giovedì, Aprile 16, 2026

Notizie dal mondo

Memoria, verità e giustizia per l’Iran

Quaranta giorni dopo la repressione continua

di Giulia Fabrizi

Nel tardo pomeriggio di venerdì 20 febbraio, di ritorno a casa, vengo attirata, in Piazza XX Settembre di Pisa, da musiche di danze mediorientali che risuonano su un tappeto di fotografie illuminate dalla luce discreta di poche candele. I volti ritratti sono giovani, a volte giovanissimi.

Chiedo informazioni al piccolo manipolo di persone lì riunito e mi viene data la possibilità di parlare con B., un giovane e acuto iraniano trapiantato a Pisa da tanti anni.

Di che iniziativa si tratta?

Abbiamo chiesto e ottenuto il permesso, dalle 18 alle 19:30, di allestire uno spazio commemorativo per le vittime iraniane che, nelle proteste dell’8-9 gennaio scorso, rivendicavano libertà e la possibilità di vivere dignitosamente senza essere soffocate dalla continue e crescenti pressioni economiche. L’iniziativa ha lo scopo di esprimere conforto e vicinanza ai parenti delle vittime, ma anche solidarietà, in quanto iraniani all’estero, nel denunciare che le persecuzioni del regime proseguono anche oltre la loro morte.

In che senso?

In Iran è tradizione che i parenti si rechino nei cimiteri nel quarantesimo giorno dalla morte dei propri cari per leggere il Corano e pregare insieme. Stavolta il popolo iraniano ha contravvenuto ai  precetti e la commemorazione è diventata un’occasione di ulteriore protesta contro il regime: ai cimiteri non sono accorsi solo i parenti, ma anche conoscenti e persino sconosciuti; non hanno letto il Corano ad alta voce, né pregato, ma messo in scena la speranza che non si spezza nonostante il dolore, danzando in lacrime sulle note di musiche gioiose e gridando il loro disprezzo verso il regime. La comunità dimostra chiaramente di rifiutare l’Islam per come viene incarnato da questa grottesca Repubblica, che opprime il proprio popolo da 48 anni.

E qual è stata la reazione del regime?

La stessa messa in atto in risposta alle proteste. Persino alle commemorazioni funebri la popolazione è stata minacciata, le forze armate hanno tagliato l’elettricità e interrotto le cerimonie. In diverse città, tra cui Chenar e Abdanan, le forze di repressione sono entrate con armi e veicoli blindati. Ci sono stati nuovamente feriti, arresti di medici e infermieri colpevoli solo di aver svolto il loro lavoro, nonché di minorenni di 16-17 anni, poi sottoposti a gravi pressioni psicologiche durante il periodo detentivo; a latere atleti e figure pubbliche sono stati perseguitati per aver espresso solidarietà. Teniamo ben presente che nei passati quaranta giorni moltissimi giovani sono stati arrestati e giustiziati senza potersi difendere, o sulla base di confessioni forzate. Per molti altri sono state emesse condanne a morte a seguito di processi-farsa.

Delle 40 mila vittime accertate, quante sono note?

Non è possibile calcolare un numero certo: il regime ha interrotto la connessione internet, riceviamo notizie solo da Iran International, un’emittente iraniana con sede a Londra, e, infine, di molte delle 53 mila persone arrestate si sono completamente perse le tracce.

I volti e i nomi di alcune delle vittime in Iran

Perché avete scelto di allestire il presidio in Piazza XX Settembre, di fronte al Comune?

Perché vogliamo richiamare l’attenzione delle amministrazioni locali e, per loro tramite, delle istituzioni nazionali e internazionali, e chiediamo che prendano posizione e intervengano concordemente. Le manifestazioni di solidarietà alle vittime dell’8-9 gennaio sono state organizzate anche in città che vantano comunità iraniane di decine di migliaia o centinaia di migliaia di persone, come Londra, Monaco, Toronto, Sidney, Los Angeles.

L’Iran si trova in una congiuntura estremamente delicata anche a livello internazionale. Come valutate la possibilità di un intervento militare da parte di Trump?

Sento sempre dire che, se un Paese vuole essere libero, deve liberarsi autonomamente. E in linea di principio sono d’accordo. Ma provate ad assumere la nostra prospettiva. Nel 1979 il popolo iraniano ha rovesciato la dittatura dello scià Mohammad Reza Pahlavi – sotto il quale, comunque, al netto della totale mancanza di libertà politica, le libertà civili e sociali erano garantite. La Repubblica islamica sostituitasi al suo posto ha, tuttavia, rinnegato i principi ispiratori della rivoluzione, instaurando un regime in cui, a tutt’oggi, e particolarmente in queste contingenze, le Guardie Nazionali assoggettano il popolo a violenze quotidiane e gratuite di ogni genere. Da una monarchia dittatoriale siamo passati ad una dittatura legittimata dalla maschera del governo repubblicano guidato da un capo religioso (leader supremo). Gli iraniani hanno perciò tentato nei quarant’anni successivi di far crollare il regime, tramite proteste sempre più frequenti – ricorderete in particolare la grande mobilitazione scaturita nel settembre 2022 dall’omicidio della ventitreenne Mahsa Amini, pestata dalla polizia religiosa per non aver indossato correttamente l’hijab. Attualmente ben il 92% della popolazione chiede che l’Iran abbia un governo democratico, liberale e secolare nella forma della repubblica parlamentare, in modo che tutte le posizioni politiche interne siano rappresentate, anche quelle di chi è più orientato verso un modello monarchico e quindi favorevole al ritorno del secondogenito dello scià, il principe ereditario Reza Pahlavi. Il popolo iraniano è pronto a tutto pur di liberarsi del regime: molti dei manifestanti delle proteste dell’8-9 gennaio sono scesi in strada dopo aver fatto testamento; altri invocano l’intervento di Trump, di cui ben conoscono la spregiudicatezza, nell’eliminazione delle basi militari e dei leader del regime, consci che i bombardamenti potrebbero causare molte altre vittime, pur di ottenere condizioni di vita semplicemente umane per chi sopravviverà – certo, nella speranza che il Presidente statunitense non si avventuri nel bombardare le basi nucleari e le cosiddette “città missilistiche”.

B. me lo confessa trattenendo a stento le lacrime, perché tra le potenziali vittime ci sono zii e cugini e amici, che potrebbe non rivedere più, nemmeno sullo schermo del cellulare. Al termine del colloquio mi trovo ad ammirare la tenacia e il senso genuino di comunità che spinge il popolo dei cittadini comuni a resistere, a lottare pacificamente, fino a morire, perché altri, sconosciuti, possano sperare di vivere in libertà. Nei due giorni successivi a questa intervista, sabato 21 e domenica 22 febbraio, anche gli studenti di molte università, da Teheran a Mashhad, hanno manifestato per commemorare le vittime delle proteste di gennaio e per opporsi al regime: hanno dichiarato di essere stati identificati e schedati dalle Guardie Nazionali della Rivoluzione come riporta Vatican News e di aver subito gli atti coercitivi delle forze di sicurezza e del gruppo paramilitare Basij, che hanno tentato alternativamente di impedire il raduno dei manifestanti o di disperderlo tramite l’uso di gas lacrimogeni. Il regime li “invita” a non superare certe “linee rosse” (Ansa). La minaccia non è poi tanto velata.

Ciò che è scritto in calce al manifesto dell’iniziativa, promossa dalla comunità iraniana pisana, perde qualunque possibilità d’esser frainteso per sentenziosa retorica: “IL SILENZIO COSTA VITE. Ricordare è un dovere. La verità e la giustizia richiedono la nostra responsabilità”. E in me risuonano con maggiore intensità le parole con cui B. ha concluso il suo intervento: “La libertà è vicina. Grazie”. Sforziamoci, noi comuni cittadini, di abbandonare le vuote, ma comode, categorie con cui spesso inquadriamo la fisionomia di un popolo e la congeliamo, per pigrizia o per l’incapacità di concepirlo come una congerie di individui unici. Non cadiamo nella trappola di sovrapporre il governo di un popolo al suo popolo tout court. Facciamoci sentire. Non lasciamoli soli. Sono nostri fratelli.

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Sabato, 28 febbraio 2026 – Anno VI – n°9/2026

In copertina: immagini dal presidio di Pisa

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