Partigiani contemporanei per la libertà

Siria di Nord-Est – Manifestazione di donne contro la guerra
Nei cartelli i caduti per mano di Isis/Daesh
Foto courtesy@UikiOnlus

La lotta per la libertà unisce gli ideali di molti popoli

di Laura Sestini

I movimenti per la libertà hanno caratterizzato da sempre la vita dell’uomo e molti sono i caduti per le lotte a tutela dei diritti civili e umani, in ogni parte del mondo, contro l’oppressione di regimi dittatoriali.

Quest’anno in Italia, il 25 Aprile – Giornata della Liberazione – è stato commemorato con cortei virtuali e iniziative online uniti al corale ‘Bella ciao’ dalle finestre di casa. La ricorrenza si celebra in ricordo della caduta del nazi-fascismo, dovuta alle attività dei numerosi comitati partigiani (e degli eserciti alleati) che lungo tutta la penisola tra il 1943 e il 1945, hanno sabotato le operazioni belliche delle linee difensive dell’esercito tedesco – al quale si erano uniti anche i fascisti italiani della Repubblica di Salò.

Le montagne della linea Gotica italo-teutonica, lungo l’Appennino Tosco-Emiliano, e la barriera difensiva Gustav – tra Lazio e Campania – hanno nascosto le migliaia di partigiani – uomini e donne – e originato il movimento della Resistenza italiana, organizzazione che ha ampiamente contribuito alla caduta definitiva del Terzo Reich, al quale era legata la politica fascista italiana. 

Un’attività di resistenza al nemico dei popoli – Adolf Hitler – di cui siamo orgogliosi e assolutamente grati, che continueremo a commemorare soprattutto con il ricordo rivolto alle migliaia di partigiani caduti in nome della libertà dall’oppressione nazi-fascista, tra i quali molti anche per le torture subite.

L’umanità è pregna di oppressori e oppressi a tutte le latitudini e, per questo, se è necessario e dovuto un pensiero di gratitudine e la continuazione della memoria storica per le lotte per la libertà da un regime autoritario, è altrettanto indispensabile e dovuto conoscere – almeno come informazione – dei  numerosi popoli, anche a noi non troppo lontani geograficamente, o con i cui governi l’Italia ha relazioni economico-politiche, come per esempio la Turchia o l’Egitto, che lottano contro regimi fascisti o fondamentalisti teocratici – basati su dogmi religiosi come l’Iran – per la libertà di parola, di indirizzo politico o sessuale, per i diritti civili delle donne.

Lorenzo Orsetti, internazionalista fiorentino caduto contro Isis in Siria di Nord-Est
Foto@Laura Sestini – riproduzione vietata

La pandemia da Covid-19 ha messo in standby numerosi movimenti di protesta che, nella seconda parte del 2019, avevano dato avvio a grandissime manifestazioni, riempiendo le piazze di migliaia di cittadini insorgenti contro i propri governi. 

In Iraq, nel 2019, centinaia di migliaia di giovani, ai quali si sono unite sorprendentemente anche le loro coetanee donne, hanno manifestato per oltre sei mesi, ossia fino al primo giorno di lockdown per la pandemia, in numerose città – emulando la capitale Baghdad, luogo dove si è accesa la prima miccia. Le manifestazioni non violente, iniziate ai primi di ottobre del 2019, hanno avuto come caposaldo la lotta contro l’ampia corruzione politica, l’influenza iraniana nelle politiche locali, la mancanza di posti di lavoro e talvolta la mancanza di beni essenziali quali l’acqua corrente o l’elettricità.

I lunghi mesi di rivolta hanno avuto pesanti conseguenze: oltre 700 morti, 20.000 feriti, centinaia di arrestati e molte persone scomparse senza lasciare traccia. La polizia irachena e le milizie sciite filo-iraniane di supporto hanno sparato sulle folle inermi.

Ottobre 2019 è anche il mese di inizio delle manifestazioni antigovernative a carico del Presidente Sebastian Piñera, in Cile, nelle quali si sono chieste riforme sociali egualitarie, e si è protestato per i salari troppo bassi, e per la revisione delle pensioni e dell’assistenza sanitaria. La protesta cilena si è evoluta in breve tempo in un campo di battaglia, con barricate e sassaiole dei dimostranti contro la violenza perpetrata dalla polizia inviata a sedare le contestazioni. Le manifestazioni sono ancora in atto, e finora contano circa 50 morti e 15.000 feriti, più un numero impressionante di arrestati.

La lista degli Stati violenti nei confronti dei propri cittadini è molto lunga, ma al contrario delle evidenti manifestazioni in piazza di alcune aree geografiche, per la maggior parte i soprusi e la violazione dei diritti umani si attuano quotidianamente, alla luce del sole, senza che alcuno si possa difendere, poiché anche gli attivisti che si occupano di diritti civili e gli avvocati difensori di chi lo Stato considera suo nemico, vengono a loro volta arrestati  dalle autorità, poco disponibili a confrontarsi su tematiche liberali, dichiarate troppo spesso come attività terroristiche contro l’Ente statale.

La Turchia e l’Egitto sono gli Stati maggiormente colpevoli in ambito mediterraneo, di violenze contro civili e oppositori politici, ma si potrebbe continuare la lista segnalando il Libano, l’Afghanistan, Israele con i crimini contro la popolazione Palestinese, la Russia, la Siria di al-Assad, il Mali, il Myanmar, il Venezuela, il Brasile di Bolsonaro, e molti altri.

Di questi giorni la notizia della morte di Mustafa Koçak, ventottenne turco, musicista del Grup Yorum, arrestato a Istanbul nel 2017, torturato e condannato all’ergastolo per il suo supposto coinvolgimento nel sequestro e nell’uccisione del giudice Mehmet Selim Kiraz, sulla base delle dichiarazioni di un informatore della polizia, ma senza alcuna prova. La sua vita si è spenta dopo 297 giorni di sciopero della fame, death fast – ‘fino alla morte’, modalità di protesta pacifica molto utilizzata tra i detenuti politici nelle carceri turche, per la quale aveva perso la vita ai primi di aprile anche la cantante dell’omonima orchestra, Helin Bölek.

Mustafa Koçek prima dell’arresto

La lista di chi lotta per la libertà ai giorni nostri non è meno nutrita di chi lottato in passato con le stesse motivazioni: in contesto bellico non potremmo non citare le migliaia di caduti, civili e militari, per la sconfitta inflitta allo Stato islamico in Siria e Iraq, che ha visto coraggiosamente in prima linea – e perdere la vita – anche molte giovani donne.

I partigiani sono di ieri e anche di oggi.

Quindi, con lo sguardo, il ricordo e la gratitudine rivolti a chi in passato ha perso la vita per la difesa dei valori di libertà e democrazia a causa di ignobili persecuzioni di autoritarismi politici, riteniamo necessario aprire gli occhi anche sulle vittime contemporanee che lottano per i medesimi ideali, che potremmo definire i moderni partigiani per la libertà e che altrettanto non possiamo dimenticare e non ossequiare.

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