martedì, Giugno 16, 2026

Notizie dal mondo

San Pedro – Il carcere autogestito di La Paz

Per molti detenuti la vita carceraria appare migliore della libertà

di Manfredo Pavoni Gay

Nota: continuano i racconti di Manfredo Pavoni Gay, in Bolivia come volontario per la Fundacion Paulo Freire di La Paz.

Il carcere di San Pedro è un vecchio edificio di fine secolo collocato nel centro della capitale boliviana di La Paz. San Pedro ha l’immagine esterna di qualsiasi prigione, alte mura con l’aspetto dell’antichità, dove non si può non notare il deterioramento del tempo. Fu costruito nel 1895 per ospitare 300 persone. Un progetto evidentemente abbandonato alla luce delle 2.740 persone che attualmente vivono in quello spazio di circa 8.500 metri quadrati.

In Bolivia la popolazione carceraria supera le 32mila persone in 46 centri progettati per una capacità molto inferiore, con un conseguente sovraffollamento superiore al 100%. Un altro problema che, in quasi 20 anni di governi della sinistra, (alle elezioni del 2025 ha vinto il governo di Rodrigo Paz Pereira, con il Partito Democristiano Boliviano di stampo liberista), non sono riusciti a risolvere. Il 58,5% dei detenuti nelle carceri boliviane non ha alcuna condanna, il che contribuisce alla saturazione del sistema.

Nelle grandi carceri come San Pedro a La Paz, la polizia limita il controllo al perimetro esterno, lasciando la sicurezza interna e la gestione nelle mani dei detenuti, che organizzano la convivenza, il commercio e le gerarchie. Praticamente, il carcere è autogestito come fosse una Associazione o un centro sociale.

Se l’America latina è il continente del realismo magico, sicuramente il carcere di San Pedro ne è una delle tante dimostrazioni. E forse, solo la Bolivia, il paese meno occidentale e più radicato nella cultura indigena dell’America latina, poteva ospitare un carcere così particolare. Un Paese che ha la più alta percentuale di popolazione indigena dell’America latina, uno stato plurinazionale che riconosce costituzionalmente 36 nazioni indigene, (Quechia, Aymara Guarany,ecc.) la cui architettura politica si basa sul pluralismo etnico, anziché sullo Stato Nazione che tanti danni ha prodotto nel mondo.

Entrare in questo carcere non è stata una cosa semplice: da circa un mese chiedo permessi come giornalista e ricercatore, ma a causa di un youtuber colombiano che ha filmato alcune sezioni del carcere senza oscurare le persone, la polizia boliviana che controlla le entrate è diventata più selettiva e guardinga. Il fatto che possiedo una carta di identità brasiliana e una lettera dell‘università di Salvador de  Bahia, per aver vissuto a lungo in Brasile, mi dà la possibilità di chiedere all’Ambasciata del Paese se sono al corrente di cittadini brasiliani detenuti nel carcere e questa è la chiave di volta per poter entrare, non come giornalista ma come visitatore di un amico, in realtà mai visto.

Fernando Kleber, 27 anni, detenuto da due in attesa di giudizio. Non mi resta dunque che aspettare il giorno della visita e mettermi in fila con il mio documento brasiliano insieme a tantissime altre persone, mogli, fidanzate, figli, amici, anche loro in visita al carcere. L’ingresso è un classico cancello (si immagina che fosse lo spazio necessario per l’ingresso di un carro trainato da cavalli) e sorprende la folla di persone che, urlando, lottano per farsi ascoltare nelle loro lamentele.

A qualsiasi ora del giorno si possono vedere donne e uomini – molte donne vestite con i classici abiti indigeni – trasportare pacchi di ogni tipo e dimensione, senza alcun controllo. Dopo la consegna dei documenti e del cellulare, ho subìto una accurata perquisizione da parte di un poliziotto, che dopo avermi impresso sul braccio diversi timbri di colore verde e nero, finalmente in fila insieme a decine di persone attraverso uno stretto cunicolo, giungo al portone principale, entrando nella sezione carceraria di San Pedro chiamata “Poblaciones”.

Famigliari dei detenuti in coda all’entrata della prigione San Pedro

La sensazione, appena varchi il portone, è di una onda umana che ti viene incontro. In effetti il carcere è sovraffollato e anche le celle vengono costruite come nuove mansarde sul tipico ondulato arrugginito che in tutto il continente, generalmente, funge da tetto. Oltre a tantissimi detenuti vestiti umilmente che mi chiedono soldi, ci sono le tipiche donne indigene aymara con la loro mercanzia, e poi bambini, compagne, fidanzate che camminano insieme ai detenuti nella area aperta. Ovunque vedo ragazzi e ragazze che giocano e corrono in giro. Altri guardano la televisione. Sembrano felici e sereni, integrati nel paesaggio. Mi rendo conto che non posso girare a caso perché lo sguardo dei “delegados” , i detenuti a cui è appaltato il controllo interno del carcere, armati di grossi manganelli rudimentali di legno, inizia a essere indagatorio e probabilmente vogliono capire chi sono venuto a visitare; così inizio a chiedere a dei detenuti seduti a fumarsi una sigaretta, dove posso trovare Kleber Fernando il “brasiliano”. Qui esistono detenuti che chiamano “taxisti”. Con circa 4 boliviani, 50 centesimi di Euro, consegnano cibo, lettere e cercano le persone.

Dopo pochi minuti nel cortile di Poblaciones si palesa un ragazzo giovane magro, alto, con sembianze indigene e afrodiscendenti. “Beleza irmao” mi saluta con il suo accento paulista e infatti mi dice di essere di San Paolo e mi racconta che è a San Pedro da 2 anni in attesa di processo. Il suo avvocato si chiama Elga Blanco ma non si è fatta più vedere. Mi racconta che per vivere ci vogliono sempre soldi, le celle si pagano, e qualcuno l’ha pure comprata nel tempo e la affitta agli altri detenuti. San Pedro è diviso in nove sezioni (Poblaciones, La Cancha, Chonchocorito, El Palmar, Guanay, Los Álamos, San Martín, La Prefectura e La Posta). Ogni sezione conta tra le 250 e le 300 persone al suo interno. Lui è stato sbattuto fuori da Poblaciones, perché non aveva i soldi per pagare la cella e ora e senza sessione, dorme dove trova posto e si sente molto solo. Nessuno dal Brasile può venirlo a visitare non ha amici né compagna in Bolivia, e gli unici tre sono stranieri: un argentino accusato di vendita di stupefacenti, un venezuelano e un ecuadoregno accusato di furto. «Quando sono arrivato è stata dura, perché sei un novellino e devi fare tutto quello che ti dicono i Delegati. Loro sono stati eletti dagli altri detenuti e il primo giorno mi hanno fatto una specie di battesimo buttandomi in una tinozza con acqua gelata. Qui si mangia poco è solo assicurato un pranzo al giorno».

A San Pedro, le cose funzionano così, come in ogni società capitalista. Le persone pagano diverse somme di denaro per avere un posto dove vivere. Qui è anche recluso l’ex presidente José Arce, accusato di truffa verso lo Stato ma si trova nella sezione chiamata Posta, in condizioni certamente migliori rispetto alla maggior parte dei detenuti. Quelli con maggiori risorse hanno accesso a posti più dignitosi, mentre quelli senza denaro devono lavorare per la comunità, principalmente in attività di pulizia, per guadagnarsi un tetto sopra la testa. Si può dare una mano in cucina per 20 boliviani al giorno (circa 3 Euro) oppure nel laboratorio di falegnameria.

Cortile interno della prigione di San Pedro

Molte famiglie si indebitano per assicurare una vita dignitosa ai loro cari incarcerati. Lo Stato è assolutamente indifferente rispetto a ciò che accade dentro San Pedro. Kleber mi racconta storie diverse, dolorose come quella di persone detenute da anni per il possesso di otto grammi di marijuana, o di persone che hanno scontato integralmente la pena e restano in carcere perché nessuno viene a comunicargli il fine pena o perché non sanno dove andare una volta fuori e dunque meglio un letto a poco prezzo dentro. Accade che molte persone sono straniere e non hanno dove andare nel Paese o altre che hanno semplicemente perso le loro radici dopo il confinamento.

Poi c’è il problema della mancata assistenza legale. “Ottenere” un indirizzo, far certificare che il ragazzo vive in quel luogo e ci rimarrà, costa tra i 1.200 e i 1.500 boliviani, una somma inaccessibile per la maggior parte dei detenuti. Un suo amico argentino mentre stiamo camminando nella sezione di Poblaciones,  si avvicina, ci saluta e mi dice che ormai dovrebbe essere libero ma che non riesce a trovare i soldi necessari per pagare quell’indirizzo. Metto la mano in tasca e gli dono ciò che ho in quel momento, sperando che lo avvicini un po’ di più alla libertà.

I detenuti stranieri  hanno più difficoltà a reperire un avvocato, visto che non esistono legali d’ufficio pagati dallo Stato, come in Italia il gratuito patrocinio, e dunque come mi racconta Kleber, accade anche che molti detenuti che sono arrivati al fine pena non vengano scarcerati perché nessun avvocato fa istanza di scarceramento al sistema penitenziario o perché più semplicemente non hanno un posto dove andare  e dunque preferiscono restare  a San Pedro dove hanno un posto per dormire in una città che non consente di dormire in strada a 3700 metri di altezza con una temperatura che raggiunge gli zero gradi.

La tappa successiva è al campo di calcio che, con mia sorpresa, è triangolare. Mi spiegano che è colpa della mancanza di spazio ma che comunque riescono a giocarci. In quel momento, infatti, si sta festeggiando una partita sotto lo sguardo attento di un folto pubblico, in effetti il ​​pubblico è numeroso ovunque. Ci dicono anche che si tengono continuamente tornei tra i quartieri, cercando di determinare chi è il migliore nello sport più popolare.

Kleber mi racconta di essere stato già arrestato per furto, un anno, in Brasile e riconosce che l’autogestione abbia anche dei vantaggi, come per esempio non dover essere costretto a passare ore e ore in una angusta cella, come avviene per i detenuti nella gran parte dei prigioni del mondo, ma poter stare tutto il giorno fuori camminando tra le sezioni o usufruendo del campo di pallone o dei caffè improvvisati all’aperto. Quello che mi stupisce è la presenza di numerose bancarelle e negozi che offrono praticamente prodotti alimentari di ogni tipo, come in qualsiasi bancarella all’esterno del carcere. Prodotti alimentari, bevande di dubbia apparenza, ma anche negozi di ferramenta, dove acquistare altre tipologie di prodotti.

Le tre ore accordatemi per visitare il brasiliano”, sono oramai finite, ci abbracciamo con la promessa di rincontarci a breve. Mentre faccio la fila per uscire penso all’indiscutibile responsabilità di chi dispone la privazione della libertà di persone in condizioni così estreme. Giudici che agiscono con assoluto disinteresse nei confronti delle condizioni di vita a cui sottopongono centinaia di persone, la maggior parte delle quali per crimini non violenti e che, sicuramente, avrebbero potuto ricevere un trattamento più positivo ed edificante di quello che ricevono a San Pedro.

Questo sistema di autogestione genera in questa condizione rapporti di subordinazione, dove i detenuti che si trovano in condizioni migliori assumono la leadership a vantaggio di pochi e a scapito di persone che si trovano in situazioni svantaggiate, come, in definitiva, avviene anche al di fuori delle carceri. Ma in quelle carceri come in Europa e in Italia, dove lo Stato ha il controllo e la governance delle strutture, i risultati non sembrano essere migliori di quelli osservati a San Pedro, al contrario. Forse qui c’è abbandono, incuria, irrazionalità, mancanza delle risorse statali e pensiero magico. Ma non percepisco da parte della polizia posta al controllo esterno del sistema né dei delegati dei detenuti che si occupano della sicurezza interna, quel livido rancore, quell’opaco desiderio di vendetta e di accanimento che in Italia abita parte delle istituzioni carcerarie e dei suoi uomini che le rappresentano, fino agli uomini di questo Governo di destra estrema; un sentimento odioso e preoccupante, per nulla umano, di rivalsa contro gli ultimi, i più  fragili, gli “sbagliati” ed emarginati.

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Per approfondire: https://www.theblackcoffee.eu/bolivia-decolonizzare-lo-sguardo-e-sapersi-adattare-a-una-realta-totalmente-diversa/

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Sabato, 9 maggio 2026 – Anno VI – n°19/2026

In copertina: una facciata della prigione San Pedro – Tutte le immagini di Manfredo Pavoni Gay

 
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