martedì, Settembre 27, 2022

Italia

La decadenza di Firenze?

Gli affari sul turismo e il cattivo gusto

di Ettore Vittorini

Nell’aprile del 2002 a Firenze chiuse i battenti la storica libreria Seeber, un santuario della cultura della città e punto di riferimento per intellettuali italiani e stranieri, studiosi e amanti della letteratura di ogni genere. Era stata aperta 137 anni prima, nel 1865, quando Firenze era appena diventata capitale del Regno d’Italia.

La libreria prendeva il nome dal cittadino svizzero che l’aveva aperta e arredata con grandi scaffali e mobili di legno pregiato, riempiendoli di volumi della letteratura corrente e più antica, spesso molto rari e provenienti da molte parti del mondo. Era situata in via Tornabuoni, la strada più elegante della città, restaurata in omaggio al ruolo di capitale che Firenze aveva ottenuto. La libreria occupava circa mille metri quadrati al pianterreno del Palazzo Tornabuoni Corsi, con cinque vetrine che davano sulla strada. Le volte dei locali erano ornate da affreschi alcuni dei quali risalivano al periodo rinascimentale.

Venne chiusa perché l’ultimo proprietario, le Messaggerie, decise di venderla a una nota casa di mode che smantellò gli scaffali, ormai vuoti, lasciando però, bontà sua, gli affreschi. Questo cambiamento potrebbe essere definito anche una amputazione per una città immersa nella storia dal Rinascimento – capitale della Cultura dall’ Ottocento sino agli Anni trenta del secolo successivo. Era frequentata moltissimo da inglesi e americani- che venivano chiamati dai fiorentini gli ‘anglobeceri’ – da russi, tedeschi che amavano fermarsi a Firenze durante il loro Grand Tour. Qualche nome: Nathaniel Hawtorne, Henry James, Feodor Dostevskij, Mark Twain – che rimase in città per un anno – e in periodi più recenti D.H Laurence, Berthold Brecht e gli italiani Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi e tanti altri.

La ex-libreria Seeber di Via Tornabuoni – Foto d’archivio

In quegli storici locali la sostituzione dei libri con jeans da 200 Euro e altre “raffinatezze“ della moda, passò quasi inosservata da una gran parte dei fiorentini, tranne pochi studiosi e intellettuali e qualche articolo sui giornali locali. Il sindaco di allora non prese posizione e così i partiti che componevano la maggioranza di sinistra.

In realtà la chiusura di quella libreria sancì definitivamente la fine di un illustre  periodo storico e il completo passaggio della città – iniziato lentamente da tempo – ai commerci facili, al turismo “mordi e fuggi”, alle trattorie improvvisate, ai paninari e alla cosiddetta movida, ultimo sistema per deturparla nelle sue piazze, nei lungarni, sui sagrati delle chiese. A proposito di quest’ultime, per preservare dai vandali il sagrato di Santo Spirito, il Comune ha installato dei grandi blocchi quadrati di cemento sui quali sono stati posti dei “chiodi fiorentini” alti un metro, che serviranno a sostenere delle catene. Per darne un giudizio basta la definizione della ex segretaria del ministero della Cultura in Toscana Paola Grifoni che ha detto: ’Sono un orrore’. La Soprintendenza dei beni culturali che ha autorizzato quella messa in opera, ha invece dichiarato che ‘tra le proposte arrivate, quella ci è sembrata la più semplice’. E le altre quali potevano essere state? Cancellate alte tre metri, cavalli di frisia con la corrente ad alta tensione?

E’ possibile che il Comune non riesca a trovare una soluzione diversa contro i barbari della movida? Ma è ancora più grave che Firenze, come tutte le altre città d’arte italiane, siano ostaggio di migliaia di incivili. A Madrid, capitale della movida, questo non accade e se qualcuno viola le regole del rispetto per i loghi sacri – ed è molto raro – compare subito la polizia. Prendiamocela dunque anche con le masse di giovani irrispettosi, pari ad asini imbizzarriti, che affollano le nostre piazze.

Firenze è una città volgare – scrisse nel 1999 Antonio Tabucchi in un pamphlet sulla città – e tale volgarità risalta dalle circostanze e dai momenti più diversi della vita cittadina’. Lo scrittore si riferiva alla pacchianeria di una bellezza resa venale e che contrastava con le deplorevoli condizioni in cui la città era tenuta. Parlava della aggressività quasi isterica con cui si guidava qualsiasi tipo di veicolo nell’indifferenza di chi sarebbe stato preposto a mantenere ordinata e civile la circolazione. Definì Firenze anche una delle città più sporche, rumorose e inquinate d’Europa, citando le statistiche. E aggiunse: ‘La città viene spacciata all’estero, come una moneta falsa, con l’immagine della perfezione rinascimentale.’

Da allora niente è cambiato in meglio, anzi Firenze si sta spopolando per dare spazio al turismo stanziale, al grande mercato delle case in affitto soltanto per vacanze, alle trasformazioni in residence di antichi palazzi e ville rinascimentali. Con la fine del Covid ritornerà l’invasione del turismo ‘mordi e fuggi‘ al quale interessa dare un’occhiata veloce ai vari monumenti per poi fare lunghissime code dai paninari del centro, intasando strade e marciapiedi. Ne è un esempio via dei Neri, dietro piazza della Signoria, riempita da fiumane di persone in attesa di acquistare un panino ‘prelibato’ che poi mangeranno bivaccando sul bordo dei marciapiedi. Da quella via i vecchi negozianti hanno chiuso per sempre le loro botteghe e molti abitanti hanno traslocato.

In trent’anni Firenze ha perso 100 mila abitanti, da 465 mila del 1980, sono scesi a 365 mila dello scorso anno. Come via dei Neri, in altre vie del centro i residenti si contano sulle dita: ‘Noi crediamo, visti i dati, che Airbnb abbia riempito un vuoto’, commenta Enrico Conti, che si occupa di statistica per conto del Comune. Infatti Il settore immobiliare ormai punta soltanto sui visitatori.

Il Comune adesso sembra correre ai ripari: ha respinto la trasformazione in alberghi dell’ex Convitto della Calza e altre costruzioni storiche come Villa Basilewsky – venduta dalla Regione a un Fondo spagnolo. Ma sono soltanto piccole toppe, mentre sono ferme da anni delle opere pubbliche importanti per la città come la nuova stazione per l‘alta velocità dell’architetto Norman Foster o la nuova uscita degli Uffizi progettata dal giapponese Arata Isozaki negli Anni ’90 e ancora recintata. Per le opere commerciali invece si è veloci: per esempio il vecchio cinema Eolo, al di là dell’Arno, diventerà presto un supermercato.

Il giornalista Stefano Fabbri sulle pagine del ‘Corriere fiorentino’ commenta con amarezza: ‘C’è poco da stupirsi, poiché la città sta raccogliendo ciò che è stato seminato in passato…”. Cioè, abbandono della valorizzazione dei musei e delle opere d’arte, dell’artigianato storico, della cura del tessuto urbano, per dare spazio alle multinazionali della rendita immobiliare, ai negozi di lusso per turisti benestanti e alla paccottiglia delle bancarelle per i meno danarosi.

Sabato, 19 giugno 2021 – n°21/2021

In copertina: la Chiesa di Santo Spirito, con i lastroni di cemento in attesa di essere ‘incatenata’ – Foto Daniela Barucci

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