sabato, Gennaio 22, 2022

Notizie dal mondo

La guerra di Gaza

Un puntello per Netanyahu e Hamas

di Elio Sgandurra

La tregua tra Gaza e Israele è stata accettata tra le parti senza condizioni. Il numero delle vittime rasenta le 250 e ad essere la più colpita è la popolazione civile della Striscia. Solo l’Egitto è riuscito a raggiungere questo risultato dopo una mediazione iniziata dal primo giorno dei combattimenti. Invece ha fallito il debole intervento internazionale: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, riunitosi lunedì, non ha raggiunto un accordo per lanciare un appello unanime sulla cessazione del fuoco. La Cina accusa gli Stati Uniti di averlo bloccato. Il presidente statunitense Joe Biden – senza cambiare la posizione del suo predecessore Trump – continua a giustificare come difensivi i bombardamenti su Gaza e continuerà a inviare armamenti a Israele per 750 milioni di dollari.

L’atteggiamento dell’Occidente rimane dunque di grande cautela, che potrebbe tradursi in indifferenza. L’Unione Europea, divisa com’è, ha raccomandato un generico ritorno alla pace; l’Italia ha dimenticato le vecchie e concrete politiche di Moro, Andreotti e Craxi e si limita a inviare a Israele – tramite il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio – inviti a risparmiare la popolazione civile di Gaza; la Germania tace di fronte ai suoi grandi sensi di colpa nei confronti degli Ebrei. Quello che colpisce di più è il silenzio degli Stati arabi – tranne l’Egitto.

Se anche, come speriamo, il termine di questo terribile assedio e i lanci verso Israele dei missili di Hamas, forniti dall’Iran, si fermeranno realmente, tutto resterà come prima del conflitto. Israele continuerà con la sua politica mini-imperialista e dall’altra parte i Palestinesi e le loro organizzazioni estremiste conserveranno l’odio verso lo Stato ebraico e la assurda volontà irrealizzabile della sua distruzione.

L’escalation che ha portato al conflitto è stata voluta dal premier Netanyahu il quale, sconfitto alle ultime elezioni e vedendo la fine del suo lungo potere, cerca di impedire la nascita di una coalizione di “centro-sinistra” costituita dal Partito laburista, dal Meretz – laico e socialdemocratico – e dalla Lista Unita Araba, formata dai cittadini israelo-palestinesi. Contro questi ultimi, ancora prima dell’attuale conflitto, si erano accentuate le provocazioni da parte di gruppi ebraico-ortodossi ed estremisti di destra – tollerate dalla polizia – fino ad arrivare all’incursione dei militari nella spianata delle moschee dove hanno aggredito e disperso con i lacrimogeni la folla riunita in preghiera per la fine del mese sacro del Ramadan.

La tensione nel Paese è cresciuta fino ad arrivare a scontri tra arabi ed ebrei e agli incendi di sinagoghe e moschee. E’ stato il momento in cui da Gaza il movimento di Hamas ha cavalcato l’indignazione dei palestinesi, erigendosi a difensore dell’Islam.  Si potrebbe affermare che questa guerra favorisce politicamente Netanyahu e i suoi nemici di Hamas: il primo continua a restare al governo e nello stesso tempo a far rinviare il processo per corruzione che lo coinvolge; i secondi vedono accrescersi il loro potere sulla striscia di Gaza.

Su quanto accade in questi giorni, segnalo i commenti di due autorevoli personaggi che contrastano con l’appartenenza alle rispettive origini religiose. Questo è il pensiero di Moni Ovadia attore e scrittore ebreo: ‘La politica del governo israeliano è il peggio del peggio. Vogliono cacciare da Gerusalemme Est i palestinesi, vittime di una vessazione ininterrotta che esplode ogni tanto. Quella politica è segregazionista, razzista, colonialista. Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Netanyahu. E’ questa la risposta di Israele all’orrore della Shoah, invece di cercare la pace e la convivenza reciproca?’

Invece critica il suo popolo lo scrittore e docente universitario egiziano, Tawfik Hamid: ‘Sono nato musulmano ma sono soprattutto un essere umano contrario al fondamentalismo islamico. Abbiamo cacciato gli ebrei che vivevano nei nostri Paesi arabi, mentre Israele ha accettato più di un milione di arabi come cittadini israeliani aventi gli stessi diritti.‘ Egli si riferisce a quando gli ebrei – residenti da secoli – furono espulsi dall’Egitto di Nasser e da altre nazioni arabe negli anni ’50. In seguito nell’Iran di Khomeini furono trattati come spie e costretti a fuggire.

Ahmid prosegue con le critiche al suo popolo: ‘In Israele la donna non può essere legalmente picchiata da un uomo e chiunque può cambiare fede senza il timore di venire ucciso per apostasia. Riconosco che i palestinesi soffrono, ma le loro sofferenze sono dovute dalla corruzione dei loro leader. Del resto non si vedono arabi lasciare Israele per andare a vivere in un Paese arabo. Noi musulmani dobbiamo riconoscere i nostri problemi per affrontarli ed è così che potremo iniziare una nuova epoca, in sintonia col mondo intero. I nostri capi religiosi devono opporsi chiaramente e formalmente alla poligamia, alla schiavitù, all’uccisione di chi lascia l’Islam. Devono condannare gli uomini che schiavizzano le mogli e i musulmani che dichiarano guerre contro i non musulmani. Solo allora potremo avere il diritto di chiedere agli altri il rispetto per la nostra appartenenza. E’ ora di fermare la nostra ipocrisia e dire apertamente che noi musulmani dobbiamo cambiare’.  

E se il mondo arabo non riesce ad uscire dalla sua antica arretratezza, lo Stato di Israele negli ultimi anni ha fatto molti passi indietro. Il potere è da anni nelle mani del Likud – il partito di destra – che appoggiato dai movimenti religiosi estremi e integralisti si è sempre opposto alle iniziative di pace con i palestinesi. Lo faceva già quando iniziarono i colloqui negli anni ’90 accolti dal premier laburista Yitzhak Rabin che si conclusero con gli accordi di Oslo nel ’93 – con i quali Israele riconosceva  l’OLP come rappresentante del popolo palestinese e allo Stato ebraico veniva riconosciuto il diritto di esistere.

Il Likud si oppose al trattato di pace e portò avanti una campagna contro il Premier facendolo apparire nei manifesti vestito da ufficiale delle SS naziste. Rabin venne assassinato il 4 novembre del ’95 da un giovane fanatico durante un comizio. Secondo l’inchiesta non ci furono mandanti, ma rimasero molti dubbi. Moni Ovadia nei suoi interventi di questi giorni ha ricordato quell’ episodio affermando: ’E’ possibile che i servizi di sicurezza israeliani, sempre estremamente rigorosi, quel giorno non siano riusciti a fermare quel giovane fanatico?’. Ai funerali di Rabin parteciparono più di un milione di persone e anche molti leader arabi che non erano mai stati in Israele. La moglie della vittima si rifiutò di stringere la mano a Netanyahu.

Quando nel 1948 l’ONU proclamò l’indipendenza di Israele, il nuovo Stato fu subito  costretto a difendersi dall’aggressione dei Paesi arabi. Vinta la guerra, i palestinesi rimasti nel territorio israeliano vennero considerati cittadini a tutti gli effetti. La Costituzione, varata a quei tempi affermava che “lo Stato assicurerà completa uguaglianza dei diritti sociali e politici di tutti i suoi abitanti indipendentemente da religione, razza e sesso e tutelerà i Sacri luoghi di tutte le religioni”.

Quanto è accaduto nella spianata delle Moschee di Gerusalemme – e non era la prima volta – è stato una aperta violazione della Carta costituzionale voluta dai padri della nazione israeliana.

Sabato, 22 maggio 2021 – n°17/2021

In copertina: Gaza – Foto di Hosny Salah

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