mercoledì, Gennaio 19, 2022

Italia

La ‘buona squola’

I disastri dell’Istruzione italiana

di Ettore Vittorini

Nel 2015 – cinque anni dopo la disastrosa riforma della ministra Mariastella Gelmini – l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi lanciò il progetto della “Buona scuola” che, secondo lui, avrebbe dovuto cambiare drasticamente i problemi del mondo dell’Istruzione italiana, malata sin dalla nascita della nostra Repubblica. Lo era anche prima, ovviamente, durante la dittatura fascista.

La scuola renziana, che in realtà prevedeva uno stanziamento di appena 450 milioni di Euro, si era subito rivelata un bluff. Quella cifra, non risolveva molto se non il problema degli addetti alle pulizie degli istituti scolastici, sottopagati dalle cooperative – vere o false – dalle quali dipendevano. Era stanziata per loro – si può dire giustamente – perché erano sfruttati.  Ma veniva ignorato il problema ancor più grave di tutto l’apparato a partire dai docenti, dal sistema d’insegnamento, per finire alle strutture scolastiche in gran parte vecchie e malridotte.  Altro che quei pochi milioni; per una vera “buona scuola” ci sarebbero voluti miliardi di Euro e una drastica riforma. 

Da anni L’Unione Europea bacchetta l’Italia per la scarsa attenzione dei governi nei confronti dell’Istruzione. La Commissione di Bruxelles ha certificato che la spesa annuale italiana è la più bassa di tutti o Paesi dell’Unione (fonte Eurostat), che il numero degli studenti è in continua diminuzione e che in pochi anni calerà dai nove milioni agli otto. L’abbandono scolastico nella scuola dell’obbligo nel 2019 risulta del 14,7% contro la media europea del 10,4; gli iscritti alle scuole tecniche superiori sono 10.000 contro i 900.000 della Germania e il numero dei laureati è appena del 21,4 %. Questi due dati già esprimono l’arretratezza del nostro sistema.

La riforma renziana ha reso obbligatorio l’apprendistato degli studenti – scuola e lavoro – degli Istituti tecnici ispirandosi al modello tedesco, ma per ora con modesti risultati. In Germania questo sistema vale anche per i licei. Gli studenti che li frequentano hanno l’obbligo di frequentare degli stages, seguiti dai docenti, presso gli uffici pubblici, i tribunali, le amministrazioni delle grandi aziende industriali come la Mercedes, la Bmw, la Bayer, la Bosch, eccetera. Potranno così rendersi conto del mondo del lavoro e scegliere con più consapevolezza i corsi universitari.

Secondo uno studio dell’OCSE, l’Italia spende per l’istruzione il 3,9% del PIL, contro la media del 4,6 dell’Unione Europea ed è la penultima, seguita dalla Grecia. Questo si riflette anche negli stipendi dei docenti che è inferiore al 79%. Facendo un paragone con altre nazioni, un insegnante italiano di scuole superiori con 15 anni di anzianità percepisce uno stipendio annuo lordo di 31.189 Euro; in Germania 61.058; in Spagna 36.159, in Francia 32.705. Siamo dunque il fanalino di coda.

Tutte queste cifre sono sintomi di una scuola malata che potrà contagiare la società futura. Ma è già la società di oggi che ne provoca il malessere. E’ insomma come la storia del gatto che si morde la coda.

Il giorno dell’anniversario della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella aveva lanciato un appello ai giovani sottolineando che il futuro del Paese dipendeva da loro. Il futuro si costruisce con la consapevolezza dei propri doveri, con la preparazione, con un minimo di cultura e tante altre peculiarità che a parte la famiglia, solo la Scuola può offrire.

In questo la Scuola non è stata mai buona ed oggi è peggiorata. Gli studenti delle superiori non sono in generale capaci di scrivere seguendo logica e grammatica; ignorano le tabelline e non sanno far di conto; sono incapaci di comprendere; hanno scarso spirito critico, scarsa cultura storica, geopolitica, letteraria, artistica e – molto grave – mancano di disciplina. I docenti sottopagati e demotivati – anche i più bravi – non sono più all’altezza di imporre l’autorevolezza della loro posizione. Vengono spesso sbeffeggiati dai loro alunni e spesso soggetti alle proteste – e qualche volta alle aggressioni fisiche – dei genitori – per un brutto voto o un giudizio negativo. Ovviamente ci sono eccezioni, con studenti più consapevoli e docenti che compiono maggiori sacrifici impegnandosi nel lavoro.

Ho avuto occasione di avere contatti col mondo della scuola durante alcuni anni di insegnamento universitario come “docente a contratto”. Ebbene almeno il 70% delle “matricole” non era all’altezza di scrivere correttamente, di periodare; la punteggiatura veniva usata a caso. Per non parlare della grammatica e della sintassi. A un certo punto il Senato accademico aveva deciso di istituire dei corsi propedeutici di Italiano.

Tra molti anziani è diffuso il concetto che “la scuola di una volta era migliore”. Sbagliano per diversi motivi. Posso testimoniare che nel Sud dove ho frequentato le elementari, gli allievi erano sottoposti di continuo a punizioni corporali. Gli insegnanti erano muniti di aste di legno, che usavano per bacchettare le mani di quelli che non rispondevano bene alle interrogazioni, che commettevano errori nei compiti. Poi per gli indisciplinati le punizioni erano peggiori: bacchettate, schiaffoni e calci nel sedere. Nel resto dell’Italia questo non accadeva, ma ricordo che alle medie di Livorno, dove mi ero trasferito, l’insegnante di Lettere, sentendo il mio accento non toscano, mi relegò all’ultimo posto. Cose del genere oggi non accadono. Basta uno scappellotto dato a un allievo, che insorgono subito genitori e giornali.

Però nei tempi passati si era certi che alle elementari almeno si imparava a scrivere e a leggere bene. La scuola era pesante e noiosa ed era una fortuna se – soprattutto alle superiori – si incontrava un professore dalla mentalità più aperta che sconfinava dal programma ufficiale, affrontando gli argomenti con spirito critico. Per esempio nella Storia, il re Vittorio Emanuele Secondo non lo definivano “il padre della patria” – come voleva la retorica – ma un rozzo personaggio qual era realmente; Umberto Primo, detto “il re buono” era invece un pericoloso reazionario che faceva sparare sugli operai in sciopero – vedi i 100 morti di Milano provocati dai soldati di Bava Beccaris – e aveva complottato contro lo Stato liberale.

I corsi di Storia si fermavano all’inizio della prima guerra mondiale e saltavano tutti gli avvenimenti del periodo, per arrivare subito alla vittoria di Vittorio Veneto del 1918. La disfatta di Caporetto veniva ignorata, come il sadismo del generale Cadorna che mandava al macello migliaia di soldati per conquistare 100 metri di terreno.

Non si deve dimenticare che la riforma fascista della Scuola è rimasta in vigore sino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. Diversamente da oggi, a quei tempi non esistevano insegnanti di sostegno; non c’erano psicologi; i bambini portatori di handicap non ricevevano alcuna assistenza e i più gravi non venivano ammessi all’insegnamento. Poi gli scuolabus erano un sogno e si vedevano soltanto nei film americani. La durezza di quei tempi, ormai scomparsa, è stata soppiantata da metodi più giusti e moderni, ma adottati in mordo irrazionale e non uniforme su tutto il Paese. Invece non è mai cambiato sin dall’Unità d’Italia l’aggrovigliato sistema burocratico che gestisce tuttora la Scuola.

Sabato, 26 giugno 2021 – n° 22/2021

In copertina: calcinacci in una scuola elementare pubblica

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