lunedì, Luglio 22, 2024

Società

Perchè una transizione di genere?

L’esperienza di Noah

di Laura Sestini

Giugno è il mese del Pride, il movimento internazionale della comunità LGBT. Delle persone che appartengono a questa collettività sappiamo pochissimo e in maniera spesso superficiale, attraverso visioni stereotipate, a meno che non si abbiano amici e familiari che vi appartengano.

Nella società, di queste persone qualcuno ne ha timore, altri le odiano e possono arrivare ad atti di violenza; altri ancora assumono atteggiamenti indifferenti, fingendo che non esistano. Invece le persone LGBTQIA+ compongono una comunità molto numerosa, quantificata in almeno 200milioni al mondo, ma potenzialmente molto più ampia, poiché in gran parte dei Paesi non si può manifestare la propria alterità, in senso di identità di genere e/o di orientamento sessuale.

Noah, è una persona in transizione, di genere AFAB (Assigned Female At Birth, ovvero assegnat* femmina alla nascita), che ha intrapreso un percorso per poter essere se stesso, per un’ identità di genere nonbinary. Di sé dice di essere aroace, ovvero asessuale e aromantico.

Noah vive e lavora a Livorno, ha 31 anni, e nel tempo libero ama giocare ai videogame come Mass Effect e Fallout, oppure ai giochi di ruolo come Dungeons & Dragons e Vampire the Masquerade.

Noah ha acconsentito a raccontarci la sua esperienza, rispondendo ad alcune domande.

Come si capisce che ci si sente una persona diversa da ciò che apparentemente, esteticamente e per nascita siamo? Come si è sentito quando l’ha capito?

Noah – Molte persone hanno avuto l’esperienza di averlo sempre saputo, soprattutto se si tratta di transizioni ftm e mtf (female to male/male to female).

C’è chi invece l’ha scoperto più avanti nella vita, perché ovviamente c’è molta pressione sociale, anche se è implicita e non per forza data dalla famiglia o dalla classe, che crea la sensazione di essere in una scatola da quando sei nato. Nasci, guardano cosa c’è tra le tue gambe, e ti dicono “sei maschio” o “sei femmina”, e da quel momento in poi hai già tutto quanto indirizzato. Quindi per molte persone è come la legge di inerzia, la situazione rimane la stessa perché già in movimento su quella via.

Sarebbe più facile rimanere sulla strada che ti hanno imposto, perché cercare di deviare è faticoso, è doloroso, potresti perdere persone che ti sono care. Ci sono varie ragioni, ognuno ha la propria. Altre volte è anche proprio difficile vederlo dentro di sé, perché magari c’è una vergogna interiorizzata, una paura di esternare quello che siamo, di essere diversi.

C’è anche la paura di non essere accettati dalla famiglia, soprattutto se è conservatrice, quindi molte persone hanno la libertà di essere sé stesse solo dopo aver raggiunto l’età adulta, momento in cui sono indipendenti. Ma c’è chi va avanti ad avere una famiglia eterocentrica e in seguito si rende conto che tutto il dolore che stava interiorizzando aveva quell’origine.

Per una persona che non può immaginarsi quali sensazioni lei possa avere, o comunque un’altra persona che ha fatto lo stesso percorso possa avere, come ci si riconosce in un altro sesso?

N. – Non si tratta di sesso, ma si parla di genere, e non è semplice, dato che non ci sono solo due generi.

Il concetto non è nuovo, perché se si parla di terzi generi, sono sempre esistiti in molte culture. Si vedano, per esempio, i two-spirits in alcune culture nativo-americane. Purtroppo, con la colonizzazione Europea, molte di queste culture sono state riformate.

Personalmente, mi identifico nel genere nonbinario/nonbinary e preferisco un’espressione di genere androgina. Non mi sento uomo o donna, quindi non saprei come definire ciò che provo per quanto riguarda il mio genere.

Penso che la cosa più importante sia riuscire a sentirsi se stessi, cercando di riflettere quello che abbiamo dentro verso l’esterno. Se altre persone non lo apprezzano, non importa.

La società non sembra molto aperta nei confronti delle persone omosessuali, transgender, queer, di genere diversi dal binarismo

N. – La nostra è una società comunque cis-eterocentrica (il termine cis indica l’identificarsi nel genere assegnatoci alla nascita), spesso poco informata o indifferente. Ciò che è diverso viene spesso respinto invece che apprezzato e approfondito.

Va poi detto che la cultura sociale è spesso influenzata in un certo modo perché a una qualche azienda fa comodo economicamente; quindi, se si va all’origine di molte propagande mediatiche, si scopre quasi sempre che è per profitto, che sia denaro o per il potere.

Per esempio, possiamo parlare della spinta mediatica per vendere rasoi alle donne quando le vendite erano calate a causa della guerra, il che ha portato al marketing della donna sempre depilata. Anche il costrutto della donna sempre truccata ha come origine il desiderio di vendere prodotti.

Come si approccia la Chiesa alla questione LBGTQAI+?

N. – In questo momento si stanno muovendo in Italia e in tutta Europa gruppi religiosi che, a parte voler abolire l’aborto – quindi tutto ciò che abbiamo conquistato nei diritti nell’arco di 40 anni – parlano di una lobby LGBTQ+ che sta “genderizzando” i bambini nelle scuole, quando si tratta semplicemente di campagne di informazione per mostrare ai più giovani che il mondo è vario e per donare a tutti la libertà di capire chi sono.

Se una persona nasce in un certo modo, nasce in quel modo. Come disse Lady Gaga almeno 15 anni fa: “I was Born This Way” – Sono nat* così. I media non possono cambiare la natura di una persona, ma possono farti scoprire qualcosa su te stesso, ed è quello di cui molti genitori probabilmente hanno paura. Hanno paura che i loro figli scoprano chi sono davvero.

Su identità di genere e orientamento sessuale si fa molta confusione, può darci una spiegazione semplice e comprensibile?

N. – L’identità di genere è una cosa, l’orientamento sessuale è un’altra.

Come ho già detto, ci sono più di due generi, e allo stesso modo ci sono molti tipi di attrazione, che sia romantica o sessuale.

Si può essere uomo, donna, un mix dei due, nessuno dei due, e altro. Si può essere attratti da uomini, donne, entrambi, tutti i generi, nessun genere, e altro. I confini tra sessualità possono essere labili, soprattutto se si tratta di identità che comprendono più di un genere.

Ci sono per esempio molte persone bisessuali che hanno soppresso l’attrazione verso il proprio genere, perché la società è pur sempre eterocentrica. Queste persone sono valide e bisessuali anche se hanno una famiglia eterocentrica e anche se non realizzano la totalità della propria sessualità per gran parte della loro vita.

Le etichette o labels sono molte ed usarle per esplorare la propria identità, anche se ci si trova a cambiarle più volte durante la propria vita, è sempre valido e positivo.

Avere la propria identità e usare etichette è importante per molte persone, e potersi definire in una determinata maniera può farle sentire meno sole.

L’importante è che non siano etichette imposte da altri e che gli altri non li giudichino esclusivamente basandosi su esse.

Noah

Come aiuta lo Stato una persona che vuole intraprendere la transizione di genere? Cinquant’anni fa ci si recava a Casablanca, in Italia non era possibile fare la transizione.

N. – In passato non esisteva neanche un aiuto finanziario da parte dello Stato, quindi tutti dovevano pagare di tasca propria viaggiando all’estero, che fosse Casablanca o la Thailandia.

Oggi ci sono parecchi aiuti statali, per fortuna. Per esempio, io sono in un percorso iniziato a novembre 2022, che sta ancora andando avanti. Ho dovuto fare parecchi incontri con il team di psicologi e di psichiatri all’ospedale di Careggi a Firenze, con cui ho discusso della mia identità, di cosa mi aspetto dalla transizione, se voglio fare un’operazione, gli ormoni, e infine per vedere se per loro sono psicologicamente e psichiatricamente adatto per poter andare avanti con la transizione.

Mi hanno dato alla fine della documentazione che ho potuto consegnare alla mia avvocata, che a sua volta li ha presentati in Tribunale per richiedere un’udienza. Dal Giudice dovrò ricevere un ulteriore documento che legalmente mi consentirà di fare la transizione chirurgica, che dovrò consegnare al team medico.

L’attesa per l’operazione potrebbe protrarsi più di 2-3 anni, ma in quel caso mi sarà possibile fare ricorso per andare all’estero o chiedere di farla privatamente in Italia e richiedere un rimborso da parte dello Stato, poiché la lista d’attesa è estremamente lunga.

Si tratta comunque di tirar fuori di tasca 5-10 mila Euro e sperare in un rimborso tra qualche anno, che non è il massimo.

Posso chiederle un aspetto più intimo, e può anche non rispondere: cosa farà con il suo corpo?

N. – Farò la chirurgia per togliere il seno e l’utero.

Purtroppo da questo punto di vista non ho avuto molto sostegno da parte del responsabile della psichiatria dell’ospedale, che si è rifiutato di firmare il consenso per la rimozione dell’utero, dato che secondo lui “me ne sarei pentito in futuro” e avrei potuto volerlo usare in seguito. Per la negazione del consenso di questo obiettore di coscienza, ho dovuto rivolgermi ad un altro medico.

Non si tratta solo di un problema transfobico qui, perché il voler imporre che una persona con un utero debba per forza volere figli è soprattutto un problema misogino. Nessuno dovrebbe sentirsi costretto a fare figli se non vuole.

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Sabato, 29 giugno 2024 – Anno IV – n°26/2024

In copertina: manifestazione Pride del 2023 a Firenze – Tutte le foto sono fornite da Noah

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