martedì, Aprile 16, 2024

Economia, Italia

I giovani: una risorsa da valorizzare

Spesa pubblica per le politiche giovanili e mercato del lavoro

Redazione di TheBlackCoffee

Il futuro del Paese non potrà prescindere da una piena valorizzazione delle energie e del potenziale espresso dai giovani, e da una riduzione di quelle “vulnerabilità” che ne impediscono la partecipazione attiva alla vita economica e sociale. Il programma Next Generation EU pone, proprio su queste basi, la ripartenza dell’Unione Europea dopo la pandemia, riconoscendo il ruolo centrale dei giovani nell’affrontare gli impegni della transizione demografica, digitale ed ecologica.

Nel 2022, quasi un giovane su due – il 47,7 per cento dei 10 milioni e 273 mila 18-34enni – mostra almeno un segnale di deprivazione in una delle cinque dimensioni considerate rilevanti, identificate a partire dal sistema di indicatori BES dell’Istat.
Il concetto di deprivazione viene qui inteso come il mancato raggiungimento di una pluralità di fattori, individuali e di contesto, che agiscono nella determinazione del benessere dei giovani.
Più di 1,6 milioni di giovani – cioè il 15,5 per cento dei 18-34enni – mostrano, invece, segnali di deprivazione in almeno due domini.
I livelli di deprivazione e multi-deprivazione sono sistematicamente più alti nella fascia di età 25-34 anni, la più vulnerabile, costituita da coloro che escono dalla famiglia di origine per iniziare una vita autonoma, formare una unione, diventare genitore.

Per la maggioranza dei giovani, il raggiungimento di queste tappe è sempre più un percorso ad ostacoli e negli ultimi decenni si è assistito ad un loro costante posticipo.
La precarietà e la frammentarietà delle esperienze lavorative e la scarsa mobilità sociale hanno contribuito a compromettere le opportunità di realizzazione delle aspirazioni di una larga parte di giovani e a scoraggiarne la partecipazione attiva, politica, sociale, e culturale.

L’accesso a tali opportunità dovrebbe essere garantito a tutti i giovani, a prescindere dal contesto familiare e sociale di provenienza.
In Italia, il meccanismo di trasmissione intergenerazionale della povertà è più intenso che nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea: quasi un terzo degli adulti tra i 25 e i 49 anni a rischio di povertà, quando aveva 14 anni, viveva infatti in famiglie che versavano in una cattiva condizione economica.
Il Rapporto Istat analizza anche le voci di spesa pubblica maggiormente rivolte alle fasce di età più giovani.
La spesa pubblica per istruzione in rapporto al Pil mostra che il nostro Paese investe in questa funzione meno delle maggiori economie europee (il 4,1 per cento del Pil nel 2021) e della media dei paesi dell’Unione Europea a 27 (il 4,8 per cento).
L’Italia, inoltre, spende per le prestazioni sociali erogate alle famiglie e ai minori una quota molto esigua rispetto al Pil, pari all’1,2 per cento, a fronte del 2,5 per cento della Francia e del 3,7 per cento della Germania.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede diverse misure volte a migliorare i livelli e la qualità dell’occupazione giovanile, a ridurre la dispersione scolastica e migliorare i livelli di competenze della popolazione più giovane. Si tratta di interventi che affrontano ritardi significativi del nostro Paese in ambiti fondamentali per lo sviluppo dei più piccoli e, potenzialmente, dei giovani. L’investimento nei primi anni di vita, in particolare, è riconosciuto come il più efficace nel ridurre i divari ereditati dal contesto socioeconomico di origine.

Nel 2021, in Italia, solo il 28 per cento dei bambini tra 0 e 2 anni frequenta un asilo nido, un valore molto inferiore al target europeo del 50 per cento entro il 2030. Anche gli interventi nell’edilizia scolastica possono contribuire a migliorare il benessere dei più giovani.

Circa il 60 per cento degli edifici scolastici statali in Italia non dispone di tutte le attestazioni relative ai requisiti di sicurezza.

La maggior parte delle scuole è, inoltre, poco accessibile per chi ha limitazioni fisiche: è privo di barriere fisiche appena poco più di un terzo degli edifici scolastici, statali e non, con una forbice di quasi 8 punti tra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno a sfavore di quest’ultime.

L’effetto del progressivo invecchiamento della popolazione, che si manifesta già oggi sul sistema scolastico e sul mercato del lavoro, sarà ancora più diffuso e accentuato nel futuro.
Tra il 2021 e il 2050, le previsioni più recenti stimano una riduzione della popolazione in Italia di quasi 5 milioni, a cui si associa un cambiamento sostanziale nella struttura per età.

Essa si manifesterà, in gran parte, nel periodo 2021-2041, quando i residenti di età fino ai 24 anni si ridurranno di circa 2,5 milioni e quelli tra i 25 e i 64 anni di 5,3 milioni, con cali di intensità superiore alla media nazionale nel Mezzogiorno e nelle aree interne.

Gli effetti degli squilibri generazionali sul mercato del lavoro sono, come detto, già evidenti.

Nel 2022, l’età media delle forze lavoro è di 43,6 anni, mentre quella della popolazione in età attiva 15-64 anni è di 42 anni. La bassa partecipazione alla forza lavoro di giovani e di donne, inoltre, è un elemento che aggrava l’effetto negativo del declino demografico sulla numerosità e sulla struttura della popolazione in età da lavoro.

I tassi di occupazione per le diverse classi di età mostrano in particolare lo svantaggio di quelle più giovani: il tasso tra i 15 e i 34 anni si è ridotto dal 2004 di 8,6 punti percentuali, mentre è aumentato di 19,2 punti per i 50-64enni. La crescita dell’occupazione femminile nel nostro Paese è stata costante, interrotta soltanto dai periodi di crisi, in particolare nel 2020. Nonostante i progressi, il divario con la media europea rimane ampio, e l’Italia resta fra i Paesi con la più bassa componente femminile tra gli occupati.

Nel 2022, il tasso di occupazione dei 15-64enni in Italia è pari al 60,1 per cento: per gli uomini arriva al 69,2 per cento (5,5 punti inferiore all’Ue 27), mentre è al 51,1 per cento per le donne, ben 13,8 punti percentuali al di sotto della media europea.
Mentre l’istruzione ha certamente un ruolo importante nel favorire l’occupazione femminile, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro resta legata anche ai carichi familiari, alla disponibilità di servizi per l’infanzia e la cura dei membri della famiglia più fragili, oltre che ai modelli culturali. Nel 2022, il tasso di occupazione delle 25-49enni è l’80,7 per cento per le donne che vivono da sole, il 74,9 per cento per quelle che vivono in coppia senza figli, e il 58,3 per cento per le madri.
Come documentato in diverse edizioni del Rapporto Istat, livelli di istruzione più elevati si associano ad una maggiore partecipazione al mercato del lavoro e favoriscono la riduzione dei divari generazionali e di genere nell’occupazione.

Nella classe di età 30-34 anni, per la quale si possono considerare conclusi anche i percorsi di studi post-laurea, il 12,1 per cento delle persone dichiara di non aver mai lavorato. Tale incidenza varia molto per genere, territorio e soprattutto livello di istruzione: tra i laureati è pari a circa un terzo rispetto a chi possiede al massimo la licenza media, 7 per cento contro 21,4 per cento.
Gli effetti negativi prodotti sulla forza lavoro dalla marcata riduzione attesa della popolazione residente in età di studio e di lavoro nei prossimi 20 anni potranno essere mitigati da un aumento dei tassi di partecipazione all’istruzione e al mercato del lavoro.
Occorrerà assicurare, però, anche un incremento della qualità dell’istruzione e della formazione e il loro orientamento verso i fabbisogni di competenze della società e del sistema produttivo, elementi essenziali per migliorare la qualità e la produttività del sistema economico.

Nel 2022, le risorse umane in scienza e tecnologia, ovvero le persone occupate in professioni qualificate o con un livello istruzione terziaria, rappresentano quasi la metà della popolazione attiva tra i 25 e i 64 anni nell’Unione Europea a 27,8; 4 punti in più rispetto al 2011.
In Italia, tale quota è del 37,4 per cento, e la crescita nello stesso periodo è stata di soli 2,8 punti.
Nonostante negli ultimi dieci anni l’istruzione superiore tra i giovani di 25-34 anni sia cresciuta di 6 punti percentuali, raggiungendo il 78% nel 2022, essa rimane ancora di 7,4 punti sotto la media europea; se si considera la classe di età 25-64 anni, il distacco arriva a 16,5 punti.

Occorre tuttavia ricordare che, nel 2020, il flusso di laureati in rapporto alla popolazione di età 20-29 anni risulta quasi in linea con la media europea. Il Rapporto analizza anche il fenomeno degli espatri dei giovani laureati, un’esperienza di crescita professionale o lavorativa che arricchisce il bagaglio culturale e di competenze dei nostri giovani, ma, se irreversibile, si traduce in una perdita di capitale umano che impoverisce il potenziale di crescita del Paese.
Nel 2021, il tasso di espatrio per i laureati di 25-34 anni in Italia, noto come “fuga di cervelli”, è del 9,5 per mille tra gli uomini e del 6,7 per mille tra le donne. I tassi migratori medi 2019-2021 dei giovani laureati verso l’estero indicano perdite di risorse qualificate in tutte le province, con valori superiori al tasso migratorio medio nazionale (-5,7 per mille) nel Nord e nelle Isole.
I tassi migratori dei giovani laureati tra le province italiane mostrano, invece, una chiara direttrice spaziale a sfavore del Mezzogiorno, dove la perdita di capitale umano dovuta alla mobilità interna è netta e persistente.

In sintesi, la prospettiva demografica di medio lungo periodo rende ancora più gravi gli attuali problemi di sottoutilizzo del capitale umano già evidenziati con particolare riguardo alla fuga di cervelli ed al ben noto fenomeno dei NEET.

Naturalmente, in una società che invecchia, una maggiore partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne deve andare di pari passo con un allungamento della vita lavorativa anche delle generazioni più mature.

Fonte: Rapporto Istat 2023

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Sabato, 12 agosto 2023 – n°32/2023

In copertina: foto di Lando/Pixabay

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