giovedì, Aprile 16, 2026

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Iran – Guerra e totalitarismo religioso

Le semplificazioni storiche della sinistra italiana

di Reza Rashidy

C’è qualcosa di profondamente stonato quando, nel tentativo di denunciare una guerra, si finisce per ripetere — magari senza accorgersene — la propaganda di un regime. Eppure è ciò che accade sempre più spesso nel dibattito pubblico europeo quando si parla dell’Iran.

La guerra tra Stati Uniti, Israele e la Repubblica Islamica ha riaperto vecchie letture ideologiche e nuove semplificazioni. Ma quando la critica alla guerra si trasforma in un racconto indulgente verso il potere di Teheran, il risultato non è più un’analisi lucida ma una deformazione della realtà.

Sorprende quindi leggere questo tipo di narrazione anche in un articolo pubblicato il 28 febbraio 2026 su “Patria Indipendente”, il periodico dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, firmato dal suo presidente Gianfranco Pagliarulo e intitolato “La follia dell’attacco all’Iran: fermare le lancette dell’Orologio della Mezzanotte”.

La resistenza antifascista italiana è molto conosciuta in Iran, anche grazie al cinema italiano. Non è un caso che “Bella ciao” sia stata una delle canzoni più cantate durante la rivolta “Donna, Vita, Libertà”. Proprio per questo duole ancor più leggere, in un contesto così simbolicamente legato alla libertà, una descrizione dell’Iran che finisce per riprodurre stereotipi e omissioni.

L’articolo tratta della guerra tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica. Le riflessioni sull’escalation militare, sul ruolo dell’Europa o sulla dipendenza strategica dal mondo atlantico, possono essere condivise o contestate: è il terreno legittimo del confronto politico. Il problema nasce invece quando il testo cerca di spiegare la natura del regime iraniano, il ruolo della Guida Suprema Ali Khamenei e il rapporto tra potere e società. È qui che l’analisi scivola rapidamente in una narrazione sorprendentemente superficiale.

Il vero inizio, quando l’Occidente scelse Khomeini – Secondo l’articolo, il “vaso di Pandora” si sarebbe scoperchiato con l’assassinio di Khamenei. Ma la storia contemporanea dell’Iran racconta qualcosa di molto diverso. Quel vaso si apre molto prima, alla conferenza internazionale di Guadalupe, tra il 4 e il 7 gennaio 1979: in quell’incontro i leader di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania Ovest decisero di ritirare il sostegno allo Scià Mohammad Reza Pahlavi, travolto dalle proteste popolari. Fu allora che le potenze occidentali accettarono come interlocutore politico il clero sciita guidato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, allora esule a Parigi. Secondo numerose ricostruzioni storiche, il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing svolse un ruolo decisivo nel favorire quella scelta. Pochi mesi dopo lo Scià lasciò il Paese, la monarchia crollò e la rivoluzione iraniana sfociò progressivamente in una repubblica teocratica.

Il baratro senza limiti – È in quel momento che i mostri escono dal vaso e nasce il sistema politico che ancora oggi governa l’Iran. È allora che parole come jihad, “guerra santa”, terrorismo islamico ed “esportazione della rivoluzione” entrano stabilmente nel linguaggio politico del Medio Oriente. È allora che l’ostilità ideologica verso l’Occidente diventa il nucleo strategico della nuova ideologia di Stato. Ed è allora che inizia la “diplomazia degli ostaggi” con il sequestro di 52 diplomatici americani, detenuti per 444 giorni. Un episodio che segnò uno dei più clamorosi atti di terrorismo di Stato dell’epoca contemporanea e una plateale violazione del diritto internazionale.

Negli anni successivi, sullo stesso terreno ideologico e politico, crescerà anche il terrorismo jihadista globale, fino alla nascita di organizzazioni come Al-Qaeda e, più tardi, ISIS o Daesh, versione sunnita del terrorismo teocratico.

Per decenni l’Occidente, per cinismo geopolitico e interessi economici, ha sottovalutato — o finto di ignorare — i proclami di Khomeini sull’“esportazione della rivoluzione” nei paesi islamici, liquidandoli come retorica destinata al pubblico interno. Quella miopia ha contribuito alla situazione attuale permettendo al regime di ostentare apertamente la propria influenza su quattro capitali mediorientali — Damasco, Baghdad, Beirut e Sana’a — costruita attraverso milizie, finanziamenti e apparati militari paralleli. Con enormi risorse economiche ha sviluppato un vasto arsenale di missili balistici e droni in grado di minacciare i paesi vicini e mettere alla prova sistemi di difesa avanzati. Parallelamente, l’arricchimento dell’uranio a livelli sempre più elevati, lo avvicina alla soglia della capacità nucleare.

Nel testo di “Patria Indipendente” si legge inoltre che Khamenei sarebbe sì un leader conservatore, ma anche una figura spirituale centrale per gli sciiti. Viene citato anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, secondo il quale “l’uccisione della Guida Suprema sarebbe percepita come una dichiarazione di guerra contro i musulmani e contro gli sciiti nel mondo”. Il problema non è riportare queste parole, bensì trattarle come se descrivessero la realtà.

Ancor più problematica è l’affermazione secondo cui il regime sarebbe sostenuto “da parti fondamentali, probabilmente maggioritarie, della popolazione iraniana“. È una tesi che ignora quarantacinque anni di storia.

Un totalitarismo teocratico, non un semplice regime autoritario – La Repubblica Islamica non è semplicemente un regime autoritario, ma un sistema totalitario in versione teocratica. Non si limita a chiedere obbedienza: pretende fede. Non si accontenta di controllare lo spazio pubblico: cerca di conquistare le coscienze.

È un regime ideologico che combina potere religioso, apparato militare e controllo sociale capillare. Una forma di dominio che ricorda, per molti aspetti, la descrizione del totalitarismo elaborata da Hannah Arendt nel suo libro “Le origini del totalitarismo”. Quando il progetto di “conversione” della società è fallito, il regime ha reagito come spesso fanno i sistemi totalitari: dichiarando guerra al proprio popolo.

La storia recente dell’Iran è scandita da questa guerra della quale riportiamo qui solo alcune tappe:

  • Nel 1988 circa trentamila prigionieri politici furono giustiziati in poche settimane.
  • Nel 2009 milioni di cittadini scesero in strada durante il Movimento Verde e furono repressi con arresti e violenze.
  • Nel 2019 le proteste contro l’aumento del prezzo del carburante furono soffocate nel sangue.
  • Nel 2022 la morte di Mahsa Amini sotto custodia della polizia morale diede origine al movimento “Donna, Vita, Libertà”, represso con arresti, torture ed esecuzioni.
  • Nel 2026 una nuova rivolta, nata dal collasso economico e diffusasi in tutte le trentuno province del Paese, è stata soffocata con una repressione che ha provocato migliaia di vittime.

A questa sequenza di massacri si aggiungono la persecuzione dei sindacati indipendenti, la repressione degli scioperi, l’arresto degli insegnanti, degli autisti degli autobus di Teheran, degli operai che chiedono semplicemente salari arretrati.

E poi c’è la dimensione forse più visibile del sistema, l’apartheid di genere: hijab obbligatorio imposto con pattuglie armate della polizia morale; controllo sui corpi delle donne; sorveglianza permanente della vita privata. Questi non sono incidenti di percorso, ma la struttura del sistema nel quale questo tipo la violenza non è una deviazione bensì il metodo di governo.

La vera vittima della guerra: il popolo iraniano – Nel frattempo la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran — che in pochi giorni ha già provocato centinaia di morti civili e migliaia di feriti — aggiunge nuove sofferenze a una popolazione che da decenni vive intrappolata tra repressione interna e tensioni geopolitiche. Difendere la pace è necessario, ma la difesa della pace non può cancellare la responsabilità del regime.

Presentare la Repubblica Islamica come principale vittima di questo conflitto significa rovesciare completamente la prospettiva: la vittima reale è il popolo iraniano

Dopo quarantasette anni di potere teocratico si è accumulata una stratificazione immensa di dolore, paura e frustrazione. Troppo spesso, in Europa, questa realtà è stata ignorata. In molti ambienti progressisti e pacifisti si è preferito leggere l’Iran soltanto attraverso la lente della geopolitica, come se il conflitto tra la società iraniana e il suo regime fosse un dettaglio secondario. Non lo è.

Oggi in Iran si sentono parole che possono sembrare estreme: c’è chi invoca interventi stranieri, chi sogna il ritorno al passato, chi affida la propria speranza a qualsiasi cambiamento pur di porre fine alla violenza quotidiana. Non sono programmi politici coerenti. Sono il linguaggio della disperazione. Il linguaggio di una società che per troppo tempo è stata lasciata sola.

Prima di trasformare l’Iran nell’ennesimo simbolo delle battaglie ideologiche occidentali, bisognerebbe ricordare una cosa semplice: l’Iran non è uno slogan, è un paese reale: 93 milioni di persone che da quasi mezzo secolo vivono sospese tra un regime teocratico e le tempeste della geopolitica. E la prima forma di solidarietà verso di loro dovrebbe essere almeno questa: provare, finalmente, a raccontare la loro realtà senza semplificarla.

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Sabato, 21 marzo 2026 – Anno VI – n°12/2026

In copertina: Iran: esecuzioni capitali – Immagini di archivio

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