giovedì, Settembre 29, 2022

Economia, Italia, Politica

Cos’è la finanza etica?

Nell’era della globalizzazione è d’obbligo rivedere la finanza tradizionale

di Laura Sestini

Nell’era della comunicazione globalizzata, la finanza tradizionale non può prescindere da questa evoluzione tecnologica, poiché anche i mercati, di merci o di prodotti finanziari, si sono avvalsi dell’evoluzione tecnica e, anzi, ne sono parimenti causa e riflesso.

Partendo da questo presupposto, ovvero dalla comunicazione iperveloce, torniamo indietro nel tempo, per fornire esempi di evoluzione della globalizzazione, che prendono in considerazione movimenti di merci, lavoratori e capitali, innescando come conseguenza l’aumento della produzione e anche della popolazione mondiale. Ecco quindi che nei secoli scorsi, l’evoluzione dei mezzi di trasporto – dalla ferrovia alle nuove strade di più lunga percorrenza, dal motore a scoppio agli aeroplani – ha innescato anche una riorganizzazione mondiale della finanza – che fino ad allora aveva aree geografiche operative più ristrette – e di tutte le sue transazioni.

Se la globalizzazione, nell’accezione ampia del temine, ha portato in molti settori effetti di sviluppo positivo, parallelamente si sono acuite anche le grandi disparità già presenti a livello mondiale. I ricchi hanno aumentato le loro ricchezze – anche a causa della grande velocità delle transazioni finanziarie e dei movimenti di capitali ai quattro punti cardinali – mentre i poveri sono sempre più relegati ai margini della società, aumentando nei numeri in maniera inversamente proporzionale ai ricchi, élite sempre più ristretta.

Dato che tornare indietro rispetto alle evoluzioni tecnologiche sembra impossibile, occorrerebbe tener presente che, tra gli effetti negativi della modernizzazione globalizzata, vi è una forte riduzione dell’etica negli affari finanziari, guidati sempre più dalla sola logica del massimo profitto.

Una piccola parte degli operatori finanziari si è quindi chiesta se le finalità delle operazioni finanziarie siano da rimodulare e adeguare alla realtà contemporanea attraverso parametri più etici e applicabili a diversi ambiti sociali ed economici, che producano valore per la società globalizzata. Con queste sintetiche prerogative nasce la finanza etica, meglio definita come sustainable finance – finanza sostenibile, nell’ambito della quale il dibattito si è molto ampliato negli ultimi decenni a causa dei cambiamenti climatici.

Considerare, però, la finanza etica e sostenibile dal solo punto di vista ambientale è – oltre che totalmente errato – fuorviante, poiché la finanza sostenibile si interroga al contrario su: “[…] come dare credito ai soggetti più deboli, esclusi dai servizi finanziari; sui diritti umani e del lavoro; sulla trasparenza; sulle forme di governance e partecipazione; sull’asimmetria informativa tra chi offre un prodotto e chi lo acquista; sui comportamenti in ambito fiscale; sulle paghe dei dirigenti; su un modello che ragiona su orizzonti di brevissimo periodo; sulla speculazione e su molto altro ancora”(Andrea Baranes, dal primo ‘Rapporto di Finanza etica e sostenibile in Europa’, pubblicato nel 2017 da Fondazione Finanza Etica).

Ancora errato risulta pensare che, a proposito dei prodotti di finanza etica – argomento del quale scriveremo più approfonditamente in un prossimo futuro – specialmente in ambito sociale, ne beneficino solo persone nei Paesi sottosviluppati. Se ciò è vero, è altrettanto vero che esistono alcuni prodotti finanziari specifici di finanza etica rivolti anche a fasce di popolazione dei Paesi industrializzati.

In Europa, la Francia è il Paese che maggiormente – in quanto ampiamente sostenuti dallo Stato – utilizza prodotti di microfinanza etica a favore della disoccupazione, escludendo totalmente i bonus a fondo perduto – argomento attualmente piuttosto spinoso in Italia, su cui riprenderemo in seguito con esempi tangibili di manifestazioni di finanza etica.

Appurati sinteticamente i principi della finanza sostenibile, si può senz’altro affermare che alcuni prodotti di punta della (micro)finanza etica non sono un’invenzione odierna, anche se naturalmente oggi è regolata da leggi specifiche. Modelli di finanza sostenibile nascono già nel 1400, con il Banco dei Pegni o le società di Mutuo Soccorso, a cui sono seguite nei secoli – e secondo i contesti geografici – le banche o le casse di villaggio, i gruppi Rosca o Asca, specialmente in America Latina, associazioni di risparmio e di credito informali, costituite da soci che si basano solo sulla conoscenza personale.

La finanza etica moderna nasce, invece, negli anni 60 del XX° secolo, sulla spinta dell’opinione pubblica che contestava le guerre – Vietnam in primis – l’apartheid in Sudafrica e questioni che minavano la pace mondiale.

La finanza sostenibile, quindi, si propone di affermare valori etici, attraverso gli investimenti economici. Queste tematiche sono tutt’oggi attualissime, tantoché le questioni relative agli investimenti militari di alcuni Paesi, che vanno a danneggiare le popolazioni civili di altrettanti territori – su tutti il conflitto dell’Arabia Saudita, sostenuta dagli Usa ai danni dello Yemen – sono osteggiati ora come allora da associazioni per i diritti civili e da un’ampia fetta dell’opinione pubblica e della politica.   

Tra le altre convinzioni errate sulla finanza etica, si ha l’idea che chi investe in questo canale parallelo alla finanza tradizionale, non avrà dei profitti. La realtà è invece ben diversa, poiché la somma delle attività di finanza sostenibile europea attuale (riferita agli anni prima del 2017) è pari a 715 miliardi di Euro, che rappresentano il 5% del Pil della Vecchia Europa, mentre le 30 banche che trattano prodotti etici hanno generato un attivo, sui 715 miliardi, di ben 40 miliardi di Euro (fonte: Rapporto di Fondazione Finanza Etica 2017).

I capitali per gli investimenti etici degli enti di finanza sostenibile mondiale arrivano principalmente e direttamente dai risparmi dei cittadini – e in qualche piccola percentuale, talvolta, da fondi statali per progetti specifici – che credono nell’inversione di tendenza rispetto agli investimenti basati solo sul profitto, che creano, questi ultimi, instabilità dinamica e pericolose bolle finanziarie – come quella del 2008 negli Stati Uniti – e, in un momento, riducono in povertà grandi fette di aziende e, conseguentemente, di popolazione.

La finanza etica moderna si può dire che sia ai suoi primi – ma promettenti – passi, e il fatto più rilevante è che sia spinta dal basso, dai cittadini, che spesso sono anche minuscoli soci-azionisti delle banche etiche, con diritto di voto – come succede con Banca Popolare Etica in Italia, unico istituto nel nostro Paese che rispetta i requisiti necessari per la finanza sostenibile. Tra gli obiettivi ancora da perseguire, la corretta e trasparente informazione sui prodotti finanziari tradizionali e/o pseudo etici, anche se nel 2016 si sono raggiunti degli importanti traguardi con l’approvazione della normativa – in Italia – che introduce la finanza etica e sostenibile nel Testo Unico Bancario, dove sono fissati criteri imprescindibili di trasparenza sui finanziamenti erogati e sulla redistribuzione degli utili, unitamente a una governance democratica e partecipata.

Un altro modo di percepire il mondo della finanza – visti i primi consistenti risultati sostenibili – pare davvero possibile. La stessa Commissione Europea ha avviato un percorso sulla finanza sostenibile, attraverso un rapporto che guidi le politiche economiche future (Finanza sostenibile: il piano d’azione della Commissione per un’economia più verde e più pulita | Italia (europa.eu)) .

Sabato, 23 gennaio 2021

In copertina: una filiera di finanza etica. Immagine dal portale di Fondazione Finanza Etica

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