mercoledì, Ottobre 05, 2022

Alimentazione, Salute, Società

Brasile di nuovo nella ‘mappa della fame’ delle Nazioni Unite

Oltre 60 milioni di brasiliani soffrono di insicurezza alimentare

di Laura Sestini

Nonostante sia uno dei maggiori produttori alimentari del mondo, il Brasile è tornato nella mappa della fame delle Nazioni Unite, anni dopo aver ridotto l’insicurezza alimentare, sufficientemente da essere rimosso dall’elenco otto anni fa.

Lo studio classifica un paese come carente di cibo quando oltre il 2,5% della popolazione deve affrontare una mancanza cronica di corretta alimentazione: in Brasile, su 214 milioni di abitanti, il tasso stimato è del 4,1%.

Pubblicato all’inizio di luglio, il rapporto Onu afferma che tra 702 e 828 milioni di persone in tutto il mondo hanno sofferto la fame nel 2021.

In Brasile il dibattito sull’insicurezza alimentare e la fame si è intensificato con la pandemia di COVID-19, ma era già peggiorato negli ultimi anni: tra il 2019 e il 2021 – secondo l’Onu – sono stati colpiti oltre 15 milioni di brasiliani.

Secondo un recente sondaggio dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), oltre 61 milioni di brasiliani vivono in un qualche tipo di insicurezza alimentare, mentre sono 15 milioni coloro che stanno affrontando una grave insicurezza alimentare.

Il rapporto nazionale “Olhe para a fome”Look at the Hunger – Osserva la fame – prodotto da Rede Penssan, la rete brasiliana di ricerca su sovranità e sicurezza alimentare e nutrizionale, in collaborazione con Oxfam Brasil e altre organizzazioni, che ha raccolto dati tra novembre 2021 e Aprile 2022, descrive una situazione preoccupante. Il Paese sta affrontando una battuta d’arresto che ricorda la situazione degli anni ’90, quando la fame appariva spesso nei notiziari. Nel 2022, secondo lo studio, il 15,5% della popolazione – ovvero 33,1 milioni di persone – si trova ad affrontare una grave insicurezza alimentare.

Il secondo studio nazionale sull’insicurezza alimentare nel contesto della pandemia di Covid-19 in Brasile, basato sul rapporto “Look at the Hunger”, è stato lanciato all’inizio di giugno e ha mostrato che il 58,7% della popolazione brasiliana vive con un certo grado di precarietà alimentare.

Lo studio Penssan afferma che l’insicurezza alimentare si verifica quando la disponibilità di cibo è irregolare ed è classificata in tre livelli di gravità: bassa – incertezza sull’accesso al cibo nel prossimo futuro; moderata – quantità di cibo insufficiente; grave – mancanza di consumo di cibo e fame.

Il rapporto ha anche rilevato che le donne e i neri soffrono di fame in modo sproporzionato, rispetto alla media.

Durante la pandemia e la crisi economica, i supermercati brasiliani, puntando ad abbassare i prezzi e spingere le vendite, hanno iniziato a vendere anche ossa e carcasse di animali, una situazione che prima non era mai vista nel Paese.

Resti di pesce in vendita nei supermercati brasiliani

Nello stato di Santa Catarina, Procon, un’agenzia per i diritti dei consumatori, ha emesso una raccomandazione secondo cui questi avanzi dovrebbero continuare a essere donati a persone in circostanze vulnerabili e non venduti, affermando che queste vendite sono una violazione del Codice di difesa dei consumatori.

A Belo Horizonte, nello stato di Minas Gerais, già nella seconda metà del 2021, sono state viste persone radunarsi intorno ai rifiuti dei supermercati in cerca di cibo. Il netturbino Leandro dos Santos Jesus ha rilasciato delle dichiarazioni al notiziario web G1: «Fa male veder tutto ciò, vero? Selezioniamo ciò che è utilizzabile per darlo a qualcuno. La situazione è difficile per tutti».

Scene simili sono riportate in altre regioni del paese: a Fortaleza, nello stato del Ceará, la signora Sandra Maria de Freitas ha dichiarato a BBC News Brazil: «I miei piedi bruciano come peperoncino. I calli si infiammano, li raschio con una lama e vado avanti con la vita. Mi sveglio alle 4 del mattino tutti i giorni, prendo il mio carretto e vengo ad aspettare il camion della spazzatura in questo stesso posto, vicino alla Comunidade dos Trilhos, dove vivo».

Nel 2014, la notizia che il Brasile aveva lasciato la mappa della fame delle Nazioni Unite aveva creato entusiasmo a livello nazionale.

Le cause principali della fame sono quattro: conflitti armati, shock climatici, traumi economici e crisi di salute pubblica. Attualmente stiamo vivendo quella che la FAO chiama una “tempesta perfetta” per la sicurezza alimentare, poiché questi quattro fattori si verificano contemporaneamente in alcune parti del mondo.

Tra il 2004 e il 2013, secondo il rapporto “Look at the Hunger”, in Brasile le politiche per porre fine alla povertà e alle difficoltà erano state attuate ed hanno riducendo la fame a meno della metà del tasso iniziale: dal 9,5% al ​​4,2%, .

Nel 2010, un rapporto della ONG Active Aid aveva classificato il Brasile come il leader tra i Paesi in via di sviluppo con le politiche più efficienti per ridurre la fame.

L’eliminazione di alcune di queste politiche potrebbe aver influito sulla situazione attuale. Secondo lo studio di Oxfam, Rede Penssan e altri, “la cattiva gestione pubblica della pandemia in Brasile è un fattore aggravante dentro una situazione preesistente”.

È evidente che il rilancio economico è insufficiente per vincere la fame. È necessario andare oltre, garantendo diritti – tra cui un’alimentazione adeguata, la protezione dell’ambiente e la promozione del benessere – in modo equo a tutta la popolazione brasiliana.

Walter Belik è un economista e fondatore dello “Zero Hunger Institute”, che sostiene le politiche per ridurre la fame. Parlando al quotidiano Folha de São Paulo, ha spiegato che i motivi che hanno portato alla crisi della fame vanno oltre il COVID-19 e includono altre crisi e aumenti dei prezzi.

«Non possiamo attribuire la fame solo al Covid, perché se avessimo un sistema di Welfare funzionante, non avremmo una situazione così complicata come quella che stiamo affrontando. Gran parte della crisi delle carenze e dei prezzi elevati nel 2020 è legato all’idea che il Brasile non ha bisogno di scorte di cibo, il che è assurdo non solo dal punto di vista della sicurezza alimentare, ma anche nazionale e politica. Data l’abbondanza di risorse di cui si dispone in Brasile, dipendere dalle importazioni e dalla variazione dei prezzi internazionali è fuori da ogni logica»

Foto: PremierCompanies/Pixabay

Sotto il governo di Bolsonaro, il Consiglio per la sicurezza alimentare e nutrizionale (Consea) è stato sciolto, così come la Bolsa Familia, un programma per aiutare le famiglie a basso reddito. Al suo posto è stata creata Auxílio Brasil, che ha fornito ai beneficiari 400 Real brasiliani – l’equivalente di circa 77 dollari statunitensi. Con il suo rinnovo l’importo erogato sarà aumentato, ma solo fino a dicembre 2022.

Denise de Sordi, nel podcast Café da Manhã, del quotidiano Folha de São Paulo, ha evidenziato le differenze nei cambiamenti del benessere sociale, ossia che le condizioni del programma Bolsa Família si riflettevano nei settori della salute e dell’istruzione, vale a dire il monitoraggio delle condizioni nutrizionali dei bambini e delle famiglie, il monitoraggio dei vaccini, e il monitoraggio dell’istruzione, come frequenza scolastica e controllo se i bambini e i giovani erano presenti a scuola. In altre parole, le condizioni erano controparti per ricevere l’assistenza. Mentre in teoria Auxílio Brasil continua con questi requisiti, i Centers for Social Assistance Referrals (CRAS) sono stati indeboliti, che significa che questo monitoraggio non è più regolare e continuo; ciò influisce sulla gestione odierna che esacerba i livelli di disuguaglianza e fame. Auxílio Brasil si sta rivelando un programma sviluppato e pianificato in modo piuttosto precario.

Con la crisi economica, la domanda di pasti a basso prezzo è aumentata. Le famiglie si rivolgono ai ristoranti con prezzi accessibili, che forniscono pasti per un Real – circa 19 centesimi di dollaro Usa; si tratta di strutture pubbliche volte ad aiutare le persone in situazioni di vulnerabilità.

José Carlos da Silva è un muratore e da oltre un anno frequenta il ristorante “Bom Prato” nella zona Est di San Paolo. Alla domanda sui motivi che lo spingono ad andare lì risponde: È qui che ci salviamo, giusto? Per mangiare un po’ di carne, questo è l’unico posto.

https://hungermap.wfp.org/?_ga=2.1009009.15462070.1662158005-427161877.1662158005

Sabato, 3 settembre 2022 – n° 36/2022

In copertina: foto di Luiz Gonzaga De Souza/Pixabay

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