lunedì, Luglio 15, 2024

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Il Cile di Salvador Allende

Una società sostenibile abbattuta da un golpe militare organizzato dagli Stati Uniti

di Nancy Drew

Cinquant’anni fa, l’11 settembre del 1973, in una data – l’11 settembre – che sorprendentemente ricorrerà ancora nella storia degli USA, il governo socialista democraticamente eletto di Salvador Allende fu rovesciato da un colpo di stato militare guidato dal fascista Augusto Pinochet e sostenuto dagli Stati Uniti.

Come la maggior parte dell’America Latina, il Cile, ricco di risorse naturali, era stato afflitto dal sottosviluppo sin dalla colonizzazione spagnola nel 1500. All’inizio del XX secolo, il Cile era una delle economie più dipendenti del mondo, inviando tre quarti delle sue esportazioni alla Gran Bretagna e ricevendo da questa metà delle sue importazioni. Nel 1929, gli Stati Uniti avevano investito nella nazione sudamericana 400 milioni di dollari. Nei 40 anni che seguirono, solo due società, Anaconda e Kennecott, dissanguarono il Cile di 4 miliardi di dollari.

Quando Salvador Allende fu eletto nel 1970 come candidato di Unità Popolare, cercò di riorganizzare la società che aveva ereditato.

Durante i suoi tre anni al potere, il governo Allende nazionalizzò l’industria cilena del rame di proprietà straniera, responsabile del 75% delle esportazioni della nazione. Piuttosto che risarcire i precedenti proprietari, Allende chiese il pagamento per la risorsa estratta ingiustamente. Non si fermò al rame.

Nel suo primo anno, il governo di Unità Popolare nazionalizzò 91 industrie di base, ridistribuì 5,5 milioni di acri di terra ai contadini più poveri, concesse considerevoli aumenti salariali alla classe operaia e costruì case di qualità per i ceti più bassi. Allende sperava di costruire una nazione sovrana, sviluppata, democratica e umana – e la cui politica estera fosse costruita su principi di amicizia.

In un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1972, Allende mise in luce le origini del percorso tracciato dal suo governo. «Il cambiamento che stiamo realizzando nella struttura del potere, il ruolo di leadership progressista dei lavoratori al suo interno, il recupero nazionale delle ricchezze di base e la liberazione del nostro paese dalla subordinazione alle potenze straniere, sono tutti punti di coronamento di un lungo processo di percorso storico; degli sforzi per imporre le libertà politiche e sociali, dell’eroica lotta di diverse generazioni di lavoratori e agricoltori per organizzarsi come forza sociale per ottenere il potere politico e scacciare i capitalisti dal potere economico».

Salvador Allende nel 1972
Foto Arquivo Nacional Brasil – Fundo Correio da Manhã

Ciò era intollerabile per le forze dell’impero statunitense. Per questo, pochi giorni dopo l’insediamento di Allende nel 1970, Henry Kissinger avvertì il presidente Nixon che la sua elezione rappresentava “una delle sfide più serie mai affrontate in questo emisfero”. Il modello economico di ispirazione marxista di Allende doveva essere fermato. Nixon ordinò prontamente alla Central Intelligence Agency “dobbiamo far urlare l’economia cilena”.

Dobbiamo fare tutto il possibile per ferire [Allende] e abbatterlo”– annunciò il Segretario alla Difesa americano.

Come scrisse Isabel, la figlia di Salvador Allende, “era il tempo della Guerra Fredda e gli Stati Uniti non avrebbero permesso che un esperimento di sinistra avesse successo in quello che Kissinger chiamava “il suo cortile. La Rivoluzione cubana era sufficiente; nessun altro progetto socialista sarebbe stato tollerato, anche se fosse il risultato di un’elezione democratica”.

Il governo degli Stati Uniti bloccò tutti gli investimenti in Cile e organizzò proteste, finanziando uno sciopero di massa del sindacato dei camionisti che riuscì ad esacerbare la difficile situazione economica del paese. La CIA dispiegò la sua tentacolare macchina di propaganda per incolpare Allende delle responsabilità.

Il sostegno popolare al governo di Allende si era indebolito, ma non frantumato. Il 4 settembre 1973, una settimana prima della sua morte, Allende parlò a un raduno di un milione di persone riunitosi attorno a La Moneda, il palazzo presidenziale del Cile. “Allende, Allende, el pueblo te defiende” – gridava il popolo – Allende, Allende, il popolo ti difenderà!

Quattro giorni dopo, mentre le bombe cadevano su Santiago, Allende pronuncia il suo ultimo discorso da La Moneda: «In questo momento definitivo, l’ultimo momento in cui posso rivolgermi a voi, vi auguro di cogliere la lezione: capitale straniero, imperialismo, insieme con la reazione, ha creato il clima in cui le Forze Armate hanno rotto la loro tradizione… vittime di quello stesso settore sociale per cui oggi sperano, con l’aiuto straniero, di riconquistare il potere e continuare a difendere i propri profitti e i propri privilegi… Viva Chile! Viva la gente! Viva i lavoratori!»

All’indomani del colpo di stato, Kissinger inviò un inviato per trasmettere “il più forte desiderio di cooperare strettamente” con il generale Pinochet. Nei 17 anni che seguirono, la dittatura di Pinochet uccise migliaia di persone, represse brutalmente ogni opposizione e, sotto la guida dei Chicago Boys – economisti cileni che avevano studiato presso l’Università di Chicago – trasformò il Cile in un laboratorio per l’economia neoliberista, che ispirò anche Ronald Reagan e Margaret Thatcher. All’operazione avevano collaborato anche i britannici. Quando Kissinger incontrò il generale Pinochet a Santiago nel 1976, disse che il dittatore “aveva reso un grande servizio all’Occidente rovesciando Allende” e che gli Stati Uniti erano “in sintonia con ciò che Pinochet stava facendo.”

Solo un anno dopo il presidente Richard Nixon lascerà la Casa Bianca a causa del suo coinvolgimento nello scandalo Watergate.

Sabato, 16 settembre 2023 – n°37/2023

In copertina: Strada intotolata a Salvador Allende a Madrid – Foto: Luis García

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