martedì, Settembre 27, 2022

Italia, Politica

La ‘Questione meridionale’ non finisce mai

L’Italia divisa tra Nord e Sud

di Elio Sgandurra

Come avviene ogni anno, il giornale ‘Italia Oggi’ ha pubblicato i risultati di una ricerca – compiuta con l’ausilio dell’Università Sapienza di Roma – sulla qualità della vita nelle province italiane. I parametri sono il reddito, il lavoro, l’ambiente, la sicurezza, l’istruzione, il sistema salute. Insieme ad altre voci minori, risulta un quadro statistico su come vivono gli Italiani.

Prima in classifica è la provincia di Parma e le successive 14 si trovano a Nord e al Centro del Paese: Trento e Bolzano occupano il secondo e il terzo posto; seguono Bologna, Milano, Firenze, Trieste, Padova, Treviso – Siena al dodicesimo – e così via, tutte tra le prime 50 situate nel centro-nord dello Stivale. Seguono le province del Sud e delle isole: il fanalino di coda è Crotone preceduta da Napoli, Foggia, Siracusa e salendo ancora, Taranto, Palermo, Messina, novantottesima sul totale di 107.

L’Italia dunque continua a rimanere socialmente spaccata in due parti, quella più produttiva e avanzata e l’altra – il Mezzogiorno – la meno toccata dal benessere. I dati ufficiali dell’ISTAT sul reddito pro capite degli italiani confermano questo divario: a Nord è di 22 mila Euro; al Centro 19.500; al Sud di 13.700. Il livello massimo spetta alla provincia autonoma di Bolzano con 25 mila Euro e il minimo alla Calabria con 12.700.

I conti economici rispecchiano un’arretratezza generale già esistente all’inizio dell’Unità d’Italia. La miseria, già presente in precedenza, non è mai stata eliminata dai governi della Nazione. All’inizio i Piemontesi trattarono il Sud alla stregua di una colonia con le barriere doganali che favorivano l’economia industriale del Nord e soffocavano le esportazioni dal meridione – soprattutto di prodotti dell’agricoltura – e non impedivano l’estendersi dei latifondi, dando spazio agli agrari che sfruttavano il bracciantato.

In seguito nel tentativo di porre dei rimedi, i vari governi hanno varato commissioni di inchiesta a decine sulla “Questione meridionale”. Dopo l’ultima guerra è nata la Cassa per il Mezzogiorno che ha elargito miliardi e miliardi di lire per la rinascita di questa parte dell’Italia. Ma quel denaro si è disperso in opere inutili, in “cattedrali nel deserto”, nelle tasche delle famiglie potenti, nella corruzione dei dipendenti pubblici, senza porre le basi per un vero sviluppo. E così le infrastrutture – strade, ferrovie, ospedali, scuole, asili – restano insufficienti o si trovano in condizioni da Terzo Mondo. E’ cresciuta soltanto l’edilizia speculativa che ha rovinato tante belle città.

Ma attribuire la colpa di tutto questo soltanto al Nord è antistorico. Ci sono stati capi di governo provenienti dalla Sicilia, come ad esempio Francesco Crispi e Antonio Starabba, marchese di Rudinì. Il primo si occupò della guerra di Abissinia – in cui l’Italia venne sconfitta – di favorire i potenti dell’isola e gli intrallazzi monetari che portarono allo scandalo della Banca Romana.

Il secondo, da ricordare per aver mandato a Milano nel maggio del 1898 il generale Bava Beccaris per sedare a cannonate le proteste operaie. Starabba era un grande latifondista reazionario. Quando da Roma doveva recarsi a Pachino – in provincia di Siracusa – soleva dire agli amici: “Vado in Sicilia per controllare i miei selvaggi”.

Anche nell’Italia repubblicana ci sono stati presidenti del Consiglio meridionali e tanti ministri, quasi tutti democristiani. Per esempio Mario Scelba – per anni anche agli Interni – sembrava ignorare l’esistenza della mafia e mandava la Celere a sparare sui braccianti che manifestavano.

Il Sud serviva ai politici per raccogliere voti con promesse non mantenute, con ricatti e interventi mafiosi. Questo accadeva anche molto prima e lo diceva apertamente lo storico meridionale Gaetano Salvemini quando accusava il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti – piemontese – di aver escogitato nel Sud attraverso prefetti e questori i peggiori metodi di brogli e di intimidazioni per ottenere voti. Ma quando a Dronero – in provincia di Cuneo e suo paese natio – mandò il prefetto per “organizzare” le elezioni, trovò alla stazione il sindaco con tutto il consiglio comunale che gli intimarono di tornarsene indietro altrimenti nessun cittadino sarebbe andato a votare.

Salvemini commentò così quell’episodio: “Non credo che nell’Italia meridionale sia stata mai fatta ad un prefetto un’accoglienza del genere”. Anche questa può essere una causa della disparità tra Sud e Nord: la gente subisce in silenzio e spera di ottenere qualche briciola di benessere attraverso la sottomissione ai potenti. L’unica via d’uscita è stata sempre l’emigrazione. Concludo con un’altra frase di Salvemini: “Sarebbe bene che gli italiani del Mezzogiorno prima di accusare lo Stato e il Governo, facessero come la scimmia che si guardò nello specchio dopo averlo rotto. In ogni frammento di quello Stato e di Governo troverebbero l’immagine di se stessi”

Sabato, 20 novembre 2021 – n° 43/2021

In copertina: immigrato meridionale nel ’68 a Milano – Foto Uliano Lucas

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