venerdì, Aprile 17, 2026

Alimentazione, Lifestyle

La Dieta Mediterranea

Alimenti vegetali e attività fisica il segreto della longevità

Redazione TheBlackCoffee

Come riporta l’Istituto Superiore della Sanità, negli ultimi 150 anni si è verificato un cambiamento epocale dal punto di vista demografico, mai osservato prima nella storia. Verso la fine del XIX secolo, la durata media della vita in Europa era di circa 35 anni, simile ai 30 anni stimati per l’epoca dell’Impero Romano.

Oggi, molte persone nei paesi europei e in Giappone vivono fino a 80 anni o oltre. Secondo il Rapporto Mondiale sull’Invecchiamento e la Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la maggioranza degli individui nel mondo può aspettarsi di vivere oltre i 60 anni.

La diminuzione della mortalità dovuta alle malattie infettive è stata probabilmente un fattore chiave in questo significativo cambiamento demografico. Tuttavia, la sola riduzione della mortalità infantile non è sufficiente a spiegare l’aumento dell’aspettativa di vita, poiché anche i tassi di mortalità degli adulti sopra i 50 anni sono notevolmente migliorati.

A questo aumento dell’aspettativa potrebbe aver contribuito un generale miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, oltre che di conoscenza scientifica, che complessivamente hanno contribuito, oltre che a una riduzione dell’incidenza di malattia (prevenzione) anche a una migliore assistenza e cura. Con il trascorrere dei decenni, però la diminuzione delle infezioni è stata accompagnata da un aumento delle patologie legate all’invecchiamento, come le malattie cardiovascolari, neurodegenerative e il cancro, tutte classificate come malattie non trasmissibili. Una vita più lunga implica una maggiore esposizione ai fattori di rischio, che accresce la probabilità di sviluppare queste malattie. Questo processo non riguarda solo i paesi ad alto reddito, ma anche molti paesi a basso o medio reddito.

Le malattie non trasmissibili hanno portato a un incremento progressivo della morbilità e mortalità, con un numero sempre maggiore di persone incapaci di svolgere attività quotidiane essenziali e un peggioramento della propria qualità della vita. Poiché le malattie non trasmissibili si manifestano più frequentemente nelle popolazioni anziane, l’invecchiamento globale è uno dei principali fattori che spiegano la loro crescente diffusione.

Le implicazioni per i sistemi sanitari, il personale medico e le risorse economiche necessarie sono estremamente significative. Gli sforzi della medicina dovrebbero concentrarsi non solo sull’allungamento della vita, ma anche sulla promozione di una vecchiaia in salute, riducendo al minimo multimorbilità e disabilità.

Gli stili di vita poco salutari, ormai comuni a una larga parte della popolazione, sono stati identificati
come un importante fattore che contribuisce all’aumento dei rischi. La diminuzione dell’attività fisica, l’adozione di uno stile di vita sedentario, una dieta nutrizionalmente sbilanciata e il fumo rappresentano elementi fondamentali che favoriscono l’obesità, il diabete di tipo 2 (T2D), l’ipertensione e i disordini lipidici, tutti forti fattori di rischio per malattie cardiovascolari, demenza e molte forme di cancro.

Negli ultimi anni, la ricerca in ambito nutrizionale si è concentrata non solo sugli effetti di nutrienti e alimenti specifici, ma anche sull’impatto complessivo dei modelli dietetici, riconoscendo che le combinazioni alimentari possono produrre effetti sinergici o antagonisti.
Diversi modelli alimentari hanno mostrato benefici significativi per la salute. Ad esempio, il modello alimentare della Dieta Mediterranea, storicamente identificato come il modello alimentare prevalente nei paesi del bacino del Mediterraneo, si è dimostrato efficace nel prevenire malattie croniche e ridurre la mortalità prematura.

Questo modello alimentare si basa principalmente su alimenti vegetali, ma include anche moderate quantità di alimenti di origine animale, con una preferenza per prodotti stagionali e locali. Si tratta di un modello che unisce salute e sostenibilità ambientale. Inoltre, la DM non è solo un insieme di cibi salutari, ma rappresenta anche un patrimonio culturale che abbraccia la scelta, la preparazione e il consumo del cibo, oltre ad un vero e proprio stile di vita, che include la convivialità, la stagionalità dei prodotti, il rispetto della biodiversità, così come l’essere fisicamente attivi. Per queste ragioni, nel 2010 l’UNESCO ha riconosciuto la DM come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Purtroppo, le attuali abitudini alimentari delle popolazioni mediterranee si sono allontanate da questo modello tradizionale. Differenze nelle dimensioni delle porzioni, nello squilibrio tra i gruppi alimentari e un crescente consumo di cibi ultra-processati sono evidenti, soprattutto tra bambini e adolescenti. L’adozione di abitudini alimentari definite “occidentali” unitamente a una globalizzazione dei consumi hanno alimentato il processo di transizione nutrizionale e contribuito all’omogeneizzazione dei comportamenti alimentari a livello globale.

Il concetto di DM, così come lo conosciamo oggi nella ricerca nutrizionale, fu introdotto per la prima volta negli anni ’50 grazie al Seven Countries Study, un periodo in cui la globalizzazione non influenzava ancora abitudini alimentari e stili di vita. Questo studio pionieristico dimostrò che le popolazioni dell’Europa meridionale vantavano una delle longevità più elevate al mondo e una bassa incidenza di malattie coronariche, tumori e altre malattie non trasmissibili. Queste comunità non seguivano un regime alimentare specifico, ma adottavano abitudini tradizionali tramandate nei secoli, che risultavano simili in diverse aree. Questo aspetto ha suscitato l’interesse di esperti di vari settori, come storici, medici, gastronomi e agronomi.

Nel tempo, le società hanno sviluppato modelli dietetici tradizionali che riflettevano le risorse alimentari locali. Il termine DM non rappresenta solo un modello nutrizionale, ma racchiude anche un valore simbolico che riflette uno stile di vita unico del Mediterraneo, culla della civiltà occidentale. Le abitudini alimentari tradizionali mediterranee sono confermate da numerose testimonianze storiche e archeologiche, come i resti di cibo rinvenuti in tombe, alimenti carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., strumenti per la preparazione e il trasporto del cibo e riferimenti letterari da Omero in poi, inclusi affreschi, tavolette di terracotta e papiri.

L’origine del termine “dieta mediterranea” risale al 1948, quando il governo greco, preoccupato per le difficili condizioni postbelliche, chiese alla Fondazione Rockefeller di studiare lo stile di vita degli abitanti di Creta, dove le tradizioni erano rimaste immutate per secoli. Guidati da Leland G. Allbaugh, gli epidemiologi intervistarono un campione della popolazione per raccogliere dati su dieta e stile di vita. Si scoprì che circa il 61% dell’energia alimentare proveniva da cibi vegetali, rispetto al 37% degli Stati Uniti. Sorprendentemente, sebbene il contenuto di grassi fosse simile (~100 g/giorno), a Creta la principale fonte era l’olio d’oliva, ricco di acidi grassi insaturi, a differenza dei grassi di origine animale predominanti nella dieta americana (ricchi di acidi grassi saturi).

Questa dieta, unita a uno stile di vita rurale attivo, era associata a uno stato di salute eccellente, nonostante la mancanza dei progressi tecnologici del mondo industrializzato. I risultati portarono Ancel Keys, incuriosito dalle scoperte, a visitare il sud Italia per studiare queste abitudini. Da qui nacque il concetto di Dieta Mediterranea, coniato da Keys e sua moglie Margaret, che lo divulgarono attraverso il loro celebre libro “Come mangiare bene e stare bene alla maniera mediterranea”.

Il termine entrò ufficialmente nella letteratura scientifica grazie allo Studio di Pollica condotto da Anna Ferro-Luzzi e altri nel Cilento, e che evidenziava l’associazione tra dieta e colesterolo.

Negli anni dello studio dei sette paesi (Seven countries study), i contadini cretesi lamentavano la povertà della loro dieta, scarsa di carne, ignorando che ciò era un fattore determinante della loro straordinaria salute, unito al lavoro fisico intenso. In epoche di scarsità, il grasso corporeo era visto come segno di benessere, rendendo difficile accettare i consigli medici che promuovevano un regime alimentare frugale basato su cibi considerati “poveri”. La DM di allora, composta da prodotti prevalentemente vegetali, era frutto della necessità più che di scelte consapevoli, pertanto è stata progressivamente abbandonata, a partire dalla seconda metà del XX secolo – durante il miracolo economico o boom economico- a favore di abitudini alimentari di tipo “occidentale”.

Trasmettere oggi messaggi di prevenzione è altrettanto complesso. Le persone spesso si trovano sommerse da una moltitudine di informazioni contrastanti, provenienti da fonti non sempre affidabili, e faticano a distinguere i consigli basati su evidenze scientifiche da mode passeggere o falsi miti portando di fatto ad un’esitazione verso la prevenzione nutrizionale. Questo rende fondamentale non solo diffondere conoscenze corrette, ma anche farlo in modo chiaro. Altrettanto vero è la difficoltà di impegnarsi quotidianamente in uno stile di vita sano e preventivo, spesso, preferendo soluzioni più “rapide” come l’assunzione di farmaci o integratori, minando così il potenziale della prevenzione primaria.

In sintesi, la Dieta Mediterranea rappresenta un modello alimentare sano, radicato in antiche tradizioni storiche e culturali. Questa, non solo offre importanti benefici per la salute, ma è anche sostenibile, economica e gustosa, rendendo più facile la sua adozione come abitudine di vita a lungo termine. Tuttavia, negli ultimi anni, si è assistito ad una drastica riduzione della sua adesione, soprattutto nei paesi Mediterranei, come l’Italia.

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Sabato, 10 maggio 2025 – Anno V – n°19/2025

In copertina: pomodori, olio di oliva, formaggi di pecora e basilico, elementi base della Dieta Mediterranea – Foto: PickPic

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