sabato, Aprile 20, 2024

Società

Di bestie e di carne

Una breve riflessione sui numeri

di Giada Miotto

Almeno una volta nella vita, siamo saliti tutti su un autobus. Uno di quelli urbani che in particolari momenti della giornata, diventano più pieni di una scatola di sardine.

Se alle 7.15 di una mattina di un qualsiasi giorno lavorativo, salissi sull’autobus della linea 11 diretta verso il lavoro, lo troverei già talmente pieno di gente da starci appena. Se quell’autobus lo prendessi alla stessa ora, tutte le mattine di tutti i giorni lavorativi, comincerei anche a familiarizzare con le facce che sarebbero più o meno sempre le stesse. Capirei che la ragazza con i capelli ricci e scuri, che avrà più o meno 16 anni, indossa una sciarpa viola ogni volta che ha un compito in classe, perché quella sciarpa le porta fortuna. Conoscerei magari il nome della signora che tutti i martedì va in centro con il suo carrellino con le ruote per fare la spesa al mercato; sarebbe bello se col tempo, oltre al nome, mi raccontasse qualcosa della sua vita, di “quando era giovane”. Col passare di giorni, capirei che diavolo di musica ascolta quel ragazzo con le cuffie e sempre imbronciato. Scambierei qualche sorriso complice e imbarazzato ogni qualvolta l’autista fa una frenata troppo brusca. Scoprirei con sorpresa che la signora che sale sempre due fermate dopo la mia, lavora in un ufficio nel palazzo accanto al mio. Guarderei, sognante, due innamorati che sì salgono insieme ma si salutano con un bacio quando lui scende prima di lei.

In un autobus urbano, nell’ora di punta, fra posti a sedere e in piedi, possono stare più o meno 100 persone, 100 facce, 100 storie, milioni di sogni, lacrime, sorrisi, delusioni.

Mi serve che teniate a mente questo autobus e i suoi passeggeri.

Il comportamento del singolo è influenzato dal tipo di società e di cultura in cui è cresciuto. Il modo in cui portiamo noi stessi nel mondo e il modo in cui lo osserviamo, è pertanto radicato nelle cose che impariamo fin da bambini, negli atteggiamenti e nei comportamenti di chi ci circonda, nel clima che respiriamo, nel constesto tipico in cui viviamo.

E noi veniamo da una cultura che incolpa le donne dei mali del mondo.

Per i Greci, Pandora è la prima donna mortale e viene creata da Efesto per ordine di Zeus. L’obiettivo di Zeus è punire gli uomini per aver accettato da Prometeo, il dono del fuoco che fino a quel momento era destinato esclusivamente alle divinità. A Pandora vengono fatti molti doni dagli altri dei, fra i quali la curiosità; l’ultimo dono è il famoso vaso che Zeus le consegna raccomandandosi di non aprirlo, ma consapevole che la sua curiosità avrebbe avuto la meglio. Infatti, Pandora apre il vaso e crea scompiglio: vengono liberati tutti i mali che da quel momento in poi affliggeranno i mortali.

Zeus sostanzialmente fa lo sgambetto, gioca a fingersi un Dio buono che dona agli uomini una donna che è un concentrato di virtù, per altro la prima della storia dell’umanità; ma il suo vero obiettivo è punire e condannare per sempre il genere umano.

Non parliamo di Eva che per colpa di una mela ci ha condannato a lavorare con sudore e partorire con dolore.

Questo meccanismo di svalutazione e colpevolizzazione della donna, arriva fino a noi e anche in questo caso non lo dico io, ma i dati ISTAT del 2018. Qui perdonerete la semplificazione ma i dati di cui parlo sono a disposizione di tutti se vorrete farvi un’idea più specifica.

Istat, indagine sugli stereotipi di genere e sull’immagine sociale della violenza.

Quasi il 9% degli intervistati si dichiara molto d’accordo o abbastanza d’accordo sul fatto che sia l’uomo a prendere le decisioni più importanti rigurdanti la famiglia; la percetuale sale a oltre il 31% se si afferma che gli uomini sono meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche. Sembra che la donna non sia in grado di prendere decisioni ma evidentemente molto più portata a lavare i panni e imbastire una cena.

La situazione si fa più grave quando parliamo di violenza.

Quasi il 24% si dichiara molto d’accordo o abbastanza d’accordo quando si sostiene che le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire; più del 39% ritiene (mi riferisco sempre alle risposte “molto d’accordo” e “abbastanza d’accordo”) che le donne che non vogliono un rapporto sessuale riescono a evitarlo, il 15% che se una donna subisce una violenza sessuale quando è ubrica o è sotto l’effetto di droghe, è almeno in parte responsabile. Per inciso, vorrei ricordare che l’ubrichezza della vittima è in realtà una aggravante.

I dati statistici mi piacciono sempre poco, soprattutto perchè non rendono davvero immediata la percezione.

Quindi torniamo al nostro autobus. Se io chiedessi a gran voce “quanti di voi sono d’accordo se dico che le donne, se non vogliono un rapporto sessuale possono, evitarlo?” vedrei alzarsi ben 39 mani. Trentanove di quei visi, 39 di quelle persone, tra cui anche donne, sono convinte che una donna possa evitare uno stupro, magari tenendo semplicemente chiuse le gambe, o non bevendo, non uscendo di casa, tenendo la testa bassa per non rischiare di incontrare uno di quei famosi lupi di cui si parla tanto in questi giorni, ma che dovrebbero semplicemente farsi gli affari loro e imparare la nozione di consenso.

Ci sono anche donne che pensano questo, per lo stesso motivo per cui il comportamento e l’atteggiamento di ognuno di noi è radicalmente connesso alla società in cui vive.

Se pensiamo che qualcuno non valga, ci comporteremo di conseguenza. La cosa peggiore è che quel qualcuno comincerà poco a poco a convincersene, a credere di non valere e per questo ad accettare tutto

Nemmeno questa volta sono io a dirlo, cosa che peraltro non interesserebbe nessuno. Mi sto appoggiando al pensiero di Pierre Bourdieu, un sociologo che negli anni ’70 definisce, a mio avviso nel modo più chiaro possibile, questo processo. Bourdieu parla di “violenza simbolica” riferendosi alla violenza non fisica, ma esercitata con l’imposizione di una visione del mondo da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati. La violenza così intesa, viene interiorizzata a tal punto dai dominanti da essere esercitata con il loro inconsapevole consenso. Bourdieu definisce l’interiorizzazione “habitus” su cui si fonda la riproduzione nel tempo della cultura dominante. Questa visione della violenza porterà l’autore a una frase di una potenza incredibile: “Il dominio maschile sulle donne è la più antica e persistente forma di oppressione esistente”(Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Universale Economica Feltrinelli, 2009).

Nella società in cui viviamo, è bene ricordare che fino al 1981 è riconosciuto agli uomini (e solo a loro) il delitto d’onore come attenuante per un delitto compiuto per gelosia, infedeltà o disonore della donna. Sempre fino a questa data vigeva il matrimonio riparatore per evitare a un uomo la condanna per stupro. La donna valeva talmente poco che i crimini perpetrati contro di lei possono essere emendati: un bel colpo di spunga e facciamo finta che non sia successo niente.

Se sul nostro autobus una mattina salissero solo donne, 31 di loro avrebbero subito una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita, la metà delle persone sedute. Ventuno di loro avrebbero subito una violenza sessuale e 5 di loro avrebbero subito uno stupro o un tentato stupro. Non mi resta che abbassare gli occhi.

Le Nazioni Unite hanno votato nel 1993 la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, ma trovo molto più interessante la Convenzione di Istanbul sulla Prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del 2011 e che viene ratificata dall’Italia nel 2013. È un documento fondamentale e chiarissimo già dalla sua defizionizione di violenza: “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione“.

Vi invito a leggerla, ma voglio portare la vostra attenzione su tre articoli in particolare. L’articolo 14 parla della necessità di includere nei programmi scolastici materiali didattici sulla parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale. Ma questo articolo fa qualcosa di più, coinvolge anche le strutture di educazione non formale, i centri sportivi, culturali e di svago e i mass media. Ci dice cioè, una cosa importante: la formazione e l’educazione non sono ambiti esclusivi della famiglia e della scuola. Si insegna ovunque, e ovunque si può imparare.

All’articolo 15 si parla della adeguata formazione delle figure professionali che si occupano delle vittime o degli autori di tutti gli atti di violenza per individuare la violenza e per, importantissimo, la vittimizzazione secondaria, ovvero di quell’atteggiamento che porta a colpevolizzare la vittima, o di sminuirla.

L’articolo 17 coinvolge anche l’informazione, la comunicazione e i mass media.

Alla fine di questo lungo, lunghissimo discorso, che molti non stenteranno a definire “pippone”, cosa resta? Cosa Manca?

Gli strumenti teorici, gli studi, l’analisi approfondita del problema e della sua genesi è tutta nero su bianco. Tutto questo lo abbiamo già.

Cosa manca? Mi verrebbe da dire che manca tutto. Perchè l’educazione dei sentimenti, dell’affettività non può essere lasciata nelle mani solo della famiglia, così come non lasciamo nelle sue mani l’alfabetizzazione. Non tutte le famiglie hanno gli strumenti adeguati a sostenere questo cambiamento e, come abbiamo visto, siamo tutto permeati di questa cultura, che a volte, non ci fa proprio vedere il problema. Un problema che tante volte mi ha portato ad essere presentata come Giada e non come Dott.ssa Miotto; mai che sia successa la stessa cosa a un collega uomo. E confesso, che mi sono resa conto dello stridore della situazione, solo quando altri me l’hanno fatto notare. Io avrei passato tutto sotto un velo di “ma non è poi così importante”.

Dovremmo quindi alfabetizzare ai sentimenti, all’affettività, ai rapporti di genere nelle scuole e non solo lì, come ci invita a fare da 10 anni la Convenzione di Istanbul. Perchè tutti gli ambienti che viviamo solo altrettanto importanti, così come tutto quello che vediamo in TV, su Internet e sui giornali.

E allora è giusto chiedere anche a chi la TV la fa, a chi i giornali li scrive, a chi i contenuti li posta, che ci sia una attenzione e una accuratezza nel linguaggio. Perchè i nostri figli imparano senz’altro moltissimo dalla famiglia, ma quello che succede fuori dalle nostre case è fuori dal nostro controllo, ed è necessaria una cooperazione fra tutte le istituzioni educative e non formalmente educative.

Quello che oggi, agosto 2023, ci insegna lo stupro di gruppo di Palermo, è che è necessaria ed urgente anche una alfabetizzazione digitale e all’uso dei dispositivi che abbiamo affidato alle mani dei ragazzi senza spiegare loro come usarli, senza spiegare loro che uno schermo non li tutela e non li esonera al contempo dalle responsabilità.

Spieghiamo loro il consenso, il concetto di dignità umana. Spieghiamo loro cosa è o non è reato.

Spieghiamo loro che un uomo non è una bestia, che una donna non è carne. Spieghiamo alle donne che possono essere delle Pandora, essere curiose, alzare la testa, aprire il vaso e creare scompiglio.

Forse anche gli adulti, avrebbero bisogno di un ripasso.

Sabato, 2 settembre 2023 – n°35/2023

In copertina: foto di Manki Kim/Unsplash



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