Tre_quanto vale un corpo umano?

Foto di Alvise Crovato – riproduzione vietata

Al Festival Esperidi_on_the_Moon va in scena un work in progress di Qui e Ora Residenza Teatrale

di Laura Sestini

Sul palco spoglio, ravvivato solo da proiezioni video che, sullo sfondo, interagiscono con le battute del testo attraverso domande o figure, salgono tre donne che non ti aspetteresti.

Sono le attrici Francesca Albanese, Silvia Baldini e Laura Valli, donne di età variabile, tra i 30 e i 50 anni, vestite esattamente uguali, jeans e camicetta bianca, che non interpretano un personaggio letterario o immaginario, bensì loro stesse, soggetti femminili del mondo contemporaneo appartenenti ai ‘comuni mortali’, concetto che in seguito verrà ampliato in maniera più che soddisfacente.

Il lavoro portato in scena è uno studio, un work in progress, quindi suscettibile di modifiche, ma ciò che è degno di nota e che ci ha incuriosito, è soprattutto la tematica, ovvero la ricerca che la Compagnia, diretta da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti, sta portando avanti sul valore dell’essere umano, sull’identità, sul proprio corpo in rapporto con gli altri corpi.

Al momento lo studio sembra incentrato sulla peculiarità estetica del corpo delle donne, per mettere in evidenza la verità, il divario – ma anche la bellezza della diversità e della libertà di scelta – in paragone all’industria dell’estetica e della moda che impone, viceversa, modelli globalizzati e insostenibili dal punto di vista etico, con ragazze da  passerella al limite dell’anoressia, e donne mature che hanno l’obbligo di non invecchiare mai – sempre secondi i canoni che ci verrebbero indicati dall’alto.

La performance si dipana come si fosse sotto i riflettori di una passerella dei concorsi di Miss Italia, naturalmente scimmiottandone le modalità, dove le tre interpreti si muovono in aritmetica simmetria – format valido per tutte le simpatiche ed esilaranti scenette – o a turno, per mostrare le peculiarità fisiche e avere i famosi quindici minuti di celebrità sotto i riflettori, con ritmo sostenuto e di musica, proprio come negli show popolari, che tanto vanno di moda sulla tv nazionale.

Chi è la più giovane? La più simpatica? La più bugiarda?” – e nel frattempo scorrono le immagini di fondo, che fungono da spalla virtuale a quasi tutte le scene.

Ma cosa propone Qui e Ora Residenza Teatrale? Dal loro sito web riprendiamo alcune righe di presentazione della poetica perseguita, che non potremmo riscrivere noi, tanto sono eloquenti: “Qui e Ora è teatro che parla del presente, si insinua nelle pieghe delle vite delle persone per raccontarle e restituirne visioni. Un teatro che raccoglie i dati del contemporaneo con amore meticoloso e puntuale precisione, per costruire immaginari collettivi, per trovare spazi di bellezza. Come a costruire un romanzo di formazione del nostro oggi, fatto di stralci di vita, di voci sole, di storie piccole e fragili, di bellezze inaspettate, di immagini visionarie. Contaminare e meticciare il teatro con la vita, sporcarsi le mani con il presente, dare forza alle contraddizioni. Un atto politico di resistenza culturale.”

Confessando di non aver conosciuto precedentemente questo gruppo teatrale, nato nel 2007 nella bergamasca, e quindi non avendo parametri di riferimento, inizialmente ci sorprendiamo di trovarci davanti a un lavoro che non è attento al movimento sul palco, equilibrato e perfetto degli attori al quale il teatro ci ha educati, o anche a qualche battuta imperfetta; ma a breve comprendiamo che la forza del testo, seppure dovrà sicuramente essere affinato, e dell’intera performance, scaturisce dal messaggio e dalla riflessione che vuole indurre nel pubblico.

Il discorso sul corpo delle donne è davvero importante e va affrontato seriamente, nella società ‘dell’uso e del consumo’ contemporanea. Dal modello estetico di bellezza alla violenza, autoindotta per essere all’altezza, o perpetrata psicologicamente con forzature di altri, dal diktat dell’essere globalizzati anche fisicamente, e conseguentemente nel nostro intimo psicologico, a ciò che siamo, l’argomento varrebbe almeno un’enciclopedia, o una decina di atti teatrali.

Il corpo delle donne sembra non essere parte dell’insieme umano femminile, ‘struttura-pensiero-personalità’, dissociato senz’altro nella mente degli uomini quando parlino di donne. Uomini ai quali suggeriamo di guardarsi per primi, un po’ di più, allo specchio per prendere atto delle proprie imperfezioni fisiche, che appartengono a tutti i comuni mortali – uomini e donne – che abitualmente non sfilano sulle passerelle della fashion industry.

Il corpo della donna subisce violenza fisica e psicologica, attraverso il pensiero collettivo contemporaneo della società – ma antico di millenni – e per mano diretta del soggetto maschile trasversalmente a età, religione, etnia e ceto sociale, a tutte le latitudini.

Coraggiose le interpreti sul palco che, durante lo spettacolo, tra una battuta e l’altra, si tolgono prima la camicetta e in seguito anche i pantaloni, esponendosi al pubblico coperte solo da un body – contenitivo, da donne mature – senza niente di sexy indosso, mostrandosi nella loro bellezza, ma anche nelle imperfezioni – naturali per età, gravidanze, possibili disfunzioni corporee, di cui non sappiamo assolutamente nulla. Finalmente il corpo è libero di mostrarsi infischiandosene dei modelli precostituiti dalla mente di pochi a discapito di molte.

E infine occorre ricordare gli eccessi ai quali può soccombere una mente più debole o più sensibile, se circuita dalla violenza psicologica indotta circa i modelli estetici da mantenere. Anoressia, bulimia, estetica chirurgica, fino al contrario, il martoriare del proprio corpo attraverso copiosi piercing, di cui abbiamo avuto molti esempi alla fine del XX secolo, modalità che si ubica, seppur fuori dalle righe, nell’ambito del volersi differenziare – tanto quanto i tatuaggi, dei quali ci faremo raccontare qualcosa un’altra volta dal popolo Maori, ma escludendo di conformarsi a dei precisi target commerciali.

Vorremmo rivedere più avanti come il work in progress di ‘Tre_quanto vale un corpo umano’ si sarà evoluto in lavoro definitivo; allora, insieme alla suggestione percepita ad oggi, potremmo probabilmente godere di un prodotto perfezionato al punto giusto.

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