giovedì, Aprile 16, 2026

Notizie dal mondo

La resilienza delle donne palestinesi

Resistere allo sterminio pianificato

di Lucy M. Pole

Nei villaggi intorno al monte Salman al-Faresi nelle vicinanze di Nablus, importante città della Cisgiordania, la vita in campagna seguiva le stagioni dell’agricoltura mentre i coloni e i soldati israeliani, in quell’area, lasciava la gente in relativa pace, prima del 1982.

Poi con l’invasione israeliana del Libano e l’eccidio di Sabra e Shatila, quando centinaia di palestinesi furono uccisi, nel 1982, tutto cambiò. La coltivazione dei campi e degli uliveti e l’allevamento delle capre e bestiame divenne sempre più difficile, e poi, dopo il 7 d’ottobre 2023, anche sopravvivere è diventato una lotta quotidiana. Semplicemente per uscire da casa la mattina e andare a lavorare nei propri campi si rischia l’arresto, il carcere e spesso anche la vita.

Un gruppo Pro Palestina in Toscana, in una serata di raccolta fondi per i villaggi di Nablus, organizza un intervento in collegamento online e parla la coordinatrice del Centro per le Donne che opera in quella comunità agricola. La responsabile saluta e ringrazia calorosamente per l’opportunità di far sapere fuori dalla Palestina la verità su ciò che sta succedendo. Con tono pacato, in buon inglese, racconta delle vessazioni e della violenza che affrontano quotidianamente e spiega cosa significa “resistere”.  

“I nostri villaggi si trovano accucciati intorno ai piedi del monte e una volta la gente dei villaggi usava riunirsi regolarmente sull’altopiano in cima al monte; per festeggiare un compleanno, un matrimonio, per le feste stagionali dell’agricoltura, per fare mercati all’aperto ed eventi sociali. Ci conoscevamo tutti e godevamo della protezione, della terra fertile e delle fonti d’acqua buona che il monte offriva. Ora abbiamo perso tutto: hanno chiuso le strade con cancelli e recinzioni e distrutto le strutture che avevamo costruito. Con i posti di blocco che spuntano ovunque, con i gruppi di coloni e soldati armati, non possiamo più andare sul nostro monte. Ogni giorno troviamo i bulldozer a demolire proprietà; nuovi muri e recinzioni, non ci fanno più passare nemmeno per andare a lavorare o tornare a casa. Siamo costretti a cercare altre vie, a volte molto più lunghe e difficili. Spostano le loro “linee gialle” senza preavviso, così ti puoi trovare in zona improvvisamente “proibita” senza saperlo. E se ti trovano, aprono il fuoco subito, anche su bambini. Poi dicono sempre che erano figure sospette infiltrate in zona militare.” 

Racconta dei danni: degli alberi del frutteto tagliati, bruciati, sradicati; dei campi di ortaggi distrutti; i tubi per l’irrigazione tagliati e tanto duro lavoro andato in fumo.

“Vengono spesso in gruppo, i coloni armati, per minacciarci e mandarci via, anche nei campi mentre stiamo lavorando. Vedete, i sionisti vogliono la terra libera tutto per loro; non vogliono i palestinesi qua e ce lo dimostrano con ogni mezzo. La loro idea è di avere una grande Israele, e la Palestina è solo il primo passo. Ma noi resistiamo.”

Il Centro per le Donne ha tre obiettivi: sostenere e aiutare le donne a guadagnare indipendenza economica e un senso di empowerment; difendere la terra che i coloni rubano e aiutare i giovani ad imparare a coltivare ed amare la terra.

“Donne che hanno perso tutto – prosegue la relatrice – trovano sostegno psicologico e materiale al Centro. Imparano un mestiere dignitoso; il cucito, il ricamo, l’allevamento di capre e bestiame, chi tiene le api e chi fa agricoltura. Producono miele, latte, formaggio, olio d’oliva, tutto per nutrire le famiglie e anche da vendere. In questo modo ritrovano la loro dignità e la fiducia nelle proprie capacità. È molto importante mantenere la motivazione e la speranza e ripartire con un progetto nuovo ogni volta che un progetto fallisce. Una donna aveva perso marito e figli a Gaza e con loro anche la voglia di vivere. L’abbiamo aiutata a fare un corso per diventare cuoca; è diventata brava e ora ha messo su una trattoria tutta sua. Anche se i sionisti controllano tutto: dalle banche a tutto quello che entra ed esce, riusciamo sempre ad andare avanti. Abbiamo anche amici all’estero che ci aiutano e c’è collaborazione tra noi dei villaggi. Ogni volta che demoliscono le nostre case con il bulldozer, raccogliamo il materiale per ricostruire e ritorniamo. Ogni volta che distruggono gli ortaggi e i nostri ulivi, cerchiamo i semi e gli alberelli nuovi e ripartiamo.”

Israele non vuole assolutamente che si sappia nel mondo esterno quello che stanno facendo in Cisgiordania e le donne del Centro invitano con braccia aperte tutti i volonterosi ad andare a trovarle, a vedere e testimoniare la realtà. Che si sappia che i palestinesi non sono soli e indifesi, come i sionisti vorrebbero, ma hanno enorme sostegno sostanziale dall’estero.

Conclude la coordinatrice sottolineando una differenza cruciale: “Attenzione perché sono i sionisti – ripeto, i sionisti – che vogliono il genocidio del nostro popolo per prendere tutto il territorio per sé. Questo è importante da notare perché, invece, gli Ebrei non sionisti, no. A Nablus convivono tutti insieme senza problemi, gli ebrei con i musulmani e i cristiani. È una comunità pacifica dove spesso gli ebrei usano il nostro linguaggio e tradizioni, e non ci sono mai stati problemi. Noi speriamo che un giorno tutti potremo vivere in armonia e pace come un solo popolo.”

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Sabato, 4 aprile 2026 – Anno VI – n°14/2026

In copertina: donna palestinese dedita all’agricolturaFoto: AOWA

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