di lasciare il progetto: «Non sapevo che mi sarei fermato in Italia», racconta.

A. Sudanese di 17 anni riferisce che da quando è arrivato in Italia finalmente ha ricominciato a mangiare e a dormire regolarmente. Prima era terrorizzato sia da quello che succedeva nel suo Paese (dove è in corso una guerra civile dal 2003, n.d.g.) sia, in seguito, dal suo passaggio in Libia. Da pochi mesi nel nostro Paese, sta frequentando la scuola di italiano e sorride sempre.

In Italia, a fine febbraio 2021 (fonte ministeriale), sono presenti e censiti 6.632 minori non accompagnati, di cui 6.414 ragazzi e 218 ragazze. Nel 2020 le nazionalità di arrivo sono cambiate drasticamente – come aveva anticipato Luciano Trovato – Presidente del Tribunale dei Minorenni di Firenze. Se le statistiche a dicembre 2019 riportavano i numeri maggiori per Albania, Egitto e Pakistan (Tunisia al settimo posto), attualmente in testa alla classifica presiedono Bangladesh e Tunisia. Nel 2020 i tunisini (minorenni e maggiorenni) sono stati il 42% degli arrivi totali in Italia.

Minori stranieri non accompagnati (entrambi i sessi) – dati Febbraio 2021. Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

I tutori volontari
Come specifica l’appellativo, il tutore volontario è una persona maggiorenne che volontariamente decide di intraprendere il percorso di sostegno sociale verso uno o più minori, facendo opportuna domanda e seguendo un corso istituito appositamente dall’Autorità Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza regionale – corso che tratta soprattutto di legislazione sui flussi migratori e, in specifico dei diritti dei minori stranieri non accompagnati – per poi essere inserito in un registro regionale dei tutori presso il Tribunale per i Minorenni di riferimento, pronto a prendere in carico fino a un massimo di tre minori.   

Dal secondo Rapporto di monitoraggio sul sistema della tutela volontaria, pubblicato dall’Autorità Garante nazionale e riferito al 30 giugno 2019 sono emersi i seguenti dati: “Sono 2.960 gli aspiranti tutori volontari che risultano iscritti negli elenchi istituiti presso i tribunali per i minorenni al 30 giugno 2019. Tre tutori volontari su quattro sono donne (queste ultime toccano il 91% al Tribunale di Taranto). Il 63,1% dei tutori volontari ha età maggiore di 45 anni, con un picco del 40% nella fascia 46-60 anni. La maggior parte degli aspiranti tutori volontari (78,2%) è occupata, i pensionati rappresentano il 10,8% del totale. Per lo più svolgono o hanno svolto una professione intellettuale o scientifica (53,2%), tecnica (16,9%), esecutiva nel lavoro d’ufficio (11,9%) o qualificata nei servizi o nel commercio (10,4%). È laureato il 79,5%, mentre il 19,5% è in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore” (l’unico rapporto quantitativo minori/tutori pubblicato da AGIA risale a settembre 2019 – n.d.g.).

Nel 2020, la pandemia ha bloccato tutti i corsi di formazione e, quindi, nuovi abbinamenti per mancanza di tutori, mentre i minori arrivati rimangono nei centri di accoglienza, in attesa che la burocrazia riprenda il cammino, insieme a coloro a cui ancora non era stato assegnato un tutore. Se i minori attuali presenti in Italia sono 6.632 e i tutori poco meno di 3.000 allora, seppur in presenza di tutori con abbinamenti plurimi (ma, d’altro canto, di regioni come la Basilicata dove non arrivano più minori da tempo, come specificato da Antonietta Bellettieri), quanti minori si ritrovano ‘parcheggiati da qualche parte’ senza la tutela sociale promessa per legge, entro tre giorni dall’arrivo sul suolo italiano? La macchina burocratica dell’accoglienza appare come un lento pachiderma assonnato. È anche questo il motivo per cui, secondo un rapporto europeo, “ogni giorno 28 minorenni non accompagnati semplicemente ‘scompaiono’ a causa di un sistema inefficace e inadeguato”, fuggendo dai Centri e finendo per strada, dove sono maggiormente a rischio di violenze e abusi. A ragion veduta si fondano associazioni di tutori volontari, un po’ ovunque in Italia.

Perciò anche ai tutori abbiamo posto alcune domande, le quali risposte raccontassero qualche dettaglio delle loro esperienze. Curioso riscontrare che la maggioranza dei tutori – tre su quattro – siano donne e, viceversa, il 96,7% dei minori non accompagnati siano maschi.

Lei è tutrice volontaria: come è venuta a conoscenza di questa nuova figura legale per la tutela dei minori stranieri non accompagnati? Qual è stato il suo percorso per essere riconosciuta in questo ruolo?
L.N. (Firenze): «Qualche anno fa un’amica mi parlò della possibilità di prendere parte a un corso che mi avrebbe preparata al ruolo di tutore volontario per minori non accompagnati; quindi formulai la domanda sul territorio dove vivo, Firenze, e in seguito fui contattata per prendere parte a degli incontri durante i quali ci fu spiegato quello che sarebbe dovuto essere il nostro ruolo. Dopo qualche tempo fui contattata nuovamente per un’altra giornata da condividere con ragazzi e operatori di centri di accoglienza della mia città e, in quella occasione, diedi la mia disponibilità definitiva. A breve fui invitata a fare il giuramento presso il Tribunale per i minori».

R.Z. (Pisa): «Vidi, non ricordo su quale canale televisivo, che era stato pubblicato il bando per candidarsi. Era il periodo in cui la guerra in Siria era ancora in una fase intensa. Non riuscivo a ignorare quello che stava succedendo, ma non capivo cosa poter fare da qui. Volevo impegnarmi personalmente, non inviare semplicemente del denaro. Insomma, vidi il bando e mi candidai subito, quasi senza pensarci. La domanda la inviai ad aprile 2018, dopo qualche mese fui invitata a frequentare un corso di formazione di tre giorni a Lucca. Chiesi immediatamente le ferie al lavoro e ci andai. Una volta concluso il corso e superato l’esame (abbastanza basico), il Garante ci chiese di confermare la volontà di essere inseriti nelle liste del Tribunale per i Minorenni di Firenze e, qualche mese dopo (a ottobre 2018), mi fu chiesto se volevo accettare la mia prima nomina».

L.P. (Firenze): «Ne sono venuta a conoscenza tramite stampa e social. Dopo anni di volontariato in carcere sentivo la necessità di continuare la mia attività ma, al contempo, di diversificare il mio impegno. Ho inviato la domanda di adesione con il mio curriculum e sono stata chiamata a frequentare il primo corso di formazione che si è svolto in Toscana, a Firenze, nel 2017. Il corso di formazione di quattro giornate piene è stato impegnativo e molto utile. Al termine siamo stati sottoposti a una verifica che ha dichiarato la nostra idoneità. I nominativi sono stati inoltrati al Tribunale per i Minori che ci ha inserito nell’elenco dei tutori volontari MSNA disponibili. È stato poi il Tribunale a chiamarci proponendoci l’affidamento di uno o più minori. Per legge non possiamo avere più di tre minori assegnati».

A.C.M. (Cagliari): «Sono attualmente iscritta nel registro dei Tutori volontari del Tribunale dei Minori di Cagliari, dopo aver seguito il corso di formazione per tutori organizzata dall’allora Garante Nazionale dott.ssa Alfano nel novembre 2017 (la Garante Regionale venne nominata nel dicembre 2017). A quella edizione del corso partecipò circa un centinaio di persone e, dopo il superamento di un esame, circa 70 di loro diedero l’adesione per l’iscrizione presso il TM di Cagliari. Dopo quella prima edizione, furono organizzate altre edizioni per integrare i registri dei tutori in tutta la Sardegna. Le nomine e gli abbinamenti con i minori stranieri non sono state poi immediate: le prime nomine, tra cui la mia, da parte del Tribunale dei Minori di Cagliari sono state nell’agosto 2018. Il rapporto tra i vari soggetti coinvolti è continuo e costante. A titolo di esempio, a partire dal 2020 sono in corso le azioni previste nel Piano Operativo Locale finalizzate alla formazione e aggiornamento dei Tutori iscritti negli elenchi dei Tribunali per i Minorenni della Sardegna: nell’ambito del progetto FAMI e dell’Accordo AGIA e Garante Regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza per il “Monitoraggio della tutela volontaria per minori stranieri non accompagnati in attuazione dell’art. 11, legge n. 47/2017”, si tengono periodici incontri di formazione e di confronto, prima in presenza e ora online, sulle varie tematiche inerenti la tutela dei minori stranieri. La rete tra tutrici e tutori, Garante regionale e Tribunali dei minori è fondamentale per far fronte anche alle situazioni emergenziali come ad esempio lo sbarco dei minori non accompagnati a bordo della Alan Kurdi, attraccata nel porto di Olbia lo scorso settembre».  

Quanti minori ha in tutela? Di quale nazionalità?
L.N.: «Ho avuto in tutela un ragazzo proveniente dall’Albania, che lo scorso anno ha compiuto la maggiore età. Grazie alla sua buona condotta, con la struttura dove viveva, abbiamo presentato domanda al Tribunale per i minorenni per il prolungamento fino ai 21 anni, in quanto aveva intrapreso dei percorsi formativi che sarebbe stato ottimale potesse portare a termine. Una volta raggiunta la maggiore età, questi giovani sono esclusi dal programma e devono lasciare la struttura di accoglienza, se non hanno un percorso di formazione professionale. Il tribunale si è espresso con parere favorevole dando come termine giugno 2021. Nel mese di maggio del 2020 mi è stato chiesto se volessi prendere l’incarico per un altro ragazzo: tra breve inizierò un nuovo percorso».

R.Z.: «Attualmente ho in tutela due minorenni (un egiziano e un bengalese), e continuo a seguire gli altri ragazzi che ho avuto in tutela e che, nel frattempo, sono diventati maggiorenni: un marocchino, un egiziano e un senegalese».

L.P.: «Attualmente ho la tutela di una ragazzina di 16 anni. La mia tutela è iniziata un anno fa. N. ha una storia particolare. È arrivata in Italia quando aveva 8 anni, dal Kenya, Nairobi, insieme alla mamma – con la quale ha vissuto prima in una casa e poi in Comunità, per circa due anni. Poi, a causa della fragilità della mamma, è stata inserita in una Casa famiglia per minori dove attualmente vive. Sono stata nominata sua tutrice quando il Tribunale ha reputato necessario sospendere la genitorialità della mamma in quanto irreperibile e discontinua nel rapporto con la figlia. La mamma di N. è comunque presente sul territorio e continua a mantenere il rapporto con la figlia e il loro legame è molto forte. N. ha comunque accettato il mio ruolo con disponibilità avendo chiaro che non c’era nessuna volontà di sostituire la figura materna ma che le veniva affiancata una persona con il compito di essere un punto di riferimento a tutela dei suoi diritti e del suo benessere. Il mio rapporto con N. è positivo e tranquillo. Lei sa che ci sono e che ci sono per aiutarla. Con N. non ho avuto particolari problemi, è una ragazzina che ha studiato in Italia, continua a studiare, ha amici e le educatrici della comunità dove risiede sono attente e affettuose. N. cresce bene pur portandosi sulle spalle le ovvie difficoltà. Prima di N., ho avuto l’affidamento di un ragazzino del Gambia, arrivato in Italia dopo il classico drammatico viaggio attraverso la Libia e poi con i barconi. M., a differenza di N., è un ragazzo completamente solo, vittima di violenza da parte del clan del villaggio di appartenenza e probabilmente di abusi durante la sua permanenza in Libia. I primi mesi sono stati molto complessi, non parlava né italiano né inglese e comunicavamo con disegnini su un quaderno. M. non è mai andato a scuola e la sua cultura sono le poche nozioni apprese nel villaggio. È arrivato in Italia con il sogno di fare il calciatore senza altre esperienze lavorative che quelle fatte nei campi del suo villaggio. L’inserimento in una scuola per imparare l’italiano è stato complesso e con molte difficoltà. M. non era in grado di seguire i corsi e spesso ha rifiutato di andarci. Anche la sua fede religiosa, inizialmente, ha reso il rapporto non semplice. Abbiamo ritenuto utile farlo affiancare da una psicologa ma M. ha smesso di andarci preferendo affidarsi a riti e preghiere della sua cultura. Ora M. ha 20 anni e ha deciso, nonostante avessimo ottenuto per lui il prosieguo amministrativo fino ai 21, di seguire la sua strada, non rendendosi più disponibile a seguire i consigli degli educatori e miei. La difficoltà della figura del tutore volontario non è tanto nel rapporto con i minori che, pur essendo adolescenti con problematiche pesanti, capiscono subito il nostro ruolo e, pur con momenti di contrasto, si affidano e si appoggiano a noi. La difficoltà è invece nel far accettare la figura del tutore alle varie figure preposte – dai servizi sociali alle Comunità, dagli Uffici comunali alla Questura, dalle scuole ai centri di formazione professionale. Il nostro punto di appoggio è il Tribunale per i Minori di Firenze, che è molto impegnato su questo tema e ci sostiene e ci aiuta».

Che rapporto ha con lui/lei? Ci sono difficoltà di lingua, di usi e costumi, ivi compresa la fede religiosa?
L.N.: «Fin da subito abbiamo socializzato bene, anche se in quasi tutti i nostri incontri dovevo farmi aiutare da altri ragazzi albanesi che vivevano nel nostro Paese da più tempo. Certo la lingua è stata un ostacolo iniziale, che abbiamo superato con tanti gesti, sorrisi, la mimica… Non ci sono state difficoltà in altri ambiti, neppure in quello religioso perché pur essendo il ragazzo di credenza musulmana, viveva in una struttura cattolica e trovava in me un’altra filosofia, quella buddhista, pertanto abbiamo imparato a confrontarci con estremo rispetto. Comunque, per me la cosa importante era avere la sua fiducia in modo da poter creare un rapporto vero. Tutto è scattato quando, non so come, ha saputo che non ricevevo nessun contributo per il mio ruolo. Questa era una cosa che davo per scontato che lui sapesse, ma non era così. Da quel momento ha cominciato a fidarsi così tanto da confidarmi cose importanti, mentre normalmente i ragazzi sono prevenuti perché i più grandi istruiscono i nuovi arrivati, che giungono in Italia quasi tutti volontariamente, e qualche volta con l’aiuto delle famiglie che li accompagnano di persona fino al confine».

R.Z.: «Di tutte le difficoltà che sperimento nello svolgimento di questo ruolo, nessuna è relativa al rapporto con i ragazzi. Neanche la lingua è un problema. Quando non parlano, in qualche modo ci capiamo, poi col tempo diventano sempre più bravi in italiano e, quindi, quel fronte è sicuramente poco problematico. Per loro la fede religiosa è un riferimento forte, in alcuni casi anche di più (uno dei ragazzi ha frequentato la scuola coranica, quindi è molto ‘settato’ sulle regole e i precetti musulmani), in altri meno; per la maggior parte di loro è semplicemente parte della loro cultura. Non appena arrivano a capire l’italiano abbastanza bene, comunque, ci tengo sempre a condividere con loro che anche noi italiani, francesi, inglesi, insomma, gli europei e gli occidentali in generale, crediamo fortemente in qualcosa, che non chiamiamo Dio né Allah, ma chiamiamo la libertà delle persone di essere se stesse, di essere rispettate per la loro fede e cultura, qualsiasi essa sia, e di non essere mai discriminate per colore della pelle, religione, provenienza geografica, sesso o orientamento sessuale. Su questo, come occidentali, non accettiamo compromessi. Ci tengo che lo comprendano, e… devo dire che ne sono, prima, perplessi, poi incuriositi: fanno domande per cercare di ‘incastrare’ il concetto nei loro schemi, e alla fine lo prendono per buono. Guardandoci sempre con uno sguardo tra la curiosità, la sensazione che è un qualcosa di importante, e la consapevolezza che è grazie a questo nostro ‘credo’ laico che noi tutti, tutori e italiani in generale, li accogliamo e facciamo per loro tutto ciò che facciamo. Quando arriviamo a parlare di questi argomenti, è un momento molto intenso. Gli dico, per fargli capire: “Quando la signora del Tribunale mi ha chiamato per chiedere se volevo essere la tua tutrice, non ho chiesto ‘da dove viene questo ragazzo’? Di che religione è? Di che colore ha la pelle. Ho detto sì e basta. Senza sapere nulla di te. Perché sei una persona che ha bisogno di aiuto e questo è l’unica cosa che è importante”. Si sentono accettati e ben voluti, e questo è fondante nel rapporto. Sanno che qualsiasi cosa io faccia o dica, è per il loro bene. …e così, anche quando li rimprovero, sono contenti: sentono che ‘mi importa di loro».

A.C.M.: «Dall’agosto 2018 ho preso in carico la tutela di un ragazzo della Guinea, arrivato in Italia nel marzo 2017, all’età di 15 anni. Quando ci siamo incontrati, il ragazzo aveva già trascorso un anno presso una comunità ed aveva frequentato un corso di lingua italiana, raggiungendo un buon livello di conoscenza. L’ho seguito sia da un punto di vista della individuazione della migliore soluzione per la comunità di accoglienza, sia per gli studi o per le attività extrascolastiche, sia per aspetti di salute o per i documenti di identità e permesso di soggiorno. Abbiamo trascorso sempre insieme le feste, le occasioni familiari, alcune giornate di vacanza, integrando e rispettando senza alcun problema le esigenze del ragazzo, di religione musulmana. Alcuni mesi fa il ragazzo è diventato maggiorenne, concludendo formalmente la mia nomina di tutrice. Non si è però concluso il nostro rapporto, la mia presenza ed il mio sostegno: lo seguo nel suo percorso di studi, mi relaziono con la tutor del corso di termoidraulica che sta frequentando, ho presentato domanda di prosieguo amministrativo fino al 21° anno di età, richiesta che è stata accolta dal TM. Inoltre, all’interno di un programma di integrazione regionale denominato “Prendere il volo”, è stato presentato un progetto che lo seguirà e lo affiancherà per i prossimi tre anni, accompagnandolo fino ad una completa autonomia».

Minori stranieri non accompagnati (entrambi i sessi) – dati Febbraio 2021. Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.


Una storia diversa
A chiusura di questo nostro viaggio nel mondo dei minori stranieri non accompagnati e dei tutori volontari, abbiamo deciso di onorare la memoria di Abou Dakite, ricordando la tragica vicenda che si è conclusa con la sua scomparsa. Una storia grottesca e incredibile svoltasi pochi mesi fa a Palermo, per cause ancora tutte da verificare.

La tutrice del minore, Alessandra Puccio, è reduce da quella dolorosa vicenda – giunta alle cronache mediatiche nazionali – ovvero il decesso del minore ivoriano ospite in una delle navi quarantena affittate dal Ministero dell’Interno e gestite, per la parte sanitaria, dalla Croce Rossa Italiana. Abou Dakite era già arrivato in Italia in precario stato di salute e con segni di torture subite in Libia ma era stato trasportato infine in ospedale, a Palermo, solo dopo 10 giorni in mare a bordo della nave quarantena Allegra, in assenza di cure specifiche. Una situazione grave che non è riuscito a superare. Il minore infatti è deceduto in ospedale il 5 ottobre 2020.

La sua esperienza come tutrice di Abou Dakite, è stata particolarmente triste, ma anche molto importante dal punto di vista della valenza del ruolo del tutore volontario per ripristinare la giustizia e la verità sulla morte del minore ivoriano. Può esprimere le sue considerazioni in proposito?
Alessandra Puccio: «Difendere i diritti dei minori stranieri è il compito dei tutori volontari – genitorialità sociale. Pensiamo all’ingiustizia vissuta da un giovane di 15 anni di cui mai conosceremo il sorriso, i desideri, i sogni. Perché? Come è stato possibile questo? Sono tutore volontaria da giugno 2017. Palermo ha anticipato la legge Zampa promuovendo questa importante figura già nell’ottobre 2016, data in cui fu proposto per la prima volta il bando per tutore volontario, a cui partecipai. Così a giugno 2017, quando la legge Zampa è stata promulgata, a Palermo c’erano già 90 tutori volontari selezionati e formati per svolgere questo ruolo. A oggi ho avuto in tutela due ragazzi senegalesi. Keba, che oggi ha 21 anni ed è ancora ospite in comunità e studia, e Souleman che oggi ha 17 anni ed è scappato in Francia. E un giovane tunisino, Didor, che oggi ha 19 anni ed è ancora in comunità e studia».

Quanti minori ha in tutela attualmente e di quale nazionalità?
A.P.: «Due ragazzi, uno di 11 e uno di 13 anni, entrambi di nazionalità afghana».

Quali difficoltà, se ne ha avute, ha riscontrato nel rapporto con i minori che le sono stati affidati?
A.P.: «I ragazzi sono in una comunità a 20 chilometri dalla mia città. Quando il tribunale me li ha affidati – a dicembre 2020 – avevano tentato già due volte di scappare. Gli afghani scappano dal loro Paese in guerra da 40 anni con l’intento di raggiungere nazioni che hanno delle leggi di accoglienza – per rifugiati provenienti da Paesi in guerra – molto evolute, come la Germania o la Gran Bretagna. Quando ho conosciuto Qadim e Ibrahim, parlavano solo afghano ed era molto difficile trovare un mediatore di lingua Pashtun. Per fortuna la rete di amici stranieri mi ha aiutata a rintracciare una persona afghana che vive a Palermo, la quale mi ha aiutata tantissimo. Oggi studiano l’italiano, mentre attendono che proceda il percorso di ricongiungimento con un loro parente che si trova in Inghilterra e hanno rinunciato a scappare. Non ho mai avuto alcuna difficoltà dovuta alla differenza culturale o religiosa».

La vicenda di Abou Dakite
Per chiarire meglio alcuni tratti della vicenda di Abou Dakite, credendoli doverosi, abbiamo parlato al telefono con Michele Calantropo – avvocato palermitano componente della Commissione diritti umani della Federazione degli avvocati d’Europa – legale difensore del minore ivoriano scomparso, a fianco della ex-tutrice Alessandra Puccio. Calantropo si è reso disponibile a dare ragguagli precisi oltre a esprimere alcune sue considerazioni.

Michele Calantropo: «Sulla drammatica vicenda è in corso un’indagine della magistratura. Il capo di imputazione – per omicidio colposo o altre tipologie di reati – viene sempre sottoposto dalla funzione del PM, che eserciterà la funzione penale laddove, a seguito della consulenza autoptica che è stata predisposta, possano essere riscontrate delle manchevolezze da parte di chi doveva vigilare e non lo ha fatto. Paralleamente – con la signora Puccio – abbiamo presentato una denuncia per evitare che una triste storia come questa accada di nuovo. Una cosa che abbiamo constatato è che a bordo delle navi quarantena c’erano dei minori non accompagnati che nemmeno erano stati segnalati al Tribunale per i Minorenni. Questa è una cosa veramente grave. Il povero Abou ha avuto come tutore Alessandra Puccio solo dopo che era già stato ricoverato in ospedale. È stato proprio l’ospedale ad accorgersi che non c’era nessun tutore nominato, e questo fatto è qualcosa di ‘patologico’ già sotto l’aspetto tecnico-giuridico, quindi immaginiamo quello che possa essere successo dopo. Noi stiamo cercando anche le cause del decesso, che risulteranno dall’esame autoptico, per poi capire cosa dovrà essere fatto. Stiamo attendendo ancora il referto, poiché il consulente nominato dalla Procura ha chiesto un allungamento dei termini, e la relazione non è ancora stato depositata. Il fatto che ai minori non accompagnati presenti sulla nave non fossero già stati abbinati dei tutori è per noi un fatto grave. Magari, avrebbero potuto salire a bordo prima per capire cosa stava succedendo. Quindi la situazione di Abou poteva volgere in altra maniera. Di certo c’è che il ragazzo era già in stato di shock mentre era a bordo e nessuno se n’è accorto. Tra l’altro, ci sono delle tabelle ministeriali che prevedono un medico ogni tot numero di potenziali malati, e se è vero che sulle navi non sono tutti malati, è altrettanto vero che queste persone non sono a bordo per una gita di piacere. Arrivano, al contrario, da situazioni di privazioni, di condizioni igienico-sanitarie precarissime, quindi sono tutte persone che potenzialmente non stanno bene. Se a bordo ci mettiamo un solo medico per 700/800 persone non so come si possa fare a gestire la situazione sanitaria – al di là delle responsabilità, su cui non sono in grado di poter entrare. Oltretutto ritengo che, a bordo di queste navi, non possano essere inseriti medici freschi di laurea, bensì professionisti di lunga esperienza, proprio perché i casi possono essere particolari, oltre a dover considerare il problema linguistico. L’idea è quella di poter incidere effettivamente – attraverso la denuncia – e, al di là delle vulgate xenofobe tanto care a certi soggetti politici, constatare quali sono i veri problemi».

http://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/immigrazione/focus-on/minori-stranieri/Documents/Report-MSNA-mese-febbraio-2021.pdf

https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/promoting-our-european-way-life/new-pact-migration-and-asylum_ithttps://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/protection-beyond-reach.pdf

Sabato, 20 marzo 2021 – N° 8/2021

In copertina : Minori non accompagnati a bordo di nave quarantena. Foto ©Laura Sestini (tutti i diritti riservati).












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