giovedì, Aprile 16, 2026

Italia, Politica

Libertà di stampa sotto attacco

Minacce, intimidazioni, querele temerarie

di Giulia Fabrizi

Il 23 febbraio scorso il Cineclub Arsenale ha ospitato, e trasmesso in diretta streaming nell’adiacente Sala Sammartino, un dibattito tra Sigfrido Ranucci, rinomato giornalista e conduttore del programma di inchiesta Report e principale intervistato, Giampaolo Marchini, presidente di OdG Toscana e di Fondazione Odg Toscana, collegato in streaming da Firenze, e Carlo Bartoli, presidente del Consiglio Nazionale dell’OdG collegato da Barcellona.

Il Circolo della Stampa – L’iniziativa si è inserita all’interno di un ciclo di incontri promossi dal Circolo della Stampa di Pisa, realtà nata nel luglio 2025 da un’idea di Gianfranco Borrelli e Beatrice Ghelardi, a seguito di una partnership tra Ordine dei Giornalisti della Toscana e Cineclub Arsenale di Pisa. Gli obiettivi dell’associazione sono la produzione di eventi culturali e di formazione professionale dei giornalisti, nonché di diffondere nelle scuole la consapevolezza e il diritto alla buona informazione.

Il dibattito è stato moderato da Antonio Scuglia, presidente del Circolo, il quale ha tenuto a precisare che l’associazione non è aperta soltanto a giornalisti/e, ma a tutta la cittadinanza interessata, a chiunque voglia, cioè, condividere il progetto di restaurare la fiducia tra il cittadino e i tradizionali mezzi di comunicazione.

Il tema del dibattito – Il confronto ha riguardato il crescente e preoccupante atteggiamento di insofferenza nei confronti del giornalismo di inchiesta. Nell’ultimo anno e mezzo, in particolare, nella classifica globale per la libertà di stampa l’Italia è scivolata da un già mal posizionato 46° posto al 49°. Il fattore più grave è che questo atteggiamento non è circoscritto ad ambienti ristretti e noti, come quelli della criminalità organizzata, ma è esondato nella società civile, avallato, quando non praticato, da alti esponenti delle istituzioni. L’OdG si è attivato nei mesi scorsi, recandosi dai presidenti della Camera dei Deputati e del Senato per chiedere che vengano proposte iniziative culturali imperniate sull’idea del giornalismo come bene comune, in modo da innescare un processo, potremmo dire, di “rieducazione” per chi, come i loro colleghi, ricopre ruoli di responsabilità. “C’è stata una evidente defluizione”, osserva Bartoli, “da una critica lecita, nel merito di uno specifico articolo scritto da un determinato giornalista, ad un’aggressività sproporzionata e spropositata” che si concretizza nell’utilizzo di frasi e termini offensivi da parte delle istituzioni in occasione di manifestazioni, anche sportive; un comportamento che legittima, di fatto, le aggressioni fisiche susseguenti. Di fronte alle decine di episodi inquietanti che si sono verificati ai danni dei giornalisti solo negli ultimi mesi”– insiste Bartoli – “occorre manifestare una reazione pubblica, civile e civica. Quando non ci sarà più il giornalismo d’inchiesta, la democrazia sarà già defunta”.

A tal proposito, varrà la pena di sottolineare che una condotta simile non è appannaggio esclusivo dei piani più alti della gerarchia istituzionale, ma trova favore anche a livello locale. Ne è testimonianza il fatto che, come ha sottolineato puntualmente Scuglia, quando il Consiglio comunale di Pisa si è riunito venerdì 20 febbraio, le due mozioni presentate per esprimere solidarietà a Sigfrido Ranucci, visto l’attentato alla sua persona dell’ottobre scorso, non sono state approvate, in chiaro contrasto con quanto espresso dall’art. 21 della Costituzione.

Ranucci non se la prende troppo sul personale: sa bene che l’attacco reiterato alla sua persona non è che la punta di un iceberg che ha radici ben più profonde, un caso cui è data particolare visibilità in virtù della notorietà di cui gode come giornalista, manifestazione di una trama strutturata che segue una progettualità precisa.

I problemi cronici del giornalismo italiano sono rimasti irrisolti, dice il giornalista, anzi si sono aggravati negli ultimi decenni, a partire dal persistere del conflitto di interessi per chi, soprattutto nelle zone periferiche dello Stato, gestisce i media. Qui i giornalisti, che svolgerebbero un importantissimo ruolo di controllo, sono tenuti sotto scacco da condizioni retributive misere e da editori locali che orientano l’informazione nel senso dettato dai loro finanziatori – politici, imprenditori, avvocati e magistrati locali, spesso legati tra di loro – attraverso partecipate o pubblicità. Situazione aggravata dal rischio altissimo di ricevere “querele temerarie” (le famose SLAPP), le denunce sporte al solo scopo di intimorire il giornalista e il suo editore, al netto di una tutela giuridica inesistente per far fronte ad eventuali sanzioni, anche di decine di migliaia di euro.

Giusto per dare qualche numero, Ranucci richiama i risultati del Rapporto 2024 dell’Osservatorio Ossigeno per l’informazione, resi noti nel corso del convegno “Giornalisti. Molte minacce, molto silenzio. Che fare?”, svoltosi a Roma il 20 marzo 2025 nel giorno dell’anniversario dell’uccisione dell’inviata RAI Ilaria Alpi e del cineoperatore Miran Hrovatin: in quell’anno in Italia si sono registrate ben 516 minacce e intimidazioni verbali, fisiche, mediante mobbing e querele temerarie a giornalisti, blogger e altri operatori dell’informazione. E non potremo certo vantarci del fatto che il nostro paese vince il record europeo per il più alto numero di querele a giornalisti avanzate da esponenti politici.

L’allarme più grave riguarda, però, la democrazia. Negli ultimi anni, infatti, Ranucci e i collaboratori di Report hanno passato in rassegna molte delle inchieste svolte, le quali hanno tutte un unico filo conduttore.

L’inchiesta condotta nel 2019 sul petroliere e politico russo Konstantin Malofeev ha portato a galla un circuito di fondi che dalla Russia venivano inviati in Italia e, a seguito dell’embargo successivo all’invasione della Crimea nel 2014, a delle fondazioni ultracristiane della destra americana, le stesse che hanno condizionato l’elezione del presidente Trump, con lo scopo di rinvigorire quel pacchetto di leggi contro l’immigrazione, i diritti degli omosessuali, e che tornavano in Europa per destabilizzare il quadro politico del continente e il pontificato di Papa Francesco. Fratelli d’Italia ha incassato delle cifre in quell’anno.

Sempre l’ultradestra cristiana, stavolta italiana, ha messo a disposizione i propri social sovranisti come ripetitori di fake news, come quella del 20 marzo 2020 che attribuiva all’autorevole Tg Leonardo la notizia certa che la pandemia fosse frutto di esperimenti effettuati sul Coronavirus Covid19 in Cina, a Wuhan, o come quella dell’aggressione di un poliziotto da parte di un individuo di colore rilanciato ad ogni campagna elettorale dagli esponenti anche dell’attuale governo, che ha accumulato circa dieci milioni di visualizzazioni.

Nel primo caso, si è trattato di una imprudente condivisione con un’amica da parte di una settantaseienne italiana di Riccione di un video relativo ad una pandemia realmente scoppiata in Cina, ma nel 2015: il video è stato divulgato su siti ultraortodossi russi e, quindi, rimbalzato sui siti italiani dell’ultradestra cristiana e sui social sovranisti.

Nel secondo caso, Report ha dimostrato che il video era in realtà un estratto da una serie televisiva di genere poliziesco. Entrambe queste fake news si caratterizzavano, però, per essere particolarmente subdole, in quanto verosimiglianti in tutti gli elementi principali, tranne che nel contesto, la cui falsità invalidava l’intera notizia. Il loro impatto sulle coscienze degli utenti social, intanto, si era già verificato. L’intento evidente di queste fake news era di veicolare contenuti che incitassero all’odio razziale (ne è testimonianza la raccolta di 50mila firme in un solo giorno per il Remigration proposto da Casapound) e, per i gestori di piattaforme social, di sostituirsi ai canali di informazione tradizionali e di invalidare il ruolo di mediazione dei giornalisti. In questa chiave dobbiamo leggere anche le affermazioni rilasciate da Elon Musk sul diffusissimo e ricchissimo social network di cui è proprietario, X, all’indomani della seconda vittoria elettorale di Trump: “I media siete voi (utenti). Il giornalismo è morto”.

Il recente attacco all’indipendenza della magistratura italiana, ingaggiato non solo dal governo Meloni e accoliti, ma, caso curioso, dallo stesso Musk, è l’ultimo stadio di un progetto denominato “Project 2025”, elaborato negli USA nel contesto di realtà come l’Heritage Foundation, finanziata dallo stesso Konstantin Malofeev, e il cui obiettivo dichiarato è la distruzione dell’ordinamento politico dell’Europa mediante lo screditamento delle figure di mediazione, come i giornalisti, e degli organi di controllo, come la magistratura, per giustificare l’instaurarsi nel vecchio continente di una propaggine della tecnocrazia americana, la democrazia del controllo.

L’Heritage Foundation ha redatto un documento di 900 pagine che prevede la distruzione della pubblica amministrazione, l’impoverimento della cultura e dell’istruzione e la distruzione del sistema giudiziario, per avere un esecutivo più forte, il che equivale a dire campo libero. “Il 45% di questo progetto” – denuncia il giornalista – “è stato già portato a termine. Questi tecnocrati hanno asservito la classe politica, declassandola a semplice ripetitore delle loro decisioni. Noi pensiamo che questo tipo di democrazia sia lontana. No, signori, ci siamo già dentro! E sarà difficile uscirne. Perché abbiamo venduto la nostra autonomia e tutti i nostri dati agli USA in cambio delle tecnologie e dei software che sono alla base del funzionamento degli apparecchi militari e della rete interna alla pubblica amministrazione italiani, che i tecnocrati hanno il potere di staccare a piacimento”.

Possibili vie d’uscita integrate – Come opporsi, dunque, a parere di Ranucci, al completarsi di questo progetto, ad uno stadio così avanzato?

Innanzitutto, nell’ambito del giornalismo italiano, risolvendo criticità come quella del conflitto di interessi, per esempio costringendo i giornali a dichiarare sulla prima pagina chi è l’editore, se è coinvolto in attività politiche e quali interessi privati ha, cosicché si possa comprendere anche quale relazione intercorre con le notizie cui viene data preminenza nella testata. Allora, forse, il pubblico ritroverà la fiducia nel mezzi di comunicazione e nel giornalismo tradizionale.

In secondo luogo, che si collega saldamente al primo, insegnando alle giovani generazioni che i social non sono il mezzo più adeguato per informarsi, proprio a causa della mancanza della figura di mediazione che si incarica di contestualizzare le notizie e di verificarne la veridicità. Strumenti utili potrebbero essere l’introduzione nelle scuole di corsi di Educazione Civica Digitale, e se possibile di giornalismo, e sul web, come è stato già fatto in Spagna, in Australia e in altri paesi, il limite minimo di età per l’accesso alle piattaforme social – questi i motivi che hanno spinto Ranucci a scrivere a quattro mani con il figlio l’instant book Navigare senza paura (2026) edito da Salani.

Infine, risulterà chiaro, andando a votare al Referendum del 22-23 marzo con cui si vorrebbero abrogare quei meccanismi che consentono ai magistrati di operare indipendentemente dagli altri poteri politici, in ossequio alla legge e senza rischi di ritorsioni. La magistratura avrebbe bisogno di essere riformata, certamente, ma non nei termini previsti dal contenuto del referendum: la questione centrale è la grave mancanza di personale negli uffici giudiziari. Sono inutili i decreti sicurezza contro le baby gang o gli immigrati, se poi, da un lato, non si finanzia e impiega personale qualificato ad attuarli, e dall’altro, contestualmente, non vengono avviati circuiti virtuosi di recupero ambientale e sociale che offrano ai soggetti più marginalizzati la possibilità di formarsi e ottenere una qualificazione professionale che li renda appetibili nel mercato del lavoro e, quindi, ben accetti e integrati dalla collettività.

Se per i più anziani la crescente polarizzazione delle posizioni politiche conduce a disperare nella riapertura di un canale di dialogo interno alle istituzioni e alla società civile, i più giovani non devono abbandonarsi alla rassegnazione e acquisire i mezzi per difendersi.

Ai futuri giornalisti Ranucci raccomanda, con particolare riguardo, l’uso etico della tecnologia, che rimetta al centro la dignità dell’individuo; la valorizzazione dei contenuti, piuttosto che della forma, e della prospettiva critica personale nel proporli, fattore che differenzia il lavoro umano da qualsiasi prodotto di comunicazione omologato e non necessariamente affidabile, perché generato da un’Intelligenza non solo Artificiale, ma che elabora sulla base della probabilità, non della certezza; la verifica instancabile delle fonti e la conservazione di una propria memoria dei fatti, l’arma più temibile contro chi ha necessità di manipolare la verità per ottenere vantaggi personali.

Il giornalismo in particolare, sostiene Ranucci, è una disciplina fondamentale per tenere il cervello acceso, per distinguere la verità dalla menzogna, e solo allora scegliere coscientemente se abbracciarla o respingerla, ma almeno – cita le ultime righe delle Memorie di Adriano scritte da Marguerite Yourcenar – “di andare incontro alla morte con gli occhi aperti”.

Nota: in calce informiamo i lettori che Ranucci sarà ancora ospite nel centro storico di Pisa, al cinema Lumiere, martedì 17 marzo. Lincontro delle ore 21.00 è già sold out, ma restano ancora disponibili alcuni posti per la fascia oraria 16.00-17:30. In questa occasione il giornalista presenterà il suo nuovo libro “Il ritorno della casta” in collaborazione con la Libreria Ghibellina e l’Associazione The Thing.

Ingresso gratuito previa prenotazione su eventbrite.it

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Sabato, 14 marzo 2026 – Anno IV – n°11/2026

In copertina: proteste contro il Project 2025 negli Stati Uniti – Foto: Elvert Barnes (2024)CC BY-SA 4.0

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