giovedì, Settembre 29, 2022

Ambiente, Economia, Italia, Lifestyle, Società

Il Cuore di tenebra di Solvay in Italia

Intervista a Giuseppe Bivona: come la finanza può essere il ‘controllore’ dei disastri ambientali

di Laura Sestini

Giuseppe Bivona è co-fondatore di Bluebell Capital Partners, un fondo di investimenti a lungo termine con base a Londra. Il 25 settembre 2020 Bluebell ha inviato una lettera al gruppo Solvay – ovvero la multinazionale del comparto chimico – con la precisa richiesta di una immediata soluzione agli sversamenti dei reflui di produzione che sono gettati direttamente in mare dallo stabilimento di Rosignano Solvay, in provincia di Livorno. I residui chimici di scarto del processo industriale hanno trasformato – in oltre un secolo dall’insediamento dello stabilimento chimico – un tratto di costa livornese in un paesaggio irreale, figlio della soda e di numerosi inquinanti lavorati dalla società belga.

Essendo questa una battaglia ambientale che, localmente, va avanti da alcune decadi per opera di attivisti, medici e cittadini comuni – che ben poco, però, hanno ottenuto dalle amministrazioni e dai governi succedutisi negli anni – l’iniziativa di Bluebell ci è parsa particolarmente interessante, e per certi versi anche curiosa. Abbiamo quindi chiesto a Giuseppe Bivona le motivazioni che hanno dato avvio all’azione nei confronti di Solvay.

Dottor Bivona, può spiegare cosa è Bluebell Capital Partners e di cosa si occupa?
G.B.: «Io sono uno dei tre partner di Bluebell Capital Partners, un fondo di investimento che acquista azioni di società quotate e che interagisce con le medesime società per creare valore per gli azionisti».

Bluebell si descrive come un fondo attivista. Cosa significa? Si può inserire nel settore della finanza etica?
G.B.: «No, per noi fondo attivista significa investire in società quotate in Borsa – per esempio in Italia con Mediobanca e, in Francia, recentemente con Danone, in Germania con Hugo Boss o in Danimarca con Vestsa – ed essere attivi nei confronti della società per influenzarne le scelte e creare valore. Noi investiamo in relativamente poche società – 10/15 – per poi entrare in contatto con il Consiglio di Amministrazione, riferendo che abbiamo fatto degli investimenti su di loro, indicando dove potrebbero fare meglio. Questo è il nostro business. I nostri investitori ci affidano i loro quattrini’, che noi investiamo acquistando azioni, cercando di generare buone performance per i nostri investitori. Ma lo facciamo con una strategia, che nel gergo anglosassone si chiama ‘activist investor’ nel senso che, contariamente ai fondi tradizionali (i c.d. passive) interagiamo molto attivamente con il management di quella società. Questa è l’attività principale di Bluebell Capital Partners».

Bluebell, contribuendo alla questione ambientalista, ha avviato il programma One Share ESG Campaign, che si focalizza ogni anno su un’azienda al mondo giudicata non allineata con i parametri di sostenibilità ambientale e sociale, nonostante le leggi locali e internazionali che li imporrebbero.
G.B.: «Una volta all’anno, con il progetto One Share ESG Campaign, acquistiamo una singola azione di una società dove pensiamo ci sia da approfondire un tema ambientalista o di tipo sociale e portiamo avanti la nostra battaglia ESG – environmental, social, governance (ambientale, sociale, di gestione, n.d.g.). Non è un’attività legata a un interesse economico trattandosi di un investimento con una singola azione. La nostra società fa investimenti importanti in società quotate, e facciamo anche altri tipi di campagne, ma una volta all’anno abbiamo deciso di dedicare del tempo a temi ambientalisti o sociali. Certo, non risolveremo i problemi del mondo, che sono molti, ma se ognuno di noi si dedicasse a una di queste situazioni, visto che siamo in tanti, qualche miglioramento potrebbe sicuramente attuarsi. Una volta all’anno – pro bono – per pubblico interesse, senza pretese, noi intraprendiamo le nostre battaglie ecologico-sociali. Come ho già affermato non ci spinge l’interesse economico: attualmente siamo un fondo che gestisce 70 milioni di Euro, quindi, che vantaggi potremmo avere in una singola azione di Solvay? È un’attività, parallela a quella finanziaria, per dare il nostro contributo a una buona causa».

One Share ESG Campaign ha iniziato il proprio percorso ‘ecologico’ con la sede italiana di Solvay Group a Rosignano, in provincia di Livorno. Perché avete cominciato proprio con la multinazionale belga, dato che ha asserito che Bluebell non gestisce fondi di finanza etica?
G.B.: «Uno dei motivi per cui mi sono occupato di Solvay è perché sono molto sospettoso su tutto ciò che viene chiamato ‘finanza etica’, fondi ESG, eccetera, intorno ai quali ritengo esserci uno strano fenomeno, a mio avviso una grande bolla speculativa. Non ho ancora capito chi appone ‘il timbrino’ per decidere che un certo prodotto finanziario sia etico o meno, e credo anche che inerente a questo ci siano molte parole e pochi fatti. Sebbene noi di Bluebell non ci fregiamo di essere esponenti della cosiddetta finanza etica, sono sicuro che ci comportiamo in maniera più corretta di molti tra quelli che affermano di appartenervi ma, nei fatti, non sono coerenti. Il motivo per cui mi sono occupato di Solvay, non è solo per la rilevanza che l’azione ambientalista ha di per sé ma, soprattutto, perché tra i grandi investitori di Solvay ci sono fondi che si qualificano come etici, ma non muovono un dito. Quella che abbiamo attivato non è solo una battaglia ambientalista su Solvay, ma un’azione molto più sottile che riguarda la questione sul ruolo dei fondi etici e di controllo degli organi europei sui medesimi. A fine 2020, 100 miliardi di dollari erano investiti in fondi cosiddetti etici ESG, molti di questi hanno investito su Solvay. C’è un grande giro di fondi etici, ma è una grande bolla come nel 2007/8 quando c’era la cartolarizzazione delle vendite con le triple A, ma poi erano carta straccia. Ci sono agenzie di rating molto importanti – come MSCI – che classificano Solvay con il punteggio più alto, AAA. Abbiamo scelto Solvay perché è un caso rilevante in Italia dal punto di vista ambientale, inaccettabile; ma se prendiamo in considerazione che ci sono fondi ritenuti etici che investono in titoli di questa azienda e agenzie di rating che classificano aziende come Solvay al massimo punteggio, allora Solvay diventa il problema minore. Dal punto di vista della nostra attività finanziaria, Solvay era il caso perfetto da approfondire».

Solvay non si comporta nella stessa maniera in Italia – rispetto all’ambiente – e in altre filiali europee, nonostante alcuni dirigenti siano già stati condannati per disastro ambientale relativamente alla sede di Spinetta Marengo (AL). Per quale motivo secondo lei?
G.B.: «Alcuni manager di Solvay sono stati condannati in Cassazione per disastro ambientale, ed è evidente che Solvay non si comporti alla stessa maniera in Italia, rispetto alle altre sedi europee. Proprio questa è la critica principale che muoviamo alla società. Esistono modalità molto meno inquinanti che Solvay utilizza già in Francia, Germania e Bulgaria; quindi, non è che non si conoscano i rimedi atti al miglioramento dei processi industriali per raggiungere buoni risultati sull’impatto ambientale. Le acque reflue delle trasformazioni chimiche dell’azienda, che contengono residui solidi in sospensione – che a Rosignano Solvay vengono sversati direttamente in mare – possono essere precedentemente immesse in vasche di decantazione dove le polveri si posano (in Germania al 99,5%, n.d.g.) ed è l’acqua purificata a essere sversata nei fiumi o in mare. In Italia la società fa un po’ come vuole perché non c’è dubbio che ci sia una grande responsabilità delle autorità italiane. Una situazione che parte da lontano, ma le autorità italiane sono state conniventi. In altri Paesi sarebbero tutti indagati, per le modalità utilizzate in Italia».

Perché le autorità italiane sembrano disinteressarsi della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini?
G.B. «Non so rispondere a questo: Bluebell fa investimenti, non politica; ma probabilmente, a livello locale, c’è il dilemma tra occupazione e sostenibilità ambientale. Certo la maggiore responsabilità è sempre di Solvay, una grande multinazionale che ha l’obbligo nei confronti dei propri azionisti di adottare le migliori misure per ridurre l’impatto ambientale. Trovare poi un Paese – l’Italia – dove si riesce a beneficiare di una regolamentazione che la società stessa ha contribuito a far varare, in proprio favore, non è compatibile con i principi da cui non si può prescindere rispetto al profilo societario. Ma è anche evidente che Solvay, in Italia, ha agito così perché le è stato consentito. La società deve sottendere alle regole per la tutela ambientale. Lo deve fare e basta».

La vostra ‘causa da ottobre 2020 è arrivata già sulle scrivanie di numerosi enti amministrativi toscani, mentre a gennaio 2021 è giunta anche in Parlamento attraverso un’interrogazione di alcuni deputati. Che novità ci sono?
G.B. «Sono state depositate diverse interrogazioni sia alla Camera da parte del deputato Francesco Berti che al Senato dal senator Elio Lannutti ed altri, ma anche al Parlamento Europeo, dal vice-presidente del Parlamento stesso – Fabio Massimo Castaldo».

Possiamo sapere quale sarà la prossima azienda sulla quale si focalizzerà il progetto One Share ESG Campaign – anche se pensiamo sia un segreto?
G.B. «Infatti non posso dirlo. Il lavoro è una cosa seria anche se – metà napoletano, da 26 anni a Londra – penso che si debba pur sorridere. Quindi, in cambio le racconto una vicenda su Solvay che mi ha fatto sempre ridacchiare: durante un colloquio con un responsabile dell’esecutivo della società, mi informano che tanti anni fa, tra le idee valutate per l’eliminazione degli scarti delle polveri sottili derivanti dal processo industriale, vi era stata quella di avviare un business per fornire il materiale per le lettiere dei gatti. Ecco, io mi sono immaginato che ci sarebbero voluti almeno 37 gatti a famiglia per smaltirle tutte. Mi è sempre piaciuto pensare che Rosignano sarebbe diventato un village con un milione di gatti (e ride simpaticamente). Credo sia un fatto poco serio che una multinazionale come Solvay prenda anche solo in considerazione certi tipi di idee. In realtà l’inquinamento prodotto da Solvay a Rosignano è cosa seria e c’è davvero ben poco da ridere».

Cronologia storica

Solvay Group è una multinazionale chimica, fondata nel 1863 in Belgio, attuale leader mondiale per la produzione e la vendita di soda e bicarbonato di sodio. Per quanto riguarda la sede di Rosignano Solvay, la trasformazione chimica del salgemma, che recupera dalle colline della Val di Cecina; del calcare estratto dalle cave nell’area mineraria di San Carlo, sulle colline di San Vincenzo; e gli enormi quantitativi di acqua prelevati dal fiume Cecina – pari a 10 milioni di metri cubi annui (ed altri bacini locali, come il Lago di Santa Luce) – oltre all’ammoniaca, hanno generano dal 1912 (anno di insediamento in Toscana) scarti pari a 13 milioni di tonnellate di ceneri di soda, totalmente sversate nel mare prospiciente la costa davanti allo stabilimento di Rosignano. Inoltre, quasi il 100% delle ceneri di soda in Europa, sono scarti del processo chimico Solvay.

Le ceneri di soda, arrivando in mare insieme alle acque di scarto, contenenti quest’ultime anche concentrazioni di arsenico, perché già rilevate – ma in percentuali molto minori – nelle acque del Cecina, nelle decadi hanno formato uno spesso sedimento sul fondo marino, nel tratto entro le acque profonde; e lungo cinque chilometri di costa, di polveri sottili in sospensione nei reflui. Per questo motivo, la spiaggia di fronte allo stabilimento chimico è divenuta bianchissima e il mare turchese, dando vita alle cosiddette Spiagge Bianche – appellativo ufficiale rivolto ai numerosissimi turisti che frequentano la località balneare rosignanese – le quali hanno ricevuto l’aggettivo di caraibiche, in virtù dei colori abbaglianti generati dalla soda e dal bicarbonato di sodio.

Infine, dal 1941 al 2007, attraverso gli scarti di lavorazione, dallo stabilimento Solvay di Rosignano, sono finite in mare 400 tonnellate di mercurio, oltre a quantità inferiori di cromo, zinco e altri metalli pesanti e inquinanti – come si può leggere nel lungo rapporto che Bluebell Capital Partners ha inviato a Solvay Group per la sua One Share ESG Campaign.

Sul sito web di Solvay possiamo trovare altre interessanti notizie sulle attività della multinazionale https://www.solvay.it/it/index.html: “Dopo l’acquisizione della società Rhodia, avvenuta nel 2011, il Gruppo Solvay è diventato un major leader nelle specialità chimiche a livello mondiale, con il 90% delle vendite nei mercati dove è tra i 3 top global leader. Nel dicembre 2015, ha realizzato un’altra importante acquisizione: la società Cytec, che opera a livello internazionale ed è specializzata nelle forniture per l’industria aereospaziale (difatti ha istituito recentemente un laboratorio di ricerca congiunto in Puglia con Leonardo Spa, la società di armamenti italiana, n.d.g.). Ciò ha consentito un potenziamento della capacità di offerta negli Advanced Materials e una ulteriore penetrazione nei mercati ad elevate tecnologie”.

Nel 1999, un report del Programma Ambientale delle Nazioni Unite sull’inquinamento del Mar Mediterraneo – dove si rilevavano gli hot spot maggiormente impattanti – indicava, tra altre aziende, l’insediamento di Solvay Group a Rosignano Solvay.

A seguito di ciò – e delle annose contestazioni di attivisti locali – nel 2003 Solvay intraprendeva delle trattative con le autorità italiane per diminuire le tonnellate di sospensioni solide in acqua dalle 200 mila di allora a 60 mila – quantitativo da raggiungere entro il 2008. A dispetto degli accordi siglati, nel 2008 Solvay sversava in mare ancora 129 mila tonnellate di residui industriali.

Nel 2014 Arpat – l’Agenzia regionale per la protezione ambientale in Toscana – pubblicava un report sugli scarichi in mare di Solvay, dove i grafici evidenziavano, tra le altre, le percentuali di mercurio rilevate sulla costa prospiciente lo stabilimento chimico e i reflui del Fosso Bianco che scarica, insieme all’acqua, gli scarti del processo produttivo della Sodiera, unità industriale che produce soda, e del cloruro di calcio; sono questi gli elementi che danno il tipico colore alla sabbia (mista a soda) delle ‘Spiagge Bianche’.

Il Fosso Bianco incanala i reflui di Solvay in mare Foto ©Laura Sestini (tutti i diritti riservati).

Nel 2015, Solvay patteggiava nuovamente con il Ministero dell’Ambiente – il ministro era Gian Luca Galletti – un accordo che consentì (ahimé, contro ogni previsione), ben 250 mila tonnellate dei suddetti materiali, quantità addirittura superiore alle tonnellate sversate prima del 2003. Solvay, per non aver ottemperato all’accordo del 2003 e per l’impossibilità di ridurre gli scarti a 60 mila tonnellate, imputò la causa all’inesistenza di metodi tecnici approriati. La posizione di Solvay rispetto all’accordo del 2003, in realtà, non è corretta e abbastanza fuorviante, poiché nelle altre nazioni europee dove produce soda e bicarbonato – Germania, Francia, Bulgaria (in Spagna il metodo è differente) – ha installato delle vasche di decantazione delle polveri – come ha affermato anche il dottor Bivona nell’intervista. Perché non adottare lo stesso sistema nel nostro Paese?

Nel 2017 uno studio condotto da alcuni medici della Bassa Val di Cecina, coordinati da Claudio Marabotti, riportava l’incidenza di differenti tipologie di malattie cronico-degenerative nelle aree circostanti lo stabilimento, nella località di Rosignano Solvay in primis, ma anche per la più distante Cecina, dovuti all’inquinamento atmosferico locale, per i fumi dell’impianto chimico.

E sempre nel 2017 il WHO – World Health Organization – pubblicava un breve memorandum su quanto sia dannoso il mercurio sulla salute umana. Mentre Solvay, sul sito dell’azienda, riporta come il colore della spiaggia e delle acque lungo la parte di costa di Rosignano Solvay, implicata nella questione ambientale, sia assolutamente naturale.

Nel 2020 – dopo 12 anni di processo – alcuni manager del sito di Solvay a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, sono stati condannati in Cassazione per disastro ambientale. Nemmeno a seguito di tale verdetto – 13843/2020 – la società si è scusata, bensì ha continuato ad appoggiare i suoi dirigenti. Mentre sul sito web di Solvay rimane idilliaca la descrizione delle Spiagge Bianche.

A settembre 2020 si è avuto infine il lancio di One Share ESG Campaign su Solvay/Rosignano (LI).

Con la campagna ambientalista di Bluebell Capital Partners, la cronaca adesso volge al futuro, con l’auspicio, non solo che Solvay riformuli il suo processo industriale sugli scarti e il (devastante) impatto ambientale sul quale vi è un’ampia documentazione da decenni, ma anche per smascherare fondi etici fittizi – una delle tre finalità dei partners di Bluebell – e tutelare negli investimenti anche i risparmiatori meno attenti.

Per ulteriori dettagli sull’impatto ambientale di Solvay/Rosignano si può rivedere una puntata tematica di Report: https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Alla-faccia-del-bicarbonato-di-sodio-6f188f67-b0ed-444d-82cf-9c4be830a06a.html?fbclid=IwAR2gOZuQHslIL_mAiCoir1sWn7aWPdf4Jr6ITtZOgZQwYCW-jiXa_meCvPg

Sabato, 13 febbraio 2021 – n° 3/2021

In copertina: lo stabilimento Solvay di Rosignano Solvay (LI). Foto ©Laura Sestini (tutti i diritti riservati).

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